sabato 10 gennaio 2009
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Caro Direttore, l’imprudenza è sempre una cattiva consigliera e imprudente è spesso il Secolo XIX, anche ieri quando, in prima pagina, riportava nel titolo di apertura un’intervista stravagante. 'Ecco la mia vita di sacerdote gay: un prete ligure rompe il tabù dopo la svolta di Avvenire'. Quale l’errore? Aver fatto non informazione sui fatti ma disinformazione e deformazione della verità. Leggendo l’intervista a un certo padre Felice si aveva come l’impressione che si volesse far passare per normale e accettabile il rapporto di coppia che un parroco dichiara di avere da sei mesi con un coetaneo. Quel parroco si giustifica col fatto che nelle promesse sacerdotali c’è l’impegno al celibato e non la promessa di castità. Che lo dichiari Padre Felice ci interessa ben poco, avrà lui a che fare con la sua coscienza, a tu per tu con Dio. Ma per noi che leggiamo sembra che il quotidiano ligure voglia far passare per normale una relazione sessuale durante il ministero sacerdotale. Perché, è bene ricordarlo, il religioso in questione si dichiara omosessuale sin da ragazzino, e siccome «per vivere l’omosessualità con serenità bisogna accettare se stessi, e mettere un filtro alla dinamica delle gerarchie ecclesiastica», allora passi pure che, durante la formazione, il 'nostro' abbia già avuto una storia omosessuale durata 15 anni. Ciò che fa disinformazione è proprio il creare ambiguità su questa situazione e far passare per normale ciò che non lo è. Non mi riferisco alle persone che si scoprono omosessuali. Tutti hanno caratteristiche che devono essere accolte e valorizzate nell’ambito del progetto che Dio ha su ciascuno. Ma, come riportava lo psichiatra Andreoli nel testo che ha fatto scatenare la polemica, non tutti vanno bene per lavorare nella Silicon Valley e non tutti sono idonei al servizio militare. Alcuni, quindi, potrebbero non essere adatti ad una vita consacrata. Il quotidiano ligure avrebbe dovuto ricordarsi che per la Chiesa ogni persona (sposata o no) è tenuta alla castità. Il celibato è motivato soprattutto dalla consacrazione a Cristo con 'cuore indiviso'. Di conseguenza, pur essendo giuridicamente configurati in modo diverso castità (come voto religioso) e celibato sacerdotale, da un punto di vista spirituale ed umano si equivalgono. Questi sono i principi della Chiesa cattolica e chi si riconosce nella Chiesa non può non accettarli. L’argomentare di Padre Felice è privo di fondamento. Si aggiunga che l’uso della sessualità al di fuori del matrimonio per la dottrina della Chiesa è interdetto, a maggior ragione per un consacrato e per giunta in contesto omosessuale. Se infine si vuol far passare questo intricato groviglio come qualcosa che sta in sintonia con questo o quell’articolo di Avvenire, mi pare proprio che si sia fuori di testa.

Eraldo Ciangherotti, Albenga (Sv))

Il punto, come chiarisco anche in prima pagina, è che nulla nell’articolata riflessione del professor Andreoli autorizza le illazioni sparate in prima pagina dal Secolo XIX – ma questo 'padre Felice' esisterà poi davvero o è un’invenzione giornalistica? – e le strumentalizzazioni compiute anche da Repubblica. Dubito persino che chi ha messo in piedi e confezionato quelle pagine si sia preso la briga di leggere completamente e con disincanto quanto messo nero su bianco dall’illustre psichiatra veronese, nostro apprezzato collaboratore. Nulla è cambiato nella posizione della Chiesa in relazione al tema dell’omosessualità e al rapporto tra questa condizione e il ministero sacerdotale. Quasi al termine di un lungo tragitto che per un anno ha affrontato settimanalmente un aspetto dopo l’altro della vita dei sacerdoti di oggi – dal tempo del seminario, al prete di montagna, a quello del cimitero – nelle settimane più recenti abbiamo preso in esame le situazioni più scottanti sollevate, non di rado strumentalmente, dalla cronaca – innamoramento, scandalo, omosessualità, prossimamente pedofilia... – per guardarle come controluce e soppesarle per quel che esse comportano. Senza indulgere nello scandalismo, con sguardo limpido e sereno, avendo sempre presente che non spetta a noi giudicare le persone, ma rimanendo esigenti e schietti nell’adesione al magistero della Chiesa qual esso è, mai con la pretesa di modellarlo conformemente alle inclinazioni più gradite a questa o quella corrente. Solo che per certa, per troppa stampa la Chiesa – e Avvenire – o pronuncia anatemi, si scaglia contro, condanna inesorabilmente, oppure, giuliva, dà il 'liberi tutti'. Ma quando? Ma dove? Si può chiedere, prima della decenza, almeno un po’ di professionalità, cioè di affrontare gli argomenti con documentazione appropriata e strumenti seri. I giudizi restano liberi, ma per essere credibili devono appoggiarsi su dati di fatto attendibili – meglio, veri –: in questo caso nulla di tutto ciò. E questo, almeno i lettori di Avvenire devono saperlo.
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