Il linguaggio e la libertà di Alumera, «influencer di luce»
Trentenne, calabrese di origine (da lì viene anche il suo pseudonimo digitale), vicina alla spiritualità focolarina, si presenta come «un grafico creativo»
In questi giorni, commentando privatamente con amici e colleghi, e pubblicamente su qualche social di altri amici e colleghi la decisione di don Alberto Ravagnani di sospendere il suo ministero presbiterale, ho sottolineato che il profilo dei missionari digitali è molto variegato e non riconducibile a quello del popolare prete ambrosiano (o del francese don Matthieu Jasseron, simile negli esiti ma assai diverso nella genesi). Dei 46 che ho ritratto da due anni a questa parte per questa rubrica (e dei tanti altri che ho incontrato nella rubrica “WikiChiesa” di cui questa è lo spin-off), non ce n’è uno uguale all’altro, se non per la capacità performativa, comune a quasi tutti, di “bucare lo schermo”, come si diceva un tempo per la televisione.
L’osservazione vale anche e a maggior ragione se si restringe lo sguardo all’area italiana (ciò che ho fatto mediamente in un ritratto su quattro): si rischia di ragionare osservando solo tre-quattro soggetti più visibili senza conoscere, e riconoscere, il servizio che, più nascostamente ma non meno efficacemente, viene portato avanti da tanti altri. In tale prospettiva ho scelto di raccontare in questa puntata la missione digitale di Mariella Matera, alias Alumera. Trentenne, calabrese di origine (da lì viene anche il suo pseudonimo digitale, che allude lucerniere a olio nel suo dialetto: ‘a lumera), vicina alla spiritualità focolarina, si presenta come «un grafico creativo» (è in effetti la sua professione).

Ma immediatamente aggiunge: «Follemente innamorata di Dio». Nell’autopresentazione redatta per il recente volume “La Chiesa ti ascolta” (pp. 51-55) Matera racconta di aver inteso portare nel web «la bellezza del messaggio» evangelico – ovvero diventare «influencer di luce» – riaprendo un suo precedente blog «in una veste più matura» con il nome, appunto, di Alumera. Il social sul quale è più attiva è Instagram, cresciuto nelle settimane del lockdown e oggi giunto a quasi 25mila follower; con lo stesso nome ci sono anche una pagina Facebook (9mila follower) e gli account su TikTok e YouTube, su quali l’autrice non ha ancora trovato un modo congruo di comunicare (ma forse non l’ha neppure cercato).
Ecco infatti come, in un’intervista di un anno fa al portale “Youth Opus Dei”, Matera spiega il suo linguaggio: «Il Vangelo è pieno di “spazi” in cui ritrovarsi, pregando a tu per tu con il Signore. È proprio da questa “posizione” dell'anima tra le pagine delle Scritture che alcune volte nasce nel cuore un’immagine, che poi diventa parola. A volte le parole della preghiera si trasformano in immagini. Proprio per questo modo di pregare, ho iniziato a illustrare come Alumera. Per me è una vocazione: il bisogno di trasformare in immagine e parole i sentimenti, quella posizione dell'anima». Così, testi scritti e creazioni grafiche prevalgono di gran lunga, nei suoi contenuti, sui video che la ritraggono. Per farsi un’idea basta leggere il suo ultimo post, «La Tua Parola»: un’intensa poesia-preghiera.
Nella stessa intervista, manifesta una bella libertà rispetto a certe trappole del vivere digitale. Alla domanda «Come vivi la tua presenza sui social?», Matera risponde: «Per me non è un progetto di marketing o da influencer: se per un mese non ho nulla dire, non faccio il contenuto per mantenere alta la reach. Se un contenuto non ha successo, non lo cambio. Non mi interessa adeguarmi all’algoritmo». E per dire come intenda la missione digitale, non fa riferimento ai propri contenuti, ma parla di «sentire gli altri, anche attraverso uno schermo, dentro di sé»; di «sentire il dolore e la sofferenza del mondo tra le righe di post, di foto ritoccate»; di «leggere storie dell’anima raccontate superficialmente attraverso condivisioni»; di «dare peso a ogni scroll, a ogni commento» (“La Chiesa ti ascolta”, p. 54).
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