Ma non tutti i possibili «noi» sono una buona comunione
sabato 6 marzo 2021

«Nel 1602 a Roma ci fu un processo dopo la scoperta di un buco aperto nella stanza della spezieria da cui si poteva guardare la strada. Emerse come unica responsabile una giovane conversa, suor Damiana, che ammise di avere realizzato l’apertura con lo spiedo grosso usato per l’arrosto. Interrogata sulle ragioni, ella rispose che era stato "niente altro se non che vedeli il calcinaccio di fuore, che si scalcinava, me venne voglia di veder dove vi usciva"» (Alessia Lirosi, I monasteri femminili a Roma nell’età della Controriforma, Viella 2012). La vita sociale ed economica dei monasteri femminili tra Medioevo e Modernità contiene un’immensa ricchezza. Dentro quelle clausure collettive, quasi sempre forzate, avvenivano dei processi umani oggi quasi interamente dimenticati, anche dal movimento femminile e femminista. Il mio primo augurio per questo 8 Marzo va a loro, e alle loro sorelle di oggi.

I monasteri femminili sono sempre state istituzioni a libertà limitata e vigilata da maschi. Uomini, quasi sempre celibi, che sulla base di donne immaginate producevano regole per governare la vita di donne in carne e ossa: «Essendo tale il voto di castità, le monache sono a ciò tanto più tenute per la fragilità del loro sesso». E per custodire il sesso fragile che a detta di quei teologi le esponeva più facilmente (dei maschi!) al peccato carnale, «la superiora deve procurare che i ferri delle grate de’ parlatori siano ristretti in modo che non si possa cavar la mano» (Giovanni Pietro Barco, Specchio religioso per le monache, 1583). Ecco perché la clausura non è stata soltanto un "chiudere dentro" le donne ma anche, come mi ricorda la mia amica carmelitana Antonella, un "chiudere fuori" dal monastero i maschi e le loro ingerenze, anche senza mai riuscirci abbastanza.

Anche i monasteri femminili vivevano un loro ora et labora. Nei monasteri, insieme e accanto al lavoro delle amanuensi (non ancora abbastanza sottolineato), nascono anche delle vere e proprie scuole di ricamo (secondo la scuola italiana che lascia scoperto il fondo del panno). Altro settore "classico" erano i dolci (e in parte anche i liquori): «La città di Bologna fa un commercio notevole di cotognate o gettate di cotogne. Le suore fanno a gara per sorpassarsi l’un l’altra in questa dolce manifattura» (Jean-Baptiste Labat, Diario, 1706). In tutta la Sicilia le suore erano specializzate in dolci e manicaretti. I ricettari più rari erano considerati una sorta di monopolio segreto dei monasteri femminili – la "frutta martorana" deriva dal monastero femminile della Martorana. Sempre in Sicilia (Noto) celebre era la lavorazione della cera nei monasteri femminili, che raggiungevano una notevole qualità. Inoltre producevano aceto, profumi, coltivavano fiori, creavano rose di seta, saponi, ma anche cilici, flagelli, catenelle, e braccialetti e collanine per ragazze (Antonino Terzo di Palazzolo e Lina Lupica, I lavori delle claustrali, 1991).

Importante, e poco noto, era il lavoro artistico. Oltre a suonare vari strumenti e a essere stimate e cercate come maestre di canto, le monache scrivevano poesie e opere teatrali che venivano messe in scena durante le celebrazioni religiose (Elissa B. Weaver, Convent Theatre in Early Modern Italy). Dopo il Concilio di Trento le badesse opposero molta resistenza nei confronti dei vescovi che cercarono di applicare le restrizioni in materie di teatro, musica e canto nei monasteri: «Non si facciano commedia né rappresentazioni» (in Angela Fiore, La tradizione musicale del monastero delle clarisse di Santa Chiara in Napoli). Divieti quasi sempre disattesi. Interessante è la figura di suor Plautilla Nelli (1524-1588), ricordata dal Vasari che faceva notare che i santi di suor Plautilla erano molto "femminei": «La Nelli in luogo di Cristi faceva Criste» (Vincenzo Fortunato Marchese, Memorie dei più insigni pittori...).

Leggendo i documenti, e in particolare i libri delle cronache scritte dalle stesse monache, ciò che infatti emerge immediatamente – perché evidente e ovvio – è che in quei monasteri si riflettevano le strutture e le gerarchie sociali che li avevano generati: quelle tra ricchi e poveri, patrizi e plebei, tra maschi e femmine. Le monache erano divise tra coriste (o velate) e converse (o servigiali), a volte chiamate "signore" e "serve" (Clarisse di Napoli). Le coriste, che pregavano nel coro e avevano fatto la professione solenne, erano le monache con pieni diritti. Votavano la badessa, che doveva necessariamente essere scelta tra le coriste, e potevano essere "officiali", ricoprire cioè gli incarichi apicali della governance dei monasteri – speziale, maestra del coro, maestra delle novizie, portinaia, vicaria, camerlenga, sacrestana, tesoriera, celleraria –, e solo loro potevano far parte del consiglio della Badesse (le monache "discrete"). Le converse erano spesso analfabete, socialmente inferiori e trattate come tali, dormivano in dormitori collettivi, dovevano occuparsi delle faccende domestiche, delle suore malate e dei lavori più umili del monastero. In questo modo sollevavano le velate dalle occupazioni più terrene. E se la conversa fosse stata capace di leggere, doveva comunque astenersi dal farlo e mantenere le distanze dalle "altolocate" coriste.

Dopo il Concilio di Trento le converse vennero spostate in un edificio a sé, anche se continuavano a essere le cameriere personali di singole coriste. A San Silvestro in Capite (Roma) nel 1665 le coriste si lamentarono del fatto che le converse in infermeria non volevano fare i lavori più umili, e alle grate non cedevano loro il posto. La disistima sociale per la cura, che ancora segna la nostra civiltà, non dipende solo dal suo essere faccenda femminile e quindi domestica; nasce anche dalla gerarchia sociale tra donne. Le donne nobili erano tali anche perché non erano donne di cura, grazie ad altre donne povere (ieri nei monasteri e nei palazzi patrizi, oggi nelle nostre case). Eppure, dentro questi paradossi che a noi risultano oggi incomprensibili se non facciamo un notevole sforzo di empatia storica, stava nascendo qualcosa di nuovo.

Un primo ambito, anche questo improbabile e paradossale, è quello del diritto penale. La concezione della pena, intesa come rieducazione e riabilitazione, la si attribuisce al movimento illuminista e utilitarista del Settecento (Beccaria e Bentham). Raramente si rammenta il ruolo dei monasteri. Fu anche per punire monaci e monache che si sviluppò la pena come lunga reclusione protratta nel tempo in un carcere del monastero, assente nel mondo antico. Per esempio, nel monastero delle agostiniane di Santa Marta di Roma la monaca che aveva commesso una gravissima colpa «sia rinchiusa in sequestro, con discretione, e charità, procurando sempre che si converta, e torni à penitenza». Il carcere aveva come obiettivo il recupero della colpevole, qualcosa che si avvicina alla visione moderna della pena. Il linguaggio delle carceri nasce come sviluppo di quello monastico – «celle» e «parlatorio».

La vita economica dei monasteri femminili è una miniera quasi del tutto inesplorata. Innanzitutto, uno stupore (almeno mio): quello per la resistenza delle monache alla "comunione dei beni", che il Concilio di Trento cercò di reintrodurre. Leggendo i documenti si nota che, nonostante le visite e i documenti dei vescovi, i monasteri femminili erano disubbidienti in tema di proprietà privata delle singole monache. Perché?
Importante è un episodio, riportato anche questo nel fondamentale lavoro di Alessia Lirosi sui monasteri romani. Nel 1601 il cardinale protettore chiese di abolire la proprietà privata personale: «Finito il cardinale ebbe il suo discorso, le madri tutte di comun consenzo risposero che per il passato avevano avuto l’istesso desiderio; ma il monastero non aveva tanta facoltà da poter mantenere il comune, sì che le monache furno necessitate ognuna ripigliarse le sue robbe». Avevano dunque provato, diceva la badessa, ma la gestione comune non aveva funzionato. Il cardinale insisteva, così le monache «senza far altra replica con indicibile allegrezza ogn’una portò panni di lino et di lana alla stantia del crucifisso, e tutto quello che le monache tenevano particolare». Ma, aggiunge la Lirosi, «dopo tale improvviso giro di vite, lentamente qualcosa si allentò. Infatti pochi anni dopo, nel 1607, le disposizioni impartite dal cardinale vennero ribadite, vietando ancora ricami e sete alle tovaglie dell’altarino di ognuna o alle cortine del letto». Le badesse e le loro monache resistevano dunque all’ordine della comunione dei beni. Quella disubbidienza era espressione di attaccamento alla loro roba da parte di quelle ricche nobildonne? Qualche volta sarà stato solo questo, forse quasi sempre. Ma credo che qualche badessa abbia disubbidito per qualcosa di molto più importante. E in quelle poche monache diverse, fosse anche una sola, c’erano tutte le donne del mondo.

Quando la vita ti conduce in una reclusione, e un giorno arrivi a prendere lo spiedo grosso per fare un buco sul muro per vedere la vita che scorre al di là del tuo recinto, improvvisamente scopri il valore delle cose. Si illuminano come e più dell’altare e delle statue in cappella. Ti parlano, ti dicono che esisti davvero, che ci sei. E comprendi o intuisci che obbligarti a tirar fuori la tua roba dal tuo bauletto, «i ricami e le sete alle tovaglie dell’altarino», a rinunciare a quelle poche cose che ti consentono di dire "mio" («Nissuna dica mio di cosa alcuna, ma di tutte dica: nostro, solo per il male dica: mio», Costituzione monastica citata in Lirosi), è una violenza eccessiva, alla quale le monache e le loro badesse resistevano (bella questa solidarietà tra donne, almeno qui), per quell’istinto vitale tutto femminile. C’è una "roba" interamente femminile e diversa, che non abbiamo ancora capito.

Il significato vero e giusto della proprietà privata forse non nacque solo nei trattati di Locke o di Duns Scoto; qualche riga fu scritta anche dentro quelle clausure, quando alcune donne si rifiutarono di dire "nostro" perché intuivano che quel "noi" le stava semplicemente uccidendo. A ricordarci che non tutti i "nostri" sono buoni, ma solo quelli che nascono da incontri di gratuità tra tanti "mio" donati. Ieri e oggi. La buona comunione dei beni è approdo di cammino, è il culmine di un processo di comunione della vita che un giorno fiorisce in comunione dei beni, mai imposta né chiesta d’ufficio come il pagamento dovuto oggi per un assegno in bianco firmato ieri. Il "mio" che risorge in "nostro" può essere solo il frutto di una mia scelta che diventa anche la tua. Fuori e dentro i monasteri. Troppi "nostri" sono invece solo coperture ideologiche di abusi di potere e di violenze. Come c’è una proprietà privata che nasce dal peccato individuale – lo ricordava Duns Scoto –, esiste anche una proprietà comune che nasce dal peccato collettivo.
Il buco sul muro di suor Damiana, i ripetuti "no" alla distruzione delle opere teatrali, le disubbidienze delle badesse ai cardinali fatte con "allegrezza", vanno annoverati tra gli atti di libertà che hanno generato lo spirito moderno, spirito di uomini e di donne. Ma la modernità laica non lo sa.

l.bruni@lumsa.it
18 - continua)


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