mercoledì 18 ottobre 2017

Caro Avvenire,

mi ha fatto un certo effetto vedere stampata sulla maglietta di un operaio metalmeccanico di Genova la scritta latina: «Pacta sunt servanda = I Patti vanno osservati ». È la ennesima prova che la lingua latina, data morta da noi italiani con pervicacia incredibile, e niente affatto sostenuta dai mass-media (so già in anticipo che non pubblicherete né darete risalto a questa lettera perché, come sempre, direte che i problemi sono ben altri. È proprio vero che “carmina non dant panem”? ), venga fuori a ogni piè sospinto con queste dizioni:

ius soli (= diritto del suolo); ius culturae (= diritto della cultura); referendum (= da riferire); ultimatum (= ultima cosa da fare); deficit (= manca ); dura lex sed lex (= legge dura ma legge) ; ultra (= oltre); super (= sopra); A.M.(ante meridiem = prima di mezzogiorno); P.M. (post meridiem = dopo mezzogiorno); et coetera (= eccetera)... Cosa ci sarebbe di strano nel dare a tutti gli italiani almeno le basi della lingua latina? Da vent’anni mi batto per questo, e regalo a tutti i ragazzi delle medie un mio libretto che spiega le basi del latino...

Romano Nicolini, Istituto "Valloni" Rimini

Un operaio metalmeccanico a Genova esibisce sul petto la massima: «Pacta servanda sunt» (anche se la forma corretta è Pacta sunt servanda). Non ha bisogno di traduzione, quel latino è elementare e trasparente: i patti vanno rispettati. Come i lettori di questo giornale sanno bene, la scritta esibita dall’operaio si riferisce alla vertenza Ilva e al tentato “tradimento” degli impegni assunti dalla nuova proprietà all’atto dell’acquisto della grande azienda siderurgica italiana. Il nostro lettore, invece, è un appassionato latinista e, anche se in questa lettera non lo dichiara, un sacerdote. E ha ottime ragioni per sottolineare un caso che è specifico eppure globale: quel monito, infatti, va bene per qualsiasi conflitto fra uomini; è antico quasi come il mondo, perlomeno come il nostro mondo, e vive ancora, sul petto di un operaio nell’anno 2017. Come moltissime espressioni mantenutesi nei secoli, che tuttora si affacciano nella lingua parlata, e ne fanno a tutti gli effetti parte. Che affiorano nei nostri discorsi, a testimoniare l’intimo legame che intercorre fra il latino e l’italiano.

Io appartengo alla generazione che cominciava a studiare il latino già alle medie. Poi l’ho studiato, purtroppo spesso svogliatamente, al liceo. Me ne resta abbastanza per decifrare le lapidi nelle chiese e sui monumenti. Mi piaceva farlo quando i figli erano bambini: era la scoperta di un mondo, e quasi una caccia al tesoro, l’essere tramite per loro di quella lingua nobile e antica. Mi piaceva e mi affascinava soprattutto andare in cerca con loro della etimologia delle parole. Occidente, da occidere, derivante da ob e cadere, il cadere del sole. Oriente da orior, sorgere. E settentrione? Da septemtriones, i sette buoi, cioè le sette stelle del Grande Carro, a nord nel nostro emisfero. I figli mi ascoltavano stupiti. Sembrava un gioco arcano, come se ogni parole ne contenesse dentro un’altra, più antica: che indicava tempi remoti, in cui gli uomini, per esempio, si orientavano guardando le stelle.

Caro professore, caro don Romano, non so quanto sia realizzabile il suo desiderio di reintrodurre il latino, almeno a livello elementare, nelle scuole, in un momento in cui ci si preoccupa più dell’inglese... Certo, è un privilegio, conoscere almeno le basi del latino. Ma a chi non lo ha avuto dalla scuola resta la possibilità, volendo, di rintracciare l’etimologia, la radice delle parole. Basta uno smartphone, ed è un bel modo di usarlo. Si mette in ricerca un termine, e, accanto, “etimologia”. Torrente, per esempio. Viene da torrere, disseccare, a significare che d’estate il torrente si prosciuga. Ed è parente di torrido, il caldo rovente del solleone. Quanti segreti chiusi dentro alle parole che usiamo comunemente. Come una chiave, che le decifra e le lega.

Come vede, professore, abbiamo pubblicato anche questa sua lettera. Così come nelle nostre pagine di cultura pubblichiamo, ogni quindici giorni (l’ultima volta venerdì scorso 13 ottobre, sotto al titolo « Ceterum censeo lycea delenda! »), una rubrica su temi di attualità scritta in latino. Attualmente è affidata a Luigi Miraglia che l’ha battezzata “Mercurius”. Forse, è vero, carmina non dant panem, però danno una ricchezza interiore e di significato, che non possiamo lasciar perdere e disperdere.

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