venerdì 17 novembre 2017

La morte, la nemica. Non facciamo finta, è un pensiero che punge, ne abbiamo paura, ripugnanza, tutti. La morte di quelli che amiamo è dolore. La morte che verrà, la sua attesa temuta è un’emozione rimossa, a scansarne l’angoscia. C’è nella morte qualcosa di sbagliato, di ingiusto, come un segno d’invidia triste, di sconfitta e nonsenso. «Dio non ha creato la morte» è scritto nel Libro sacro. Tutta la tensione dell’essere, anche dentro l’istinto, è per la vita.

Oppure. Oppure la morte, la sorella. Come una sorta di approdo del senso, o di varco intravisto dal cuore sino a intonarvi una lauda, come nel cantico del santo d’Assisi. Sino a indovinarvi un’ultima beatitudine, quasi un’eco dell’estrema preghiera sapienziale «beati mortui» (qui in Domino moriuntur).

La vita dell’uomo si disegna dunque in faccia alla sua morte. La morte ne delimita il corso, ma non solo: la morte ne definisce la vocazione all’eterno. Alla perpetua lux. L’uomo si studia di tenere accesa la vita studiando i misteri del corpo e i segreti delle sue mappe genomiche, lottando contro le malattie e il declino, affinando le arti chirurgiche, inventando i prodigi della farmacopea; e in questo c’è qualcosa di grande. Grande non per l’illusione di tener scacco infinito alla morte, epos perdente, ma per la cura da uomo a uomo, e in ultima analisi per l’amore che la sostiene, in vita e in fine-vita, fino al commiato.

Umanamente. Umanamente è la parola che ho in cuore, intanto che leggo la lettera del papa Francesco al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association sulle questioni di fine-vita, organizzato in Vaticano unitamente alla Pontificia Accademia per la Vita. C’è umanità e ispirazione in quello scritto. A cominciare proprio dalla coscienza del limite della condizione umana mortale, quando gli interventi sul corpo non hanno più proporzionata ragione. Non è dare o darsi la morte, questo: è accettare di non poterla impedire, e «restituire umanità all’accompagnamento del morire». Fa pensare, questa parola del Papa; è una visione etica già solida nella tradizione; ma ne esce come accentuata dalla sua collocazione prolettica.

Fermo che intendere la disponibilità della vita e della morte è inaccettabile hybris, e l’eutanasia sempre illecita, nell’accanimento affiora un’inversa iattanza. Fa pensare, dico, perché mette a fuoco la difficoltà e la complessità del giudizio nei casi concreti, e in primo piano esalta il ruolo della persona malata nel dialogo terapeutico decisionale. È lui che conta più di tutti. Anche quando è povero, senza potere e nel nostro mondo sempre più abituato a cure strabilianti e costose, teme e denuncia il Papa, vittima designata di «ineguaglianza terapeutica».

Brilla, su tutto, una frase che fa da bandiera, come nervo centrale della lettera: papa Francesco la chiama «prossimità responsabile», citando il vangelo del samaritano. E traducendola la innesta nella «relazione senza abbandono» anche nei casi di angoscia. È un passo, questo, dove il linguaggio si fa d’improvviso colloquiale, e dice di dare amore ciascuno come può, nel modo che gli è proprio («ma lo dia!»).

A volte i dibattiti fra esperti di bioetica sembrano un’esercitazione che incrocia princìpi, assiomi, visioni, sistemi, talvolta sfocando la concretezza delle infinite variabili delle vicende umane del vivere e del morire. E forse non c’è un rasoio di Occam che tutto riduca all’uniformità dell’agire. Mettere in una legge le regole non è facile, ma farlo è doveroso, nel modo il più possibile condiviso. L’ultima parte della lettera vi fa cenno, auspicando un clima «di reciproco ascolto e accoglienza», con il compito di proteggere ogni essere umano e in primis i più deboli.

Viene d’istinto rammentare che in Italia c’è una proposta di legge (sulle Dat) molto discussa, in stallo. Non v’è uniformità di giudizi; ma ciò che è imperfetto potrebbe essere migliorato, corretto, reso adeguato, invece che accantonato senza fine. L’etica è una guida preziosa per esprimere il bene, non per tacerlo; preziosa ed esigente, perché vuole che sia il bene. Ci proviamo? C’è spazio, nella riflessione giuridica, per un briciolo di quel lievito, di cui parla il Papa? Un po’ d’amore, ognuno come gli è proprio. E di giustizia.

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