venerdì 23 febbraio 2018
Caro direttore, bene ha fatto il suo giornale ad aprire un dibattito sul tema del debito pubblico, che dovrebbe essere al centro della discussione politica e culturale
Ma il debito è frutto di interessi (ed evasione)

Caro direttore,
bene ha fatto il suo giornale ad aprire un dibattito sul tema del debito pubblico, che dovrebbe essere al centro della discussione politica e culturale, soprattutto nell’imminenza di un appuntamento elettorale, ma che vede, al contrario, le forze politiche quasi tutte impegnate nel medesimo gioco di prestigio: far credere che siano realizzabili tutte le promesse messe in campo, senza mettere in discussione l’attuale dinamica sul debito imposta dai vincoli europei, da Maastricht al Fiscal Compact, passando per il Patto di stabilità e il Pareggio di bilancio.

Perché delle due l’una: o si continua a sottostare ai parametri indicati e si prosegue con le politiche di precarizzazione del lavoro, di fiscalità a favore di grandi imprese e patrimoni, di mercificazione dei beni comuni e privatizzazione dei servizi pubblici, o si inverte la rotta e si intraprende la strada per un altro modello sociale. Se c’è un pregio dell’attuale crisi sistemica in cui siamo da anni immersi, è l’aver finalmente reso chiaro che tertium non datur. Il debitometro, piazzato in tutte le stazioni ferroviarie dall’Istituto Bruno Leoni è da questo punto di vista illuminante: immerso tra la pubblicità di una marca di profumo e la proposta di un viaggio esotico, evidenzia in brevissimi attimi tutte le contraddizioni di un modello che ha smesso da tempo di proporsi come un orizzonte di benessere generalizzato, per assumere i connotati di una divaricazione fra ricchi e poveri sempre più marcata.

È così che, sui grandi schermi delle stazioni, il messaggio che viene presentato passa, nell’arco di pochi secondi, dall’immagine dell’uomo innocente e spensierato del consumo che merita di possedere ciascuna delle merci paradisiache che sfilano sullo schermo, a quella dell’uomo colpevole del debito, perché non lavoriamo abbastanza, andiamo in pensione troppo presto, sperperiamo e viviamo costantemente al di sopra delle nostre possibilità. Peccato che i prodotti pubblicizzati ossessivamente riguardino l’economia del lusso, ovvero quella parte di società che, non solo non ha risentito della crisi, ma vi ha trovato persino nuove fonti di arricchimento; mentre il debitometro incombe per bloccare qualunque desiderio di chi appartiene a fasce sociali diverse, sia esso un anelito individuale a voler possedere qualcosa in più, sia essa una rivendicazione collettiva verso una trasformazione più giusta della società. Il debito pubblico è un fenomeno complesso, in merito al quale occorre evitare semplificazioni, facilmente smentibili dai dati di realtà. Una di queste, molto in voga tra gli economisti mainstream , è quella che attribuisce il suo aumento all’eccesso di spesa pubblica.

Ebbene, la spesa pubblica del nostro Paese è stata costantemente inferiore a quella della Ue e dell’attuale Eurozona per tutti gli anni 80 del Novecento, durante i quali il nostro rapporto debito/Pil è schizzato da sotto il 60% a sopra il 120%; e, dal 1990 a oggi, il nostro Paese - come è già stato ricordato su queste pagine - ha chiuso il bilancio in avanzo primario 26 volte su 28, mentre il debito pubblico ha continuato la sua ascesa sino ai valori attuali. Sembra evidente come sia il pagamento del servizio del debito, ovvero gli interessi, il nodo scorsoio che stringe il collo a ogni possibilità di un futuro diverso: d’altronde quale 'buon padre di famiglia' considererebbe normale - e non usura criminale - aver pagato dal 1980 ad oggi oltre 3.400 miliardi di euro di interessi su un debito che assomma a 2.256 miliardi? E mentre gli economisti mainstream esultano a ogni correzione positiva di un decimale di Pil, nessuno di loro ha il coraggio di dire alla popolazione che, grazie alla spirale degli interessi, l’unica possibilità di essere l’anno prossimo meno indebitati di quest’anno risiede in un aumento del Pil attorno al 4%, evento che – ammesso sia auspicabile – non si darà per i prossimi decenni.

Parlare di tasse è oggi tabù, ma forse occorre mettere mano a un sistema fiscale che da tempo ormai viola il principio costituzionale della progressività per scaricarne il peso dai grandi patrimoni finanziari e immobiliari alle fasce deboli della popolazione; e perché non proiettare nelle stazioni, sempre fra una marca di profumo e una vacanza esotica, un evasometro, ovvero un contatore che dica a tutti come ogni anno circa 120 miliardi vengono ancora sottratti alla ricchezza comune? Il debito pubblico è un problema, ma se non lo si affronta con dati di verità rischia di diventare una trappola ideologica che favorisce la rassegnazione al mantenimento dello status quo. Forse è giunto il momento di dire – come da tempo enuncia Cadtm Italia (Comitato per l’annullamento dei debiti illegittimi) – che, se il debito è pubblico tutti hanno il diritto di conoscere come si è formato, per quali interessi è stato contratto, quale parte è illegittima e odiosa, così come tutti hanno il diritto di decidere che fare in merito. Perché il futuro è troppo importante per delegarlo agli indici di Borsa.

Questo articolo fa parte del dibattito sul tema del debito pubblico che continuerà a più voci e con diverse posizioni.

*autore del libro 'Dacci oggi il nostro debito quotidiano' (DeriveApprodi, Roma, 2017) (Decimo intervento di una serie)

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