venerdì 5 febbraio 2010
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Caro direttore,un uomo può amare solo se è stato amato. Per accettarci, abbiamo prima bisogno di sentirci riconosciuti da un padre e da una madre, di avere avuto un posto nella storia di una famiglia. La famiglia è il luogo in cui siamo generati nella totalità di persona; è la dimensione in cui ciascuno riceve un volto, un valore. Nessun gruppo umano possiede una tale capacità generativa, nessuno ha il potere di umanizzare e personalizzare come la famiglia. Chi ha sperimentato, nella sua infanzia, relazioni positive, sarà portato, a sua volta, ad atteggiamenti di accoglienza verso gli altri e di fiducia nella vita. Sarà più propenso a superare le difficoltà. Compito primario della famiglia è quello di garantire alle nuove generazioni un basilare apprendistato di affetto e di speranza. Ma oggi i genitori, se da un lato, rispetto al passato, sono diventati più sensibili e attenti alle esigenze dei figli, dall’altro li percepiscono spesso in modo narcisistico, come la realizzazione del desiderio di paternità e maternità, anziché come soggetti autonomi. Alla base del rapporto genitori-figli c’è, non di rado, un atteggiamento seduttivo causato dal timore di perdere l’affetto dei figli. Osserva il pedagogista francese Daniel Marcelli che il genitore odierno non è teso a educare, nel senso di tirar fuori le potenzialità del figlio (ex-ducere), ma ad attirare il figlio a sé (se-ducere), a compiacerlo, appagando ogni suo bisogno o presunto tale. Egli non si accorge che l’educazione esige il rispetto della distanza, in quanto un rapporto di tipo identificatorio mira alla duplicazione di se stessi nell’altro. Alla figura del genitore educatore, subentra così quella del genitore «amico» che abdica alle proprie responsabilità formative. Questi genitori dimenticano che all’interno della famiglia c’è sia una relazione orizzontale (tra i coniugi), sia una relazione verticale (quella tra genitori e figli), e che, quest’ultima è, per sua natura, gerarchica. I figli non vogliono due amori paralleli. Hanno bisogno, invece, di un amore triangolare, in cui i genitori sono innanzitutto uniti tra loro e insieme si rivolgono al figlio. Nella nostra epoca, purtroppo, gli impegni di lavoro e soprattutto separazioni e divorzi dividono i genitori fra loro e li allontanano dai figli. Gli studi mettono in evidenza la frequenza assai più elevata di problemi psicologici nei figli dei divorziati rispetto ai figli dei genitori uniti. E che l’assenza del padre nell’età evolutiva espone i ragazzi a rischi non trascurabili.

Luciano Verdone, Teramo

Le tante famiglie che assolvono con normale dedizione la propria missione, che trasmettono amore e insegnano responsabilità, non pare proprio che godano di buona stampa. E quelle che in contesti difficili fanno salti mortali per continuare a essere positivo segno di contraddizione rispetto a realtà e tendenze negative non si può proprio dire che si vedano riservato un trattamento di favore da parte dei mass media. Mentre le relazioni problematiche – anche le più stravaganti – sono raccontate, accolte, assimilate e spesso anche applaudite. Vengono addirittura proposte come modello, come trend esemplare, e sono ormai entrate a vele spiegate nelle fiction televisive (martedì 2 febbraio ne abbiamo dato conto con un bell’articolo di Tiziana Lupi nelle nostre pagine degli spettacoli). C’è un battage che ci ripete, insomma, in ogni modo e con ogni mezzo che «tutto va bene». Ma non è così, e il quadro che lei, gentile lettore, delinea con la sua sensibilità, ce lo ricorda, richiamando la serietà dei compiti connessi alla relazione tra i coniugi e all’eduzione dei figli. Quest’ultima è da sempre compito bello e difficile, eppure il clima mediatico a cui ho accennato lo sta rendendo oggettivamente più complicato. Tant’è che non è raro ascoltare giovani coppie che si ritraggono dalla prospettiva di avere dei figli, proprio per il timore di essere impari alla «sfida educativa» che diventare padri e madri comporta. Tant’è che anche tra noi, che genitori già lo siamo, cresce effettivamente la tendenza a rinunciare alla naturale e importantissima «verticalità» del rapporto genitoriale. Per la mia esperienza posso dire che la «verticalità» (l’esercizio, anche scomodo, del dovere di esser padre) è essenziale tanto quanto l’«orizzontalità» garantita dalla fiducia e dalla confidenza nella relazione con i figli (e non solo con mia moglie). E che verticale e orizzontale disegnino una croce mi conferma, anche a livello simbolico, che la famiglia è il luogo dell’amore dato e della responsabilità assunta senza chiedere nulla in cambio.
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