giovedì 9 gennaio 2020
L'atteso discorso del Pontefice al corpo diplomatico accreditato in Vaticano. I temi: le guerre, i profughi, lo sviluppo, l'Unione Europea, la crisi Iran-Usa, l'Australia dei roghi... / IL TESTO
Il discorso del Papa al corpo diplomatico

Il discorso del Papa al corpo diplomatico - Vatican News

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Pace e sviluppo umano integrale. Sono queste le priorità da perseguire. Ed è questo «l’obiettivo principale della Santa Sede nell’ambito del suo impegno diplomatico» al cui fine sono «orientati gli sforzi della segreteria di Stato e dei dicasteri della Curia Romana, come pure quelli dei rappresentanti pontifici».

IL TESTO INTEGRALE DEL DISCORSO

Ricevendo in udienza il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede Sala Regia del Palazzo Apostolico Vaticano, per il consueto incontro all’inizio del nuovo anno, papa Francesco ha indicato con chiarezza, realismo e speranza l’obiettivo e la prospettiva da percorrere a fronte delle sfide e delle numerose questioni che affliggono la crescente nostra epoca nell’inasprirsi di tensioni e violenze a livello mondiale. Per la crescente tensione tra Iran e Stati Unito il Papa ribadisce l’appello ad evitare di innalzare ulteriormente lo scontro, mantenendo accesa «la fiamma del dialogo e dell’autocontrollo, nel pieno rispetto della legalità internazionale».

Un richiamo che vale per tutte le parti in causa e che con realismo riflette sul rischio di trascinare il Medio Oriente e il mondo intero in un conflitto dalle conseguenze incalcolabili. Ripercorrendo tutte le tappe dei viaggi apostolici compiuti nel 2019, da Panama al Giappone, per confermare i fratelli nella fede ma anche per favorire il dialogo a livello politico e religioso, papa Francesco ha delineato a 360 gradi i nodi e la speranza di risolvere le problematiche e le sfide nelle contingenze geopolitiche mondiali. Perché la speranza esige realismo: «Esige – ha detto papa Francesco – che si chiamino i problemi per nome e che si abbia il coraggio di affrontarli. Esige di non dimenticare che la comunità umana porta i segni e le ferite delle guerre succedutesi nel tempo, con crescente capacità distruttiva, e che non cessano di colpire specialmente i più poveri e i più deboli».

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Ripartire dall’alleanza educativa: un patto globale

Partendo dal suo primo viaggio del gennaio scorso a Panama per la Giornata mondiale della gioventù, il Papa ha messo anzitutto a fuoco l’emergenza educativa perché «mai come ora, c’è bisogno di unire gli sforzi in un’ampia alleanza educativa per formare persone mature, capaci di superare frammentazioni e contrapposizioni e ricostruire il tessuto di relazioni per un’umanità più fraterna». Ogni cambiamento – ha detto il Papa – come quello epocale che stiamo attraversando, richiede un cammino educativo, la costituzione di un villaggio dell’educazione che generi una rete di relazioni umane e aperte che metta al centro la persona, favorisca la creatività e la responsabilità per una progettualità di lunga durata e formare persone disponibili a mettersi al servizio della comunità. Per questa ragione ha espresso il desiderio di promuovere, il 14 maggio prossimo, un evento mondiale che avrà per tema: Ricostruire il patto educativo globale. Un incontro volto a «ravvivare l’impegno per e con le giovani generazioni, rinnovando la passione per un’educazione più aperta ed inclusiva, capace di ascolto paziente, dialogo costruttivo e mutua comprensione».

Dopo aver richiamato alla grave questione degli abusi sui minori papa Francesco ha affermato che: «Educare esige di entrare in un dialogo leale con i giovani – ha affermato il Papa – sono anzitutto loro a richiamarci all’urgenza di quella solidarietà intergenerazionale, che purtroppo è venuta a mancare negli ultimi anni. C’è, infatti, una tendenza, in molte parti del mondo, a chiudersi in se stessi, a proteggere i diritti e i privilegi acquisiti, a concepire il mondo dentro un orizzonte limitato che tratta con indifferenza gli anziani e soprattutto non offre più spazio alla vita nascente. L’invecchiamento generale di parte della popolazione mondiale, specialmente nell’Occidente, ne è una triste ed emblematica rappresentazione. Se da un lato – quindi – non dobbiamo dimenticare che i giovani attendono la parola e l’esempio degli adulti, nello stesso tempo dobbiamo avere ben presente che essi hanno molto da offrire».

Sono loro per il Papa a richiamarci costantemente al fatto che la speranza non è un’utopia e la pace è un bene sempre possibile. Lo si è visto nel modo con cui molti giovani si stanno impegnando per sensibilizzare i leader politici sulla questione dei cambiamenti climatici. Sono i giovani a dirci che c’è una sfida urgente, a tutti i livelli, di proteggere la nostra casa comune e «di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale. Essi ci richiamano all’urgenza di una conversione ecologica».

La mancata conversione ecologica e i conflitti nella regione americana

Purtroppo per il Papa l’urgenza di questa conversione ecologica sembra non essere acquisita dalla politica internazionale, la cui risposta alle problematiche poste da questioni globali come quella dei cambiamenti climatici è ancora molto debole e fonte di forte preoccupazione. La XXV Sessione della Conferenza degli Stati Parte della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (COP25), svoltasi a Madrid lo scorso dicembre, rappresenta un grave campanello di allarme circa la volontà della Comunità internazionale di affrontare con saggezza ed efficacia il fenomeno del riscaldamento globale, che richiede una risposta collettiva, capace di far prevalere il bene comune sugli interessi particolari.

Papa Francesco ha quindi ricordato il Sinodo sull’Amazzonia che non poteva esimersi dal toccare anche altre tematiche, a partire dall’ecologia integrale, che riguardano la vita stessa di quella Regione, vasta e importante per tutto il mondo, poiché «la foresta amazzonica è un “cuore biologico” per la Terra, sempre più minacciata». E a questo proposito ha rivolto anche un particolare pensiero a un Paese che non ha visitato, l’Australia, colpito duramente negli ultimi mesi da persistenti incendi, i cui effetti hanno raggiunto anche altre regioni dell’Oceania.

Oltre alla situazione nella regione amazzonica, desta preoccupazione alla Santa Sede il moltiplicarsi di crisi politiche in un crescente numero di Paesi del continente americano, con tensioni e insolite forme di violenza che acuiscono i conflitti sociali e generano gravi conseguenze socio-economiche e umanitarie. «Le polarizzazioni sempre più forti – afferma papa Francesco – non aiutano a risolvere i veri e urgenti problemi dei cittadini, soprattutto dei più poveri e vulnerabili, né tantomeno può farlo la violenza, che per nessun motivo può essere adottata come strumento per affrontare le questioni politiche e sociali». I conflitti della regione americana, pur avendo radici diverse, sono accomunati dalle profonde disuguaglianze, dalle ingiustizie e dalla corruzione endemica, dalle varie forme di povertà che offendono la dignità delle persone. Non manca un appello per il Venezuela. Per il Papa occorre, pertanto, «che i leader politici si sforzino di ristabilire con urgenza una cultura del dialogo per il bene comune e per rafforzare le istituzioni democratiche e promuovere il rispetto dello stato di diritto, al fine di prevenire derive antidemocratiche, populiste ed estremiste».

Le tensioni in Medio Oriente

Ricordando il suo secondo viaggio nel febbraio scorso negli Emirati Arabi Uniti, prima visita di un Successore di Pietro nella Penisola arabica, papa Francesco ha ripreso nuovamente il Documento sulla Fratellanza Umana per la pace mondiale e la convivenza comune firmato Ad Abu Dhabi ho firmato con il Grande Imam di Al- Azhar Ahmad al-Tayyib. Un testo importante, volto a favorire la mutua comprensione tra cristiani e musulmani e la convivenza in società sempre più multietniche e multiculturali, poiché nel condannare fermamente l’uso del «nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione», richiama l’importanza del concetto di cittadinanza, che «si basa sull’eguaglianza dei diritti e dei doveri sotto la cui ombra tutti godono della giustizia». A tal fine ha ribadito che «è particolarmente importante formare le generazioni future al dialogo interreligioso, quale via maestra per la conoscenza, la comprensione e il sostegno reciproco fra appartenenti a diverse religioni».

Pace e speranza sono stati anche al centro della successiva visita in Marocco, dove con il Re Mohammed VI ha sottoscritto un appello congiunto su Gerusalemme, «riconoscendo l’unicità e la sacralità di Gerusalemme / Al Qods Acharif e avendo a cuore il suo significato spirituale e la sua peculiare vocazione di Città della Pace». Da qui il suo pensiero che si estende a tutta la Terra Santa per richiamare l’urgenza «che l’intera Comunità internazionale, con coraggio e sincerità e nel rispetto del diritto internazionale, riconfermi il suo impegno a sostegno del processo di pace israelo-palestinese».

E il richiamo a un più assiduo ed efficace impegno da parte della Comunità internazionale quanto mai urgente nelle altre parti dell’area mediterranea e del Medio Oriente. Papa Francesco si sofferma sulla Siria perché è «particolarmente urgente trovare soluzioni adeguate e lungimiranti che permettano al caro popolo siriano, stremato dalla guerra, di ritrovare la pace e avviare la ricostruzione del Paese». «La Santa Sede – ha affermato – accoglie con favore ogni iniziativa volta a porre le basi per la risoluzione del conflitto ed esprime ancora una volta la propria gratitudine alla Giordania e al Libano per aver accolto ed essersi fatti carico, con non pochi sacrifici, di migliaia di profughi siriani. Purtroppo, oltre alle fatiche provocate dall’accoglienza, altri fattori di incertezza economica e politica, in Libano e in altri Stati, stanno provocando tensioni tra la popolazione, mettendo ulteriormente a rischio la fragile stabilità del Medio Oriente».

Non manca il riferimento alla crisi dello Yemen e ora la preoccupazione destata dai segnali che giungono dall’intera regione, in seguito all’innalzarsi della tensione fra l’Iran e gli Stati Uniti «e che rischiano anzitutto di mettere a dura prova il lento processo di ricostruzione dell’Iraq, nonché di creare le basi di un conflitto di più vasta scala che tutti vorremmo poter scongiurare». Rinnovo dunque il mio appello – ha affermato il Papa – perché tutte le parti interessate evitino un innalzamento dello scontro e mantengano «accesa la fiamma del dialogo e dell’autocontrollo», nel pieno rispetto della legalità internazionale. Dalla questione della Libia, che da molti anni attraversa una situazione conflittuale, aggravata dalle incursioni di gruppi estremisti e da un ulteriore acuirsi di violenza nel corso degli ultimi giorni, l’attenzione del Papa si sofferma poi sullo sfruttamento, il traffico di essere umani, e che vi sono diverse migliaia di persone, con legittime richieste di asilo e bisogni umanitari e di protezione verificabili e che dunque è «sempre più urgente che tutti gli Stati si facciano carico della responsabilità di trovare soluzioni durature».

Europa risolvere i conflitti, no al linguaggio dell’odio

«Risolvere i conflitti congelati che persistono» in Europa, «alcuni dei quali ormai da decenni, e che esigono una soluzione, a cominciare dalle situazioni riguardanti i Balcani occidentali e il Caucaso meridionale, tra cui la Georgia». È l’appello dedicato dal Papa al nostro continente, che occupa uno spazio molto ampio del discorso al Corpo diplomatico. Ricordando il suo viaggio nei Paesi dell’Europa orientale crocevia di culture, etnie e civiltà differenti, in cui tra l’altro il Papa ha espresso «l’incoraggiamento della Santa Sede ai negoziati per la riunificazione di Cipro, che incrementerebbero la cooperazione regionale, favorendo la stabilità di tutta l’area mediterranea, nonché l’apprezzamento per i tentativi volti a risolvere il conflitto nella parte orientale dell’Ucraina e porre fine alla sofferenza della popolazione». «Il dialogo – e non le armi – è lo strumento essenziale per risolvere le contese», ha ribadito il Papa citando il cammino di pace dell’Europa dalla fine della seconda guerra mondiale, che «ha visto nel consenso e nel dialogo uno strumento essenziale per risolvere le contese».

«Nei padri fondatori dell’Europa moderna c’era la consapevolezza che il continente si sarebbe potuto riprendere dalle lacerazioni della guerra e dalle nuove divisioni che sopravanzavano solo in un processo graduale di condivisione di ideali e di risorse», ha ricordato il Papa citando Schuman e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. «Fin dai primi anni la Santa Sede ha guardato con interesse il progetto europeo», ha sottolineato precisando che si tratta di «un interesse che intende sottolineare un’idea di costruzione inclusiva, animata da uno spirito partecipativo e solidale», capace di fare dell’Europa «un esempio di accoglienza ed equità sociale nel segno di quei valori comuni che ne sono alla base». «Il progetto europeo continua ad essere una fondamentale garanzia di sviluppo per chi ne fa parte da tempo e un’opportunità di pace, dopo turbolenti conflitti e lacerazioni, per quei Paesi che ambiscono a parteciparvi». «L’Europa non perda dunque il senso di solidarietà che per secoli l’ha contraddistinta, anche nei momenti più difficili della sua storia», con l’augurio che: «Non perda quello spirito che affonda le sue radici, tra l’altro, nella pietas romana e nella caritas cristiana, che ben descrivono l’animo dei popoli europei».

Due sono gli episodi dell’anno appena trascorso citati dal Papa: l’incendio della cattedrale di Notre Dame a Parigi, che «ha mostrato quanto sia fragile e facile da distruggere anche ciò che sembra solido», e il trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino, che «ci ha posto dinanzi agli occhi uno dei simboli più laceranti della storia recente del continente, rammentandoci quanto sia facile ergere barriere». «I danni sofferti da un edificio, non solo caro ai cattolici ma significativo per tutta la Francia e l’umanità intera, hanno ridestato il tema dei valori storici e culturali dell’Europa e delle radici sulle quali essa si fonda», ha proseguito il Papa: «In un contesto in cui mancano valori di riferimento, diventa più facile trovare elementi di divisione più che di coesione». «Il Muro di Berlino rimane emblematico di una cultura della divisione che allontana le persone le une dalle altre e apre la strada all’estremismo e alla violenza», ha detto Francesco: «Lo vediamo sempre più nel linguaggio d’odio diffusamente usato in internet e nei mezzi di comunicazione sociale».

Africa segnali di pace nella piaga del terrorismo

Ci sono «segni di pace e di riconciliazione» in Mozambico, Madagascar e Mauritius, ma anche «episodi di violenza contro persone innocenti, tra cui tanti cristiani perseguitati e uccisi per la loro fedeltà al Vangelo». È il ritratto dell’Africa tracciato dal Papa in seguito al suo viaggio in questi tre nazioni: «Esorto la comunità internazionale a sostenere gli sforzi che questi Paesi compiono nella lotta per sconfiggere la piaga del terrorismo, che sta insanguinando sempre più intere parti dell’Africa, come altre regioni del mondo», è l’appello. Per il Papa «è necessario che si attuino strategie che comprendano interventi non solo nell’ambito della sicurezza, ma anche nella riduzione della povertà, nel miglioramento del sistema sanitario, nello sviluppo e nell’assistenza umanitaria, nella promozione del buon governo e dei diritti civili. Sono questi i pilastri di un reale sviluppo sociale».

Nello stesso tempo, «occorre incoraggiare le iniziative che promuovono la fraternità tra tutte le espressioni culturali, etniche e religiose del territorio, specialmente nel Corno d’Africa, in Camerun, nonché nella Repubblica Democratica del Congo, dove, specialmente nelle regioni orientali del Paese, persistono violenze». Il Papa denuncia che «non esiste ancora una risposta internazionale coerente per affrontare il fenomeno dello sfollamento interno, poiché in gran parte esso non ha una definizione internazionale concordata, avvenendo all’interno di confini nazionali» e il risultato è che gli sfollati interni non ricevono sempre la protezione che meritano e dipendono dalla capacità di rispondere e dalle politiche dello Stato in cui si trovano».

Tra i segnali positivi, papa Francesco riconosce il lavoro dello United Nations High-Level Panel on Internal Displacement, «che spero possa favorire l’attenzione e il sostegno globale per gli sfollati, sviluppando raccomandazioni concrete» e ha rinnovato il suo augurio di «poter visitare nel corso di quest’anno il Sud Sudan».

Un mondo senza armi nucleari è possibile e necessario

«Un mondo senza armi nucleari è possibile e necessario, ed è tempo che quanti hanno responsabilità politiche ne divengano pienamente consapevoli, poiché non è il possesso deterrente di potenti mezzi di distruzione di massa a rendere il mondo più sicuro, bensì il paziente lavoro di tutte le persone di buona volontà che si dedicano concretamente, ciascuno nel proprio ambito, a edificare un mondo di pace, solidarietà e rispetto reciproco». Nella parte finale del suo discorso al Corpo diplomatico, il Papa ha rilanciato così l’appello pronunciato nel suo ultimo viaggio apostolico in Giappone, dove ha «toccato con mano il dolore e l’orrore che come esseri umani siamo in grado di infliggerci». «Ascoltando le testimonianze di alcuni Hibakusha, i sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, mi è parso evidente che non si può costruire una vera pace sulla minaccia di un possibile annientamento totale dell’umanità provocato dalle armi nucleari», ha proseguito Francesco spiegando che «gli Hibakusha ‘mantengono viva la fiamma della coscienza collettiva, testimoniando alle generazioni successive l’orrore di ciò che accadde nell’agosto del 1945 e le sofferenze indicibili che ne sono seguite fino ad oggi. La loro testimonianza risveglia e conserva in questo modo la memoria delle vittime, affinché la coscienza umana diventi sempre più forte di fronte ad ogni volontà di dominio e di distruzione», specialmente quella provocata da ordigni a così alto potenziale distruttivo, come le armi nucleari. Queste «non solo favoriscono un clima di paura, diffidenza e ostilità, ma distruggono la speranza. Il loro uso è immorale, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune». Dal 27 aprile al 22 maggio si svolgerà a New York la X Conferenza d’esame del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari: «Auspico vivamente – ha detto il Papa – che in quella occasione la comunità internazionale riesca a trovare un consenso finale e proattivo sulle modalità di attuazione di questo strumento giuridico internazionale, che si rileva essere ancora più importante in un momento come quello attuale».

Urgente riforma al sistema multilaterale

«Il desiderio della pace, la ricerca della giustizia, il rispetto della dignità della persona, la cooperazione umanitaria e l’assistenza»: sono questi i principi fondativi delle Nazioni Unite, che rimangono ancora attuali ed «esprimono le giuste aspirazioni dello spirito umano e costituiscono gli ideali che dovrebbero sottostare alle relazioni internazionali». Al termine del suo settimo discorso al Corpo diplomatico, ha ricordato il 75° anniversario della fondazione dell’Onu. «Le quattro finalità dell’Organizzazione, delineate nell’articolo 1 della Carta, rimangono valide ancora oggi e possiamo dire che l’impegno delle Nazioni Unite in questi 75 anni è stato, in gran parte, un successo, specialmente nell’evitare un’altra guerra mondiale». Di fronte alla «crisi del sistema multilaterale, che è tristemente sotto gli occhi di tutti», per il Papa è «urgente riprendere il percorso verso una complessiva riforma del sistema multilaterale, che lo renda più efficace, tenendo in debita considerazione l’attuale contesto geopolitico».

Citando il cinquecentenario della morte dell’artista di Urbino Raffaello Sanzio, Francesco ha ricordato che «a Raffaello dobbiamo un ingente patrimonio di inestimabile bellezza»: «Come il genio dell’artista sa comporre armonicamente materie grezze, colori e suoni diversi rendendoli parte di un’unica opera d’arte, così la diplomazia è chiamata ad armonizzare le peculiarità dei vari popoli e Stati per edificare un mondo di giustizia e di pace, che è il bel quadro che vorremmo poter ammirare». «Raffaello è stato un figlio importante di un’epoca, quella del Rinascimento, che ha arricchito l’umanità intera ha detto il Papa – Un’epoca non priva di difficoltà, ma animata da fiducia e speranza. Attraverso questo insigne artista, desidero far giungere i miei più sentiti auguri al popolo italiano, al quale auguro di riscoprire quello spirito di apertura al futuro che ha contraddistinto il Rinascimento e che ha reso questa penisola così bella e ricca di arte, storia e cultura». Rivolgendosi infine al corpo diplomatico, papa Francesco ha voluto esprimere «un pensiero particolare a tutte le donne, 25 anni dopo la IV Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulla donna, svoltasi a Pechino nel 1995, auspicando che in tutto il mondo sia sempre più riconosciuto il ruolo prezioso delle donne nella società e cessi ogni forma di ingiustizia, disuguaglianza e violenza nei loro confronti. Ogni violenza inferta alla donna è una profanazione di Dio. Esercitare violenza contro una donna o sfruttarla non è un semplice reato, è un crimine che distrugge l’armonia, la poesia e la bellezza che Dio ha voluto dare al mondo».
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