La buona incompiutezza
domenica 10 febbraio 2019

Anche quando l’anima è angosciata, anche quando nessuna preghiera può uscirci di gola nel dolore, il puro riposo silente dello Shabbat ci porta nel regno di una pace senza fine. L’eternità indica un giorno. Shabbat

A.J. Heschel, Lo Shabbat


I disordini morali sono espressione di disordini spirituali. L’etica è seconda. Dietro una cattiveria verso l’altro si cela un malessere più radicale e profondo dentro l’anima. Offendere e oltraggiare il nome dell’altro è figlio di un oltraggio e di un’offesa al proprio nome. Ogni crisi morale si cura al centro, rimettendo il proprio cuore nell’unico luogo dove può riposare, ritrovarsi, sentirsi chiamare. Il primo movimento della cura delle malattie profonde della vita è teologico, perché riguarda la natura del nostro nome che non può chiamarsi ma può solo essere chiamato; come da bambini, quando scopriamo qual è il nostro nome perché lo sentiamo chiamare da chi ci vuole bene. Diventiamo cattivi quando non ci giriamo più se sentiamo pronunciare il nostro nome – o perché lo abbiamo dimenticato, o perché nessuno lo chiama più con sufficiente agape per poterlo riconoscere.

«Per il sangue che hai sparso, ti sei resa colpevole e ti sei contaminata con gli idoli che hai fabbricato... In te si disprezzano il padre e la madre, in te si maltratta il forestiero, in te si opprimono l’orfano e la vedova... Hai profanato i miei sabati» (Ezechiele 22,4-8). La caduta di Gerusalemme è ormai prossima. Ezechiele e gli altri pochi profeti veri di Israele lo sanno. Lo sanno non perché i profeti vedono il futuro ma perché vedono diversamente e più profondamente il presente, e lì leggono anche i segni del futuro mentre istante dopo istante si invera. La profezia è immersione totale nel presente, il solo luogo dove è possibile ascoltare una voce che chiama e parla. Chi nella vita ha imparato qualche parola di vita spirituale autentica è diventato maestro del presente: capace di toccare o sfiorare l’eterno perché calato in un presente infinito. La sola eternità possibile è quella che ci avvolge ora mentre stiamo, semplicemente, vivendo.Per Ezechiele la diagnosi della rovina del suo popolo è immediata: è la naturale conseguenza di una corruzione teologica divenuta corruzione morale e sociale. Noi possiamo leggere la caduta di Gerusalemme alla luce della geo-politica del tempo, e quindi offrire spiegazioni alternative a quelle dei profeti. Lo possiamo fare per il passato, lo facciamo per il presente, quando spieghiamo le guerre, le distruzioni e il dolore immenso del nostro tempo senza far riferimento alla fede, ai peccati, a Dio. Ma se vive ancora un profeta, dal suo posto solitario di vedetta ha accesso a una dimensione in più della realtà, e quindi ad altre prospettive, a orizzonti diversi che noi non conosciamo. Quanto ci servirebbero oggi queste letture più larghe, più profonde e più alte!; e invece rispondiamo alla carestia di profezia negando il bisogno della sua quarta dimensione. Ci siamo adattati a un mondo ridotto, e abbiamo smesso di sognare il paradiso convinti che non ci sia più.

Ezechiele qui ci dice che esiste un nesso logico e tremendo tra i comandamenti teologici della Legge e quelli sociali. La rinuncia all’idolatria, che è cuore della prima parte del decalogo, è radice di tutta la Torah. Se, da una parte, disonorare il padre e la madre, non essere solidali con il povero e il forestiero, è già espressione di idolatria, quando si smarrisce il centro teologale della vita ogni scelleratezza diventa possibile e concreta.

In questa sintesi della Legge che Ezechiele ci dona, ci sono poi due parole che risuonano con una forza enorme dentro il nostro oggi: il peccato contro il forestiero e quello contro il sabato/shabbat. Lo straniero residente, il gher, o l’ospite di passaggio (nokri), rappresentavano un tratto ordinario in Giuda, una regione di spostamenti e migrazioni. Erano mercanti, lavoratori, militari, nomadi e fuggiaschi, migranti politici ed economici che si ritrovavano per un tempo più o meno lungo a vivere in mezzo al popolo di Israele. Se rapportata alle norme delle regioni vicine, la Legge di Mosè era particolarmente accogliente e generosa nei confronti dei forestieri: «Non opprimere il gher: voi infatti conoscete il respiro del gher, perché siete stati gherim in terra d’Egitto» (Esodo 23,9).

Ezechiele, nel produrre il suo capo di accusa a Gerusalemme ci dice che il popolo aveva violato la legge sacra dell’ospitalità, non aveva accolto né rispettato lo straniero («in te si maltratta il forestiero»). I migranti, gli stranieri, i nomadi sono sempre stati maltrattati perché si trovano in una condizione oggettiva di vulnerabilità e di esposizione all’abuso; e la storia ci dice che la possibilità di abuso si traduce quasi sempre in abuso effettivo. È da questa trasformazione del comportamento possibile in effettivo che nascono le leggi e le istituzioni. La Torah e i profeti proteggono il forestiero perché sanno che il popolo naturalmente non lo farebbe, e quindi perderebbe l’anima e la benedizione di YHWH, che è un Dio diverso e vero anche perché accoglie e protegge lo straniero.

La pietra angolare di questa legislazione era l’esperienza degli ebrei in Egitto. L’aver conosciuto lì il "respiro" del forestiero oppresso formava la prima e sufficiente ragione per non aumentare sulla terra quel respiro sbagliato. Siccome noi non fummo accolti né rispettati dagli egiziani, poiché i nostri padri hanno sperimentato l’umiliazione e la sofferenza della migrazione, noi abbiamo il dovere teologico ed etico di essere diversi, generosi e accoglienti con i nostri forestieri. Il nostro dolore di ieri in quanto migranti non accolti fonda oggi l’accoglienza dei nostri stranieri. Sono queste catarsi intertemporali il fondamento delle buone norme: l’esperienza e il ricordo passati di un diritto negato diventa la ragione per riconoscere oggi quel diritto a chi si trova in una condizione simile. Le civiltà progrediscono quando l’esercizio della memoria non produce rancore o vendetta ma pietas e desiderio di ridurre la sofferenza nel mondo. Quando davanti a un grande dolore mio e di altri riesco a gridare "mai più", quel dolore è già diventato una benedizione per me e per tutti. Così dopo le guerre sono nate molte Costituzioni, così è nata quella magnifica legislazione sul rispetto e sulla cura dei forestieri nella Bibbia che è lì in ogni tempo a giudicare le nostre azioni e le nostre parole.

Una delle conseguenze morali e sociali del dominio della finanza che segna questo inizio di millennio è la scomparsa della memoria come risorsa etica e spirituale del presente e del futuro. Il solo tempo che conosce la finanza è il futuro, inteso come scommessa e speranza di guadagni. Il monopolio del registro economico-finanziario ha amputato la nostra civiltà dei tempi al passato, perché nessun patto stipulato ieri condiziona veramente le mie azioni di oggi, né il dolore dei padri genera alcuna norma valida nell’orientare l’azione dei figli.

E infine il sabato, lo shabbat: «Hai profanato i miei sabati». Lo shabbat è una della grandi novità della legge e della cultura di Israele, un immenso e inedito dono che la Bibbia ha fatto all’umanità di ogni tempo. In esilio, in una terra senza tempio e quindi senza un luogo che segnasse lo spazio e distinguesse con la sua soglia la terra sacra da quella profana, gli ebrei, sulla morte della sacralità dello spazio, con lo shabbat hanno imparato la sacralità del tempo. In uno spazio diventato tutto profano perché senza più un luogo dove sostare per un incontro diverso con YHWH, Israele si ritrovò con un giorno diverso che nell’ordine del tempo svolgeva la stessa funzione che svolgeva il tempio nell’ordine dello spazio. L’u-topia del tempio generò l’u-cronia dello shabbat. Che è un tempio mobile, che soltanto l’immenso lutto della distruzione del tempio e dell’esilio poteva generare. L’ingresso nello shabbat era ingresso nel tempio del tempo, dove però il linguaggio per parlare con Dio non erano sacrifici di colombe o di agnelli ma rapporti sociali e cosmici diversi perché segno e sacramento di quella fraternità universale che un giorno sarebbe arrivata anche agli altri sei giorni della settimana della storia. Quell’uguaglianza radicale che nel settimo giorno accomuna cittadini e forestieri, uomini e donne, liberi e schiavi, esseri umani e animali, animali e piante e terra, dice da sola la sostanza dell’umanesimo biblico. Il popolo di Israele ha salvato lo shabbat attraverso i millenni, e lo shabbat ha salvato Israele.

La creazione biblica (Genesi 1) si chiude con il riposo/shabbat di Elohim, con la separazione di Dio dalla sua creazione. Quella separazione ha creato lo spazio di libertà dove gli esseri umani potessero continuare a trasformare la terra e farla migliore di come l’aveva lasciata Elohim prima che si separasse da essa. Ma lo shabbat è anche il dispositivo di custodia delle relazioni sociali e cosmiche. Finché, nel settimo giorno, teniamo viva nel ciclo vitale dei giorni la memoria di una socialità e di una terra diverse da quelle che i nostri rapporti di potenza plasmano nei primi sei, la promessa non è morta: possiamo annunciare una terra di fraternità che non c’è ancora perché la stiamo già sperimentando. Non c’è custodia della terra e delle relazioni sociali se l’Adam è padrone in tutti i giorni della settimana. Senza il dono del settimo giorno il respiro della terra è il respiro dello straniero umiliato.

Dio si fermò il sesto giorno, nel numero dell’imperfezione. Ha tenuto il settimo giorno fuori dal nostro controllo, per lasciarci indigenti di pienezza e genitori di possibilità. Sta in questo valore dell’incompiutezza il senso di una delle attività (melachot) che la legge ebraica proibisce nello shabbat: «Dare l’ultima mano per terminare un lavoro» (n.38). Lasciare incompiuto un lavoro è simbolo della buona incompiutezza della vita. Non siamo noi a dare l’ultima mano alla nostra esistenza. Sarà un’altra mano, non la nostra, quella che chiuderà per l’ultima volta i nostri occhi. Siamo relazione, non siamo i proprietari delle ultime parole della nostra storia. Sotto il sole anche le cose meravigliose si interrompono un giorno prima dell’ultimo, perché qualcun altro possa dare l’ultima mano e completare il capolavoro.

l.bruni@lumsa.it

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