lunedì 4 novembre 2013
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Caro direttore,
è bastato un applauso, un fragoroso e lunghissimo applauso dei quasi millecinquecento presenti al Teatro Rossetti di Trieste per la prima di "Magazzino 18", per far tacere di colpo le polemiche e per regalare agli istriani, fiumani e dalmati un riconoscimento atteso da più di 60 anni. Ora possiamo smettere di vergognarci. Come persone e come italiani possiamo smettere di vergognarci per non aver saputo, per non aver capito e per aver accettato supinamente un altro ingombrante silenzio della storia italiana… È vero sono parte in causa: "Magazzino 18"’ è scritto da Simone Cristicchi e da me, ed è interpretato magistralmente dal cantautore romano grazie alla riuscita ed equilibrata regia del maestro Antonio Calenda. Ma è un fatto che, nel suo piccolo, abbia segnato la storia nel nome della rappacificazione nazionale. Tra italiani, certo, ma anche tra gli italiani e il mondo slavo degli sloveni e dei croati. Finalmente, grazie alla forza pervasiva del teatro, possiamo dire di conoscere tutti gli aspetti della drammatica e complessa vicenda degli italiani d’Istria e di Dalmazia, una storia di cui le foibe sono solo l’emblema più cruento. Eppure, caro direttore, in tanti hanno provato nei giorni precedenti al debutto a "sabotare" il senso dello spettacolo. In tanti, tra i professionisti della polemica, hanno tentato di trasformare "Magazzino 18" nel solito, ennesimo, campo di battaglia su cui brandire, gli uni contro gli altri, i torti subiti. E allora tutti a reclamare il diritto di aggiungere una frase, togliere un aggettivo, ridimensionare i crimini dei titini o sottolineare le responsabilità del fascismo. Nel bell’articolo scritto sul suo giornale da Lucia Bellaspiga (20 ottobre 2013) vengono spiegati lucidamente i perché di tante rivendicazioni: il dolore se non elaborato dalla parola e dalla memoria innalza muri di rancore invalicabili. E allora, caro direttore, mi chiedo: può uno spettacolo teatrale, che sta incontrando enorme entusiasmo in tutte le sue repliche, chiudere questa pagina del XX secolo e consegnare ai nostri figli la memoria? Le lacrime liberatorie di chi era al Rossetti, gli applausi, i tricolori sventolati in sala e l’inno nazionale cantato dal pubblico al termine dello spettacolo ci donano la speranza che dopo aver conosciuto e riconosciuto, tutti noi italiani potremo finalmente ricordare in pace.
Jan Bernas
Ricordare in pace: la sua speranza è anche la nostra e la mia personale, caro Bernas. “Magazzino 18” – e prima ancora il suo bel libro “Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani” – rende un servizio prezioso alla memoria e, nella verità dei fatti, alla riconciliazione con la storia e tra i popoli. Lei e Cristicchi siete stati bravi e coraggiosi nel “costruire” questo spettacolo-occasione del quale i colleghi che l’hanno visto e recensito, a cominciare da Lucia Bellaspiga, mi dicono un gran bene e al quale spero di poter assistere anch’io in una prossima occasione. So che lei fa il mio stesso mestiere e so che è un italiano di origine polacca, dunque con radici anche nel mondo slavo. Forse è questo che ha accresciuto la sua sensibilità verso una pagina dolorosissima e scomoda come quella della persecuzione e dell’esodo degli italiani dall’Istria e dalla Dalmazia dopo secoli e secoli di convivenza con gli “slavi del sud” sloveni e croati, convivenza anche faticosa e funestata dagli orrori dei quali gli uomini e le loro ideologie sono capaci, ma soprattutto intensa e feconda. A quest’ultima verità bisogna saper tornare. Viviamo una fase della storia, nella quale tutte le terre stanno diventando “terre di mezzo”, luoghi di confine, esigenti spazi di prova e di dialogo per le culture e le religioni, teatri d’incontro tra vicende e identità diverse. E mai più nessuno dovrà essere escluso, cacciato e “negato”. Ha proprio ragione, caro amico: più che mai in questo nostro tempo, ricordare – nella consapevole libertà dal ricatto di ogni negazionismo – è un passo necessario per fare la pace e per viverla. 
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