martedì 24 settembre 2013
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Caro direttore, con questa storia del "genere" se ne apprendono di tutti i colori: inizialmente ho scoperto il "genere" (fino a quel momento io pensavo fosse quello umano...). Poi che questo rispetto del "genere" vorrebbe portare, fra l’altro, a differenziare i genitori – padre e madre: è bene ricordarlo, perché potrebbero diventare un ricordo storico – in «genitore n° 1» e «genitore n° 2». Visto come vanno le cose verrà anche il tempo del n° 3? Verranno altre scoperte? Siccome oggi, accanto (e sopra) la figura dei genitori, c’è quella dei nonni (sono ancora 4?), come li qualifichiamo? «Pregenitori n° 1, 2, 3, 4»? Nella prima ipotesi bisogna determinare chi, tra l’antica figura del padre e della madre, sia il «genitore n° 1» e chi il «genitore n° 2». Nella seconda ipotesi non ci dovrebbero essere problemi, ma nella terza il rebus è veramente complicato: tocca prima ai «pregenitori» paterni o a quelli materni? E nell’ambito di ciascuna categoria di «pregenitori» chi è il n° 1 e chi il n° 2? Però mia madre, in uno dei 700 e più giorni di letto prima dell’ultima partenza, mi disse che mio fratello, morto a nove mesi prima dell’ultimo conflitto mondiale, oltre che essere bellissimo, cominciava a chiamare la mamma: «Ma..., ma...». Certo, nella sua ignoranza, che ne poteva sapere lui di finezze di cui non avevano alcuna cognizione neppure i filosofi dell’epoca? Però i neonati capiranno mai che mamma e papà sono parole polverizzate e seppellite dal progresso ideologico?Mario Grosso, Gallarate

Forse sono troppo ottimista, caro signor Grosso, ma io credo che la pretesa di estirpare dal parlato e dal vissuto di tutti noi la «madre» e il «padre» sia un’impresa impossibile. Purtroppo, però, sta diventando possibile disumanizzare la nascita degli uomini e delle donne. E nelle scorse settimane ne abbiamo dato di nuovo conto, anche sviluppando una serrata e dolente inchiesta giornalistica sul mercato delle «madri surrogate». Devo dirle che mi hanno colpito molto le reazioni irate e fuori misura di quanti cercano di legittimare questa nuova e terribile forma di schiavitù e di mercificazione della donna. E che il vasto silenzio che è continuato davanti a questa sconvolgente ingiustizia mi ha interrogato e mi ha ferito, non solo come uomo che non si arrende all’inumano, ma proprio come cronista. La cosa che più ha lasciato il segno sono, però, alcune riprese mediatiche del nostro lavoro di indagine, ma in forma capovolta, cioè "giustificazionista". Sulla linea, per intenderci, che vuole suggerire e persino imporre una lettura "altruistica" della desolata costrizione che porta delle donne povere e disperate ad affittare il proprio grembo per far crescere figli di altri, certamente più ricchi, certamente persuasi che il «dio denaro» consenta tutto, anche questa violenza che lascia lividi nascosti e profondi. Se il «progresso ideologico», come lo chiama lei, ambisce a simili approdi – spazzar via il padre e la madre dai vocabolari dei burocrati e della politica, ridurre le donne a "fattrici" di figli altrui – non ci resta che obiettare con tutte le nostre forze. Cioè con la ragione, con l’amore, con la vita.

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