martedì 31 dicembre 2013
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Il mondo greco per indicare ciò che oggi chia­miamo tempo usava due parole: chronos e kairos. Per il tempo-chronos il giorno di San Silvestro è un giorno come gli altri. Per il tem­po-kairos, invece, le ore e gli anni sono diver­si: il giorno in cui è morto Nelson Mandela (il 5 di­cembre), o quello in cui è stato eletto Papa France­sco (il 13 marzo) sono stati giorni di qualità diversa, che hanno inciso la tavoletta piatta del tempo. Ch­ronos è quantità omogenea, kairos qualità e diver­sità – qualcosa di analogo alla differenza che c’è tra spazio e luogo. La dinamica chronos-kairos ritma il tempo della nostra vita quotidiana. La nascita dei fi­gli, i lutti, i lavori trovati e persi, colorano e vivifica­no i numeri del calendario.
Questo 2013 è stato un anno più lungo, di certo, per coloro che hanno sofferto di più, e tra questi tanti di­soccupati, troppi giovani. Ci siamo svegliati brusca­mente, e ci siamo accorti che non abbiamo perso mi­lioni di posti di lavoro per i sub-prime americani o per lo spread, o che non è colpa dell’Europa se i nostri giovani non hanno più buon lavoro. Abbiamo capito che dovremmo rialzarci con le nostre forze, ma non ce la facciamo ancora per una grave carestia di capi­tali morali. Il mondo è cambiato veramente, non lo ca­piamo più, e soffriamo tutti per «mancanza di pen­siero » (Paolo VI). Stiamo soffrendo le doglie del parto. Sta nascendo qualcosa di nuovo, ma ancora non ce ne accorgiamo. E si soffre anche perché non riuscia­mo, collettivamente, a vedere un bambino dentro il travaglio. E quando non si intravvede un bambino, non si vede salvezza, è fatica senza premio, manca la gioia. Dovremmo allenare gli occhi a vedere più lon­tano e diversamente, e scorgere in mezzo a noi e den­tro di noi i luoghi e le persone dove stanno avvenen­do cose nuove, scoprire dove stanno 'nascendo i bam­bini'. E reimparare a dire grazie – una parola da ri­scoprire nella sua radice charis.
Il 31 dicembre è soprattutto il giorno del ringrazia­mento, anche civile. L’esercizio del grazie e della virtù della gratitudine è importante sempre, ma è essenziale in ogni esodo attraverso un deserto. Il grazie, soprat­tutto se è serio e costoso, è una risorsa straordinaria per continuare a sperare e a camminare. Sono molte le persone da ringraziare oggi. Voglio iniziare dagli im­prenditori. Quelli che continuano a rischiare risorse, energie, talenti, per salvare lavoro, e vanno avanti no­nostante tutto. A quegli imprenditori che costruisco­no benessere e pagano le tasse: ce ne sono tanti, an­che se non se ne parla e nessuno li ringrazia. Quando un imprenditore decide di pagare le tasse sa che, in un mondo ad alta evasione come il nostro, sta pa­gando molto di più di quanto sarebbe giusto ed equo pagare. Sa di pagarle anche per i suoi 'colleghi' che hanno posto la loro sede fiscale a Montecarlo, ma u­sano gli stessi beni pubblici.
Tanti, di fronte allo spettacolo di questa ingiustizia si incattiviscono e iniziano ad evadere. Altri imprendi­tori, lavoratori e cittadini, si indignano, e come e più di tutti chiedono giustizia. Ma non si incanagliscono e vanno avanti. E non solo per ottemperare all’obbli­go fiscale: sanno di fare anche un dono. E il dono va ringraziato. Se non ci fossero questi «pochi giusti» (che così pochi, poi, non sono) la città si sarebbe già auto­distrutta. Un grazie doloroso, che diventa anche 'scu­sa', deve poi arrivare a quegli imprenditori che non ce l’hanno fatta e hanno dovuto chiudere l’impresa, lasciando a casa tanti lavoratori, in mezzo a grandi sofferenze e angosce (ne conosco molti). «L’uomo non è il suo errore», ho letto in una comunità di Don Ore­ste Benzi. «L’imprenditore non è il fallimento della sua impresa», si può sempre ricominciare.
Grazie poi ai tanti accompagnatori e accompagna­trici dei poveri e dei soli, che con la forza dell’agape curano le disperazioni. Ai tanti amministratori pub­blici onesti, che non mollano quando avrebbero molte ragioni per farlo. Alle maestre e agli insegnanti, che in una scuola ferita, impoverita e disprezzata continuano ad amare i nostri figli. Infine – ma do­vremmo continuare a lungo – grazie alle famiglie, al­le madri e ai padri, e ancora di più agli anziani, che continuano a rammendare la fides, quella fede e quella corda che ancora ci tiene assieme. Ram­mendano il tessuto sociale e ci rammentano le no­stre radici e le nostre storie.
​​Nelle «Mille e una notte», Sharazad per non morire non doveva smettere di raccontare storie. Se oggi voglia­mo vivere e far vivere dobbiamo raccontarci più sto­rie di vita vera, trovare insieme nuove ragioni di spe­ranza non vana, e ripeterci continuamente l’un l’al­tro 'non mollare'. E non smettere di ringraziare.
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