Macbeth e il tempo della prova: «Fuggi fantasma tremendo»
martedì 7 dicembre 2021

«Deh, fuggi, fantasma tremendo... ». Quando stasera sul palcoscenico del teatro alla Scala di Milano Luca Salsi, nei panni di Macbeth, intonerà le due battute composte da Giuseppe Verdi che traducono in musica il verso del librettista Francesco Maria Piave, sarà quasi inevitabile che il pensiero corra oltre la trama del capolavoro “infernale” che stasera aprirà la stagione al Piermarini. Perché in sala non aleggerà soltanto lo spettro di Banco, l’amico fatto uccidere dall’eroe perduto nella sua ambizione di potere, ma anche il «tremendo fantasma» del Covid.

E il grido disperato del baritono sembrerà quasi un’invocazione collettiva di liberazione, di normalità. Una normalità ancora rarefatta nei teatri, nonostante torni il 7 dicembre alla Scala dopo lo choc dello scorso anno quando la pandemia aveva costretto a cancellare il tradizionale spettacolo inaugurale. E i vertici del teatro avevano ripiegato per il gala A riveder le stelle... registrato e poi trasmesso in televisione per non rinunciare a un orgoglio tutto italiano. Quella di oggi sarà la prima serata con il vero “tutto esaurito” alla Scala da quando, all’inizio di ottobre, le sale del Paese hanno recuperato la massima capienza.

Ma il sold-out resta una chimera nella Penisola. Pochissime le eccezioni: una è di qualche giorno fa al San Carlo di Napoli in occasione dell’Otello “delle star” che ha aperto il cartellone lirico. Per il resto la paura frena ancora il pubblico: nonostante il passaporto sanitario e le mascherine, la voglia di sedersi davanti a un sipario che si alzerà o a uno schermo cinematografico che si animerà non vince le preoccupazioni. Allora è un azzardo avere un teatro di oltre duemila posti che sarà al completo mentre già si avvertono gli effetti di una nuova ondata di contagi? Forse. Con soddisfazione il sovrintendente della Scala, Dominique Meyer, osserva che uno dei simboli del Paese non si ferma mentre ad esempio a Vienna il teatro che lui aveva diretto, la Wiener Staatsoper, è chiuso per il lockdown nazionale o a Monaco di Baviera l’Opera di Stato accoglie al massimo cinquecento spettatori: meno di un quarto di quanto potrebbe. La Scala resiste perché l’Italia resiste.

Con coraggio. E a dispetto delle rimostranze di chi rifiuta il vaccino e resterà fuori dal Piermarini anche se ha acquistato un biglietto di platea da 2.500 euro. Perché, con la Prima, il tempio della lirica diventa anche un banco di prova per il super Green pass entrato in vigore ieri: si varca l’ingresso solo se vaccinati o guariti, non con il tampone. E tuttavia, mentre il cromatismo verdiano e la “parola scenica” cara al genio di Busseto riempiranno il teatro e arriveranno nelle case in diretta tv, la mente non potrà non andare all’emergenza sanitaria. Perché Macbeth è l’opera del tempo della pandemia, che ne tratteggia le angosce, i drammi ma anche le speranze. Scelta lungimirante quella del direttore musicale Riccardo Chailly che l’ha voluta mettere in scena.

Nessun riferimento politico o all’attualità, ha già avvertito il regista Davide Livermore anticipando il suo colossale allestimento. Certo, quando Banco canta «Usciam da queste tenebre », il riferimento è, sì, al presagio di quella morte che lo attende, ma è anche evocazione della notte portata dal virus. E il coro «Patria oppressa» assurge a “preghiera” di riscatto in questo frangente. Persino il protagonista che cerca nei vaticini delle streghe il sigillo per essere «glorioso invincibil» richiama la terribile e illogica sicumera di coloro che ripudiano buona scienza e saggia medicina ritenendosi intrepidamente immuni.

Epperò del condottiero shakespeariano qualcosa possiamo condividere: è quell’aspirazione racchiusa nella frase di matrice dantesca «Il velame del futuro... squarcierò ». Anche noi vorremmo squarciare il velo di un domani finalmente ritrovato. Un domani senza oppressore che l’opera a tinte fosche annuncia nel finale. Con l’«aurora che spuntò», come Macduff celebra.

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