martedì 10 settembre 2019
«Ma prego perché la Chiesa resti unita». Durante il rientro dal Madagascar Bergoglio ha risposto ai giornalisti. La xenofobia come malattia umana, molto diffusa. La sfida educativa nei Paesi giovani
Il Papa risponde alle domande dei giornalisti sul volo di ritorno dall'Africa (Ansa)

Il Papa risponde alle domande dei giornalisti sul volo di ritorno dall'Africa (Ansa)

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Papa Francesco non ha paura di uno scisma nella Chiesa cattolica. Prega intensamente perché non avvenga, ma dice ai giornalisti di non temerlo. Quando gli inviati americani gli pongono la domanda, la consueta conferenza stampa a bordo dell'aereo di ritorno da un viaggio volge ormai al termine. Fino a quel momento il Papa ha parlato della visita pastorale che l'ha portato in Mozambico, Madagascar e Mauritius. Ha citato la globalizzazione ideologica che cancella le differenze e quindi va respinta; di deforestazione e perdita della biodiversità, causate spesso dalla corruzione di chi governa; ha messo in guardia contro il proselitismo ("l'evangelizzazione è innanzitutto testimionianza di vita"), ha lodato la capacità di vivere insieme tra persone di diverse religioni (come accade a Mauritius), ha invitato ad avere fiducia nei giovani e ha anche lanciato un monito ai popoli che perdono la gioia. Un segnale molto pericoloso, ha detto (e la notazione, unita a quella sul calo demografico dell'"Europa nonna", vale anche per l'Italia). Ma non si scompone, papa Bergoglio, neanche di fronte alla delicata domanda degli americani.

In tutto oltre un'ora di conferenza stampa e una decina di domande, con un piccolo intervallo, quando i collaboratori lo avvisano che è in arrivo una turbolenza. Il Papa si siede tranquillamente insieme ai giornalisti e aspetta: "Così non dite che è una scusa per non continuare", scherza. Qualche minuto dopo, passata la turbolenza, si riprende. Ecco un'ampia sintesi delle sue risposte.

Il Papa accanto al portavoce Matteo Bruno durante una pausa dalla conferenza stampa in aereo (ANsa)

Il Papa accanto al portavoce Matteo Bruno durante una pausa dalla conferenza stampa in aereo (ANsa)



Dopo l'incontro con il presidente del Mozambico, quali aspettative ha per il processo di pace?
E' un processo che ha avuto alti e bassi. Mi auguro che vada avanti e prego per questo. Perché tutto si perde con la guerra, tutto si guadagna con la pace, ha detto un Papa prima di me (Pio XII, ndr). Vorrei ringraziare tutti coloro che hanno aiutato, fin dal primo - un sacerdote della Comunità di Sant’Egidio che sarà fatto cardinale il prossimo 5 ottobre (monsignor Matteo Zuppi, ndr) – e che poi ha continuato con l’aiuto di tanta gente di Sant’Egidio ed è arrivato a questo risultato. Non dobbiamo essere trionfalisti in queste cose, perché la pace ancora è fragile nel Paese e la si deve trattare con molta delicatezza, perdono, pazienza, per farla crescere e che sia robusta. Ma la pace è la vittoria del Paese. Le guerre invece distruggono, fanno perdere tutto. Vi confesso: quando sono andato a Redipuglia ho pianto: per favore mai più la guerra.

Cosa pensa del problema dell’educazione dei giovani in Africa?
L’Africa è un continente giovane. Come ho detto a Strasburgo la madre Europa è quasi diventata la nonna Europa. Stiamo vivendo un inverno demografico gravissimo in Europa. Qual è l’origine? Ho un’opinione personale: penso che il benessere sia la radice. Invece l’Africa è vita e ha notato lì un gesto che avevo trovato nelle Fillippine e a Cartagena: le persone che mi mostravano i bambini. Dicevano: questo è il mio tesoro. Voi avete la sfida di educare questi giovani. L’educazione in questo momento è prioritaria. E deve essere gratuita per tutti.

Sulla xenofobia in Africa e nel mondo.
Non è un problema solo dell’Africa, è una malattia umana, come il morbillo. Ma i muri lasciano soli coloro che li fabbricano e alla fine della storia saranno sconfitti dalle invasioni potenti. Le xenofobie tante volte cavalcano sui cosiddetti populismi politici. Ho detto la settimana scorsa che delle volte sento in alcuni posti discorsi che assomigliano a quelli di Hitler nel ’34. Si vede che c’è un ritornello in Europa come in Africa, dove c'è anche il tribalismo. Lì ci vuole un lavoro di educazione, di avvicinamento fra le diverse tribù per fare una nazione. Abbiamo commemorato il 25° della tragedia del Rwanda, poco tempo fa. Un effetto del tribalismo, che è xenofobia domestica. Io ricordo in Kenya, nello stadio, quando ho chiesto a tutti di alzarsi, di darsi la mano, e dire “No al tribalismo”.

Lei ha menzionato in un messaggio di ringraziamento il popolo delle isole Chagos occupate dalla Gran Bretagna. Come si può aiutare il popolo Chagos a rientrare?
Ripeto qui la dottrina della Chiesa. Se si pronunciano le organizzazioni internazionali, dobbiamo obbedire. Per questo sono state create le Nazioni Unite e il Tribunale internazionale. Dunque se ci sono controversie, si va lì da fratelli e si risolvono. Che l'Onu sia più forte, che sia più forte l'Ue, non nel senso di dominio, ma di giustizia, fratellanza e unità. E' vero che oggi non ci sono colonizzazioni geografiche, almeno non tante, ma ci sono colonizzazioni ideologiche che vogliono entrare nella cultura dei popoli per cambiarla e omogeneizzare l'umanità. La globalizzazione non è una sfera: tutti uguali, ogni punto equidistante dal centro, ma un poliedro, dove ogni popolo e nazione conserva la propria identità e si unisce a tutta l'umanità.

Sulla necessità del dialogo interreligioso e le impressioni di viaggio
In questi giorni sono stati molto belli gli incontri interreligiosi. A Mauritius mi ha colpito molto la capacità di unità e di dialogo interreligioso. Non si cancella la differenza delle religioni, ma si sottolinea che tutti siamo fratelli. La prima cosa che ho trovato lunedì, entrando nell'episcopio di Port Louis, è un mazzo di fiori bellissimo. Chi lo aveva inviato? Il grande imam. Il rispetto religioso è importante. Per questo ai missionari io dico di non fare proselitismo. Evangelizzare è testimonianza. E quella testimonianza provoca la domanda. Ma tu perché vivi così? E lì spiego: per il Vangelo. L'annuncio viene dopo la testimonianza. Le proposte religiose che fanno proselistismo non sono cristiane.

Inoltre, nei tre Paesi mi ha colpito anche che nelle strade c'era il popolo. Autoconvocato. Alla Messa nello stadio di Maputo sotto la pioggia. E anche alla veglia notturna e alla Messa di Antananarivo. Dicono che ha sorpassato il milione. Ma il numero non interessa. Interessa il popolo, gente che era arrivata a piedi, dal pomeriggio prima, è stata alla veglia, e ha dormito lì. Io mi sono sentito piccolissimo davanti a questa grandiosità della sovranità popolare. E qual è il segno che un gruppo di gente è popolo? La gioia. C'erano dei poveri, c'era gente che non aveva mangiato quel pomeriggio, per stare lì, ma erano gioiosi. Invece quando i gruppi si staccano dal senso popolare, perdono la gioia. Il segnale che tu sei nel popolo e non in una elite è la gioia.

Uno dei temi di questo viaggio è stato la protezione dell’ambiente naturale. A proposito di quanto sta accadendo in Amazzonia, lei crede che i governi di quelle aree stiano facendo di tutto per proteggere questo polmone del mondo?
L'ho detto altre volte. Sono in molti a pensare: “L’Africa va sfruttata”. Noi dobbiamo liberare l’umanità da questo modo di pensare. Il punto più forte di questo sfruttamento, non solamente in Africa, è l’ambiente naturale, la deforestazione, la distruzione della biodiversità. Un paio di mesi fa ho ricevuto i cappellani del mare. Nell’udienza c’erano sette ragazzi pescatori, che mi hanno detto: “Negli ultimi mesi abbiamo recuperato quasi sei tonnellate di plastica”. In Vaticano abbiamo proibito la plastica. Ma questa è la realtà. Poi ci sono i grandi polmoni dell’umanità, come la zona amazzonica. Difendere l’ecologia, la biodiversità che è la nostra vita, difendere l’ossigeno. Mi fa piacere che la difesa dell’ambiente la portino avanti i giovani. I governanti stanno facendo di tutto? Alcuni più, alcuni meno. E la parola bruttissima è corruzione. Ripeto letteralmente quello che mi ha detto un imprenditore spagnolo. La domanda che sentiamo dire perché ci approvino un progetto è: “E per me quanto?”. Sfacciatamente. Questo succede in Africa, in America Latina, anche in Europa, dappertutto.

Verso di lei ci sono forti critiche e persino alcuni suoi amici più stretti hanno parlato di un complotto contro di lei. C’è qualcosa che questi critici non capiscono dal suo pontificato, o c’è qualcosa che lei ha imparato dalle critiche? Un’altra cosa: lei ha paura di uno scisma nella Chiesa americana, e se sì, c’è qualcosa che potrebbe fare?
Le critiche aiutano e quando uno riceve una critica, subito deve fare autocritica. Io sempre delle critiche vedo i vantaggi. Delle volte ti arrabbi, ma i vantaggi ci sono. Poi nel viaggio di andata a Maputo, è venuto uno di voi a darmi un libro: “Come gli americani vogliono cambiare Papa”. Io sapevo del libro, ma non lo avevo letto. Le critiche non sono soltanto degli americani, ma un po' dappertutto, anche in curia. A me piace quando si ha l'onestà di dirle. Non mi piace quando le critiche stanno sotto il tavolo, magari ti sorridono con tutti i denti e poi ti pugnalano alle spalle. La critica è un elemento di costruzione e può avviare un dialogo. Invece la critica delle pillole di arsenico è un po’ buttare la pietra e nascondere la mano. Se faccio la critica e aspetto la risposta, vado dal Papa e parlo e scrivo un articolo e gli chiedo di rispondere, questo è leale, questo è amare la Chiesa. Fare una critica senza voler sentire la risposta e senza fare il dialogo è non volere bene alla Chiesa, è andare dietro ad una idea fissa. Sempre una critica leale è ben ricevuta, almeno da me.

Quanto allo scisma, nella Chiesa ce ne sono stati tanti. Dopo il Vaticano I, i cosiddetti vetero-cattolici se ne sono andati a causa dell’ultima votazione sull’infallibilità. Dicevano di voler essere fedeli alla tradizione della Chiesa e adesso fanno l’ordinazione delle donne. Dopo il Vaticano II c'è stato lo scisma di Lefevbre. Sempre c’è l‘azione scismatica nella Chiesa. E’ una delle azioni che il Signore lascia alla libertà umana. Ma io non ho paura degli scismi, prego perché non ce ne siano, che ci sia il dialogo, che ci sia la correzione se c’è qualche sbaglio, ma il cammino nello scisma non è cristiano. Poi mi viene da pensare: è il popolo di Dio a salvare dagli scismi, perché gli scismatici sempre hanno una cosa in comune, si staccano dal popolo e dalla fede del popolo di Dio. Il popolo Dio sempre aggiusta e aiuta.

Uno scisma è sempre uno stato elitario, ideologia staccata dalla dottrina. Per questo io prego che non ci siano gli scismi. Ma non ho paura. Io rispondo alle critiche. Ad esempio le cose sociali che dico sono le stesse che ha detto Giovanni Paolo II, io copio lui. Oppure, la primazia di una morale asettica sulla morale del popolo di Dio, la morale dell’ideologia, per così dire pelagiana, che ti porta alla rigidità. Oggi abbiamo tante scuole di rigidità dentro della chiesa, che non sono scisma, ma sono vie cristiane pseudo-scismatiche che finiranno male. Quando vedrete cristiani, vescovi e sacerdoti rigidi, dietro di quello ci sono dei problemi, non c’è la “sanità” del Vangelo. Per questo dobbiamo essere miti con le persone che sono tentate da questi attacchi, perché hanno un problema, e dobbiamo accompagnarle con mitezza.

Tornando al Mozambico. Come mai lo ha visitato a un mese dalle elezioni e con il presidente che l’ha invitata fra i candidati.
Non è stato uno sbaglio, ma una libera opzione. Perché la campagna elettorale che comincia in questi giorni passava in secondo piano. L’importante era aiutare a consolidare il processo di pace e sottolineare l'unità del Paese. E poi ho potuto salutare i leader dell'opposizione, per sottolineare che l’importante era quello e non fare il tifo per questo presidente, che io non conosco.

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