giovedì 20 novembre 2014
COMMENTA E CONDIVIDI
Gentile direttore,
non so se è vero che nel nostro Paese non c’è la pena di morte se consideriamo che nelle carceri italiane muoiono ogni anno per suicidio più persone di quante ne vengono giustiziate nei Paesi dove ancora c’è la pena di morte. Ma non le sembra ipocrisia quella di un Paese che si iscrive tra quanti chiedono una moratoria per la pena di morte e nel contempo mantiene l’ergastolo che è una morte con una lunghissima pena? Lei che cosa ne pensa?
Valentino Castriota, Trepuzzi (Le)
Che cosa penso, gentile signor Castriota, dei drammi che si consumano dietro le sbarre delle nostre carceri? Basta sfogliare “Avvenire” per avere la risposta. I miei colleghi e io – accanto a giuristi, volontari, cappellani e operatori carcerari, ma anche, in questo caso, all’unisono con politici portatori di valori e di visioni non in tutto e per tutto vicini ai nostri – ci battiamo da sempre per Istituti di pena che siano, ovviamente, strutture organizzate per assicurare la giusta “retribuzione” del male fatto, ma soprattutto siano organizzate per agevolare il recupero umano e sociale delle persone in esse richiuse. Prigioni civili, insomma, non luoghi di abbrutimento e di persino mortale disperazione. Patiboli non dichiarati. Come la penso sull’ergastolo e in particolare – stando al nostro ordinamento – sull’«ergastolo ostativo» (quello che grava la persona riconosciuta colpevole di un gravissimo reato con la vera sanzione del «fine pena mai»)? La penso come papa Francesco che il 24 ottobre scorso, rivolgendosi ai giuristi dell’Associazione penale internazionale, ne ha parlato come di una «pena di morte coperta», ovvero nascosta. Penso, dico e scrivo questo da molti anni. E anche da direttore di “Avvenire” ho motivato tale giudizio in più occasioni. Non è elegante autocitarsi, ma a volte è utile: il 19 gennaio 2010, nella risposta alla questione propostami da un altro lettore, usai un’immagine dura e non troppo lontana da quella scelta dal Papa: «Pena di morte a rate». Negli ultimi anni, non ho cambiato idea. Anzi. E chiedo a chi rappresenta e governa il nostro Paese di decidersi, anche a questo proposito, a dare seguito ai princìpi stabiliti nella Costituzione: c’è, indubbiamente, da restituire senso e contenuto al concetto di «certezza della pena», ma c’è, una buona volta, da illuminare il cammino di recupero del carcerato con la concreta prospettiva di una riammissione nella comunità civile. La strada maestra, quella che fa crollare i tassi di recidiva (cioè il ritorno al crimine), passa – come abbiamo documentato più volte – per un progressivo avviamento al lavoro dentro e, quando questo diventa appropriato, fuori dal carcere. Non tutti riusciranno, ma a nessuno questa possibilità può essere negata. p.s. Scrivere quel che ho appena scritto nel Paese delle mille ingiustizie – magari per prescrizione, come ieri in Cassazione nel processo sulle stragi silenziose da Eternit – può sembrare un discorso da illusi. Ma chi si ostina a sognare un’Italia e un mondo più giusti non può arrendersi. E neanch’io lo faccio.
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI