martedì 25 luglio 2023
Le strategie per rendere resiliente il patrimonio boschivo italiano di fronte all’emergenza climatica
I danni ingenti causati dal vento nella zona di Carezza, in val d'Ega (Alto Adige), con un migliaio di alberi schiantati al suolo, nel novembre 2018

I danni ingenti causati dal vento nella zona di Carezza, in val d'Ega (Alto Adige), con un migliaio di alberi schiantati al suolo, nel novembre 2018 - ANSA

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L’Italia è attraversata da un’importante infrastruttura verde costituita dal patrimonio forestale, una rete che si è progressivamente ampliata nel corso della fine del XX secolo e l’inizio del nuovo millennio. L’attuale superficie boschiva italiana occupa infatti poco più di 11 milioni di ettari, pari al 37% di tutto il territorio nazionale. È quanto si evince leggendo l’“Inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi Forestali di Carbonio - Metodi e Risultati della Terza Indagine”, pubblicato lo scorso anno dal Crea, il Centro di ricerca Foreste e Legno dell’Arma dei Carabinieri - Comando Unità Forestali Ambientali e Agroalimentari. Dalla lettura del volume nascono spontanee due domande: stiamo forse diventando un Paese forestale? E, in tal caso, il processo sta avvenendo nel modo migliore? I l primo quesito merita di essere oggetto di riflessione, per chiederci in particolare se questo fenomeno di “rinverdimento” del territorio sia percepito o meno dalla collettività.

Avere una serie di dati di facile accesso, come quelli forniti dall’Inventario Nazionale, costituisce sicuramente un fatto positivo e innovativo. Forse una maggiore opera di informazione sarebbe necessaria per fare capire il valore, anche economico, di questo patrimonio. Per quanto riguarda il secondo quesito vale la pena riflettere attorno ad alcuni fattori che possono metterci in avviso su un eventuale declino della resilienza dei nostri boschi e come (o quanto?) la crisi climatica che stiamo affrontando possa essere una concausa della maggiore incidenza di questi accadimenti. Il primo fattore che merita menzione è l’incendio boschivo. Dal punto di vista dell’importanza, almeno come superficie media percorsa, gli incendi continuano ad evidenziarsi come un fattore ecologico che “modella” il nostro patrimonio forestale in modo evidente e articolato sul territorio forestale. Da fattore ecologico l’incendio forestale si è trasformato in fenomeno catastrofico: ogni anno decine di migliaia di ettari sono devastati dal fuoco. Il fenomeno non è omogeneo nel tempo.

Negli ultimi quindici anni, dal 2008 al 2022, secondo l’European Forest Fire Information System (Effis), gli incendi hanno interessato più di 759.436 ettari di territorio nazionale: un’estensione pari al Friuli-Venezia Giulia. L e superfici colpite dal fuoco hanno interessato prevalentemente le zone del Centro-Sud, ma con una diffusione sempre più preoccupante in termini di danni anche in area prealpina e alpina. Un bosco che viene distrutto da un incendio non significa solo perdita di paesaggio e di biodiversità, ma anche immissione in atmosfera di anidride carbonica precedente immagazzinata nella biomassa, incremento di inquinamento atmosferico, riduzione di presidio idrogeologico e perdita della capacità di rigenerare e conservare le risorse idriche. Un altro fattore che sempre più frequentemente sta colpendo il nostro territorio è l’evento straordinario meteorologico, come la tempesta Vaia accaduta alla fine di ottobre 2018. Un evento catastrofico mediterraneo, caratterizzato da estreme raffiche di vento e forti piogge che hanno provocato diffusi schianti forestali, non solo in Italia, ma anche in Francia, Croazia, Austria e Svizzera. La tempesta ha devastato oltre 38.000 ettari di boschi del Nord Est Italia con oltre 16 milioni di m³ di massa legnosa depositata a terra. Eventi simili, anche se di minore impatto, si sono avuti nel corso degli ultimi anni anche nel Sud della penisola. Direttamente collegato a Vaia è la successiva pullulazione del bostrico (Ips typographus), un piccolo coleottero che nelle diverse fasi della crescita attacca l’abete rosso e lo porta rapidamente a disseccamento e morte.

Questo insetto è endemico nell’areale dell’abete rosso, ma diventa pandemico a seguito di alcuni eventi come gli schianti da vento o da neve che possono essere considerati veri e propri fattori predisponenti le infestazioni. Seppure Vaia sia accaduta alla fine del 2018, gli attacchi da bostrico si sono avuti in modo massiccio solo nel 2021 con picchi vertiginosi nel 2022 e nell’anno in corso. Le stime esposte recentemente dal professor Andrea Battisti, entomologo, a capo del Dipartimento della Scuola di Agraria dell’Università di Padova, alla Cerimonia di Inaugurazione del 72° Anno accademico dell’Accademia Italiana di Scienze Forestali, prevedono (al 2022) una massa di 7 milioni di metri cubi di abete rosso colpito dal bostrico. Un quantitativo enorme che si rifletterà non solo sul paesaggio e sull’assetto idrogeologico di intere valli, ma anche sullo status economico e sociale di ampi territori.

Da alcuni rilievi preliminari in alcune aree alpine nel corso dei primi mesi del 2023 è presumibile che la massa prima indicata risulti sottostimata e possa raggiungere, se non superare nel corso dei prossimi mesi, l’impatto di Vaia. Perché ho scelto questi tre fattori, incendi boschivi, la tempesta, il bostrico, che stanno ridisegnando il nostro patrimonio forestale? Cosa hanno in comune? Elemento predisponente, se non direttamente scatenante, è il cambiamento climatico. L’aumento delle temperature medie annuali, le ondate di calore sempre più frequenti e intense, l’alterazione del regime delle precipitazioni e lunghi periodi di siccità sono elementi predisponenti gli incendi così come il forte riscaldamento delle superfici marine è elemento scatenante le tempeste che si manifestano nel bacino mediterraneo. Il cambiamento climatico è, inoltre, una delle concause della diffusione del bostrico: il riscaldamento globale influisce sullo stato vegetativo dell’abete rosso alle basse quote e favorisce l’attacco del coleottero. Non solo esistono sinergie negative tra il cambiamento climatico e i tre fattori prima esaminati, ma anche effetti sinergici tra gli stessi. Ad esempio, alberi attaccati dal bostrico sono anche quelli più facilmente infiammabili. La situazione che è presente nelle alpi con il bostrico può trovare altre similitudini in Italia, a diverse latitudini, sia con insetti sia con altri patogeni. E una articolazione di fattori simili si può trovare in altri contesti del nostro territorio.

Questa grande crisi ambientale però, non deve essere vissuta solo visione prospettica negativa. Mutuando un pensiero di Einstein – «... come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie» – l’uomo e la ricerca devono cogliere l’occasione di accettare la sfida per studiare come rendere i boschi più resilienti. Sicuramente i boschi che oggi soffrono gli incendi, le tempeste e il bostrico non sono solo il risultato di un’evoluzione naturale, ma risentono della manipolazione che l’uomo stesso ha operato nel corso dei secoli alterando e semplificando gli ecosistemi che erano presenti nel passato. È possibile che nei prossimi decenni l’abete rosso scompaia da vari territori, in particolare nella bassa e media montagna dove è, altrettanto probabile, che l’uomo lo abbia diffuso nel passato più o meno recente per motivi di carattere economico. È necessaria una strategia forestale che non trovi solo applicazione a livello comunitario e nazionale, ma anche a livello di valle e di singolo comprensorio, una strategia che punti all’incremento di biodiversità dei boschi e alla loro migliore resilienza.

Esperienze di modifica della composizione e struttura dei boschi finalizzate al contrasto del bostrico si stanno attuando in altri paesi come Germania e Svizzera. Una maggiore diffusione delle latifoglie al posto dell’abete rosso non solo sarebbe funzionale a limitare la diffusione del coleottero, ma anche favorire una maggiore resilienza nei confronti di incendi e tempeste. Oltre che monitorare quanto stia avvenendo nei nostri boschi o effettuare tagli di risanamento è possibile anche avere un atteggiamento attivo, propositivo e congruo con le politiche di adattamento al cambiamento climatico.

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