Arabi di nuovo protagonisti
venerdì 20 ottobre 2023

Mentre la situazione a Gaza continua a deteriorarsi per gli incessanti bombardamenti e la mancanza di acqua, cibo, medicinali, energia avvicina sempre più i palestinesi là intrappolati a una catastrofe umanitaria inaudita, i governi arabi cercano affannosamente una strategia che eviti tanto l’allargamento del conflitto, quanto un’esplosione di rabbia interna ai loro Paesi.

Le terribili immagini che arrivano da Gaza, la morte di così tante donne e bambini nel bombardamento dell’ospedale Al-Ahli – poco conta che le evidenze sembrino scagionare Israele, nell’immaginario popolare sono comunque loro i colpevoli – hanno risvegliato le piazze arabe, qualcosa di cui i loro governanti devono tener conto. Ma quanto sta succedendo mostra anche l’errore compiuto dalle monarchie che Golfo nel loro percorso di avvicinamento strategico a Israele. Gli Accordi di Abramo, al di là dei loro aspetti positivi, avevano due evidenti criticità, che non sono state tuttavia tenute in considerazione. La prima era la loro natura reattiva più che proattiva, pensati contro l’Iran, il nemico comune; la seconda, più macroscopica, era il loro ignorare la questione palestinese, quasi fosse il relitto di una storia ormai passata.

Queste settimane così tragiche ci mostrano invece come le piaghe trascurate si infettano e si impongono con forza brutale. Non saranno questi eventi a fermare il processo di avvicinamento dell’Arabia Saudita e di altri Stati arabi verso Israele; tuttavia, da oggi non si potrà più ignorare le condizioni di vita dei palestinesi e il loro futuro. E questo è ancora più evidente per Paesi come la Giordania e l’Egitto. La monarchia hashemita giordana è stata ripetutamente e inutilmente messa in difficoltà dalla tracotanza di Netanyahu e del suo governo di ultra-destra, come mostrano le piazze in tumulto ad Amman e la sua decisione di non incontrare il presidente americano Biden.

Ma anche l’Egitto, solitamente molto prudente nelle sue dichiarazioni ufficiali, ha mostrato una durezza insolita nel chiedere un allentamento della pressione israeliana su Gaza e nel rifiutare ogni ingresso di profughi palestinesi. Questi ultimi sarebbero per il Cairo un peso economico e di sicurezza insostenibile. Ancor più l’Egitto e gli altri Paesi arabi non potrebbero accettare un trasferimento di parte dei palestinesi di Gaza nel Sinai, dato che si tratterebbe di una sorta di pulizia etnica camuffata.

Imperativo è quindi per le capitali arabe moderate che si fermino le armi al più presto. Obiettivo immediato ma non sufficiente: occorre infatti impostare una nuova strategia di medio e lungo periodo che riprenda in mano il “ file” palestinese. L’Amministrazione Biden è tornata, evento positivo, a occuparsi in prima persona di Medio Oriente.

Pur se molto sbilanciata a favore del tradizionale alleato ebraico, Washington può giocare un ruolo non solo contingente; ma per farlo ha bisogno che gli Stati arabi, e in particolare le monarchie del Golfo, tornino al tavolo con delle strategie meno raffazzonate. Non può esserci solo il Qatar con il suo imbarazzante sostegno a Hamas; è tempo di sopire differenze e rivalità e investire maggiormente nella Cisgiordania: economicamente, ma soprattutto stimolando un processo di rivitalizzazione della corrotta, sclerotizzata e inefficiente Autorità nazionale palestinese. E questo non è un compito, facile capirne i motivi, che possa essere giocato in prima persona dall’Occidente.

Le capitali arabe devono altresì essere pronte a dialogare con un nuovo governo israeliano, se – come sembra probabile – la fine delle operazioni militari porterà anche alla fine di questo governo israeliano, ormai compromesso dai suoi errori e dalla presenza di figure populiste e razziste. Il mondo arabo deve insomma comprendere che lasciare la questione palestinese nelle mani di terroristi, dell’Iran e di movimenti estremisti è un errore che paga tutta la regione. Per riprendere l’iniziativa serve tuttavia che anche l’Europa batta un colpo. Finora ha solo espresso solidarietà: una pochezza imbarazzante per un continente che è innervato nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Proprio perché non è una potenza muscolare come Washington, proprio perché non manda le portaerei al largo di Israele, l’Europa può e deve giocare un ruolo costruttivo e “messa a sistema” delle diverse visioni e priorità. Insomma, è tempo che ciascuno riprenda a tentare di fare la propria parte, per fermare la degenerazione di un problema troppo a lungo ignorato.

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