Tra i cristiani perseguitati in Nigeria. «Nessuno vuole proteggerci»

di Paolo Lambruschi, inviato a Makurdi (Nigeria)
A Makurdi, nel sud est del Paese africano, abbiamo raccolto le voci di chi è stato aggredito, ferito, violentato dai terroristi Fulani. «Incendiano case e chiese, prendono di mira i villaggi. Hanno ucciso tanti di noi senza pietà». Solo papa Leone ha rotto in questi mesi il silenzio della comunità internazionale
January 18, 2026
Tra i cristiani perseguitati in Nigeria. «Nessuno vuole proteggerci»
Sfollati nel campo del mercato nuovo di Makurdi, nel sud est della Nigeria
Mitty siede nel mezzo dello squallido campo per sfollati a Makurdi, capitale dello stato federale di Benue, sud est della Nigeria. E inizia a voce bassa a raccontare l’orrore che torna ogni notte nei suoi incubi. Mitty, 49 anni, il capo coperto per celare una cicatrice, è sopravvissuta al massacro delle mamme dei bambini a Yelwata nella notte maledetta tra il 13 e il 14 giugno 2025. «Ero arrivata in quel villaggio con mia figlia di 10 anni e mio marito, dopo che due anni prima i terroristi Fulani avevano attaccato il mio villaggio. Eravamo ospiti della missione cattolica. I terroristi Fulani erano appostati nella foresta e sono arrivati all’improvviso bruciando case e raccolti e poi uccidendoci». Si ferma, il volto impietrito mentre il tono della voce sale. «I terroristi hanno preso me, la mia bambina e mio marito. Prima hanno violentato lei fino a ucciderla, poi mi hanno stuprata». Ora urla tutta la sua disperazione. Piange. «Mio marito è stato costretto ad assistere. E poi lo hanno ucciso. Mi hanno colpito, ho perso conoscenza, mi hanno detto dopo cosa era successo». La donna superstite è sola.
«La mia vita è finita, ma chiedo che il governo ci restituisca la terra che i terroristi hanno occupato. Ci hanno detto che i cristiani devono andarsene altrimenti ci uccideranno tutti. Perché il governo non è intervenuto e ci fa vivere in un campo dove non abbiamo, acqua, cibo, medicinali e i bambini non vanno a scuola?». Circa 200 persone vennero uccise quella sera a colpi di arma da fuoco e di machete, come nel Ruanda del 1994. E circa 3.000 sono state sfollate. Raggiungiamo in auto quel che resta di Yelmata, case bruciate e campi incolti . La notte dell massacro l’aria era piena dell’odore di corpi bruciati di bambini, madri e padri. «Di fronte c’è una caserma della polizia – afferma indicandola Joseph, proprietario di un negozio bruciato dopo che all’interno è stata compiuta una mattanza– ma nessuno si è mosso in tempo per proteggerci. Gridavano “Allahu Akhbar”, la polizia ha salvato solo chi era nella chiesa». Del massacro aveva parlato solo papa Leone all’Angelus del 15 giugno scorso. «Prego in particolare – disse – per le comunità cristiane rurali dello stato di Benue, incessantemente vittime di violenza».
Gli attacchi contro i cristiani in Nigeria da parte di miliziani si susseguono dal 2001. I media occidentali hanno parlato soprattutto dei rapimenti al nord di studentesse e studenti anche islamici da parte dei terroristi di Boko Haram, per combattere il quale sono stati stanziati finanziamenti cospicui. Ma negli ultimi 10 anni si sono intensificati nella parte centrale, la cosiddetta Middle Belt, la cintura tra il nord islamico e il sud cristiano e li ha compiuti il gruppo terrorista Fulani ethnic militia (Fem) che avrebbe ucciso almeno 40mila persone, perlopiù cristiani, il quintuplo delle vittime di Boko Haram. Non se conosce la matrice, se sta con lo Stato islamico della provincia del Sahel o con Jamat Nusrat, franchigia di al-Qaeda nel Sahel. Ma nel Benue, il più colpito, hanno causato 500 mila sfollati dalle fertili aree rurali.
L’ultimo attacco risale al 3 gennaio e i raid dei terroristi che vengono dal nord e dallo stato federale confinante del Nasarawa non risparmiano i campi per sfollati. Lo schema degli attacchi del Fem è identico. Incendiano le case costringendo gli abitanti a uscire, poi li massacrano. I contadini cristiani sono disarmati da quando il precedente governo federale di Buhari (etnicamente legato ai Fulani) ha disposto il sequestro o la consegna volontaria delle armi da fuoco per contrastare l’insicurezza e la criminalità nel paese più popolato del continente (240 milioni di abitanti) dove circolano gran parte degli otto milioni di armi dell’Africa occidentale. Ma la misura non è stata applicata ai Fulani. I terroristi vengono da Mali, Niger, Chad e dal nord della Nigeria. Nel nord le tensioni tra agricoltori e pastori, aggravate dalla diversa appartenenza etnica, sono sempre state presenti e i cambiamenti climatici e la riduzione dei pascoli stanno spingendo i mandriani Fulani in zone nuove. Ma negli ultimi anni gli attacchi terroristi ci sono diventati sistematici, feroci e con una precisa connotazione anticristiana. Nessun colpevole è stato individuato alimentando i sospetti di connivenza della politica e di un piano deliberato per colpire i cristiani, che nel Benue sono all’80% cattolici, cambiando la demografia.
Per analisti e organizzazioni umanitarie occidentali, allineati con la narrazione del governo federale, parlare di cristiani perseguitati in Nigeria resta un tabù. Invece papa Leone il 9 gennaio, nel discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, ha ricordato la persecuzione dei cristiani in Nigeria, dove la situazione è stata definita drammatica dal recente rapporto di Open doors. A Makurdi ogni famiglia presente nei nove campi per sfollati aperti dalla diocesi e dallo Stato ha sofferto l’indicibile. Nel campo del mercato nuovo incontro Ngusha, che ha in braccio una neonata. Ha visto morire a Yelmata i suoi cinque figli. Racconta con tono monocorde e sguardo assente il male più grande.
«Nella notte tra il 13 e il 14 giugno stavamo dormendo nella capanna quando sono entrati i terroristi e hanno incendiato tutto. Hanno massacrati i miei figli con il machete, il più grande aveva 14 anni , il più piccolo 6. Mi sono salvata perché sono salita su un albero e da lì ho visto tutto. Ero incinta, ho partorito mia figlia a dicembre in questo campo per sfollati. Vivo solo per lei». L’ha chiamata Consolazione, solleva la maglietta per allattarla. Un’altra mamma si avvicina con la figlia di cinque anni e senza una parola mostra la grande cicatrice che deturpa la schiena della bambina. I terroristi Fulani l’hanno ferita col machete mentre fuggiva. Un ragazzo che vende cibo nel campo ha la caviglia marchiata da una ferita d’arma da fuoco. Gli hanno sparato a sangue freddo mentre era a terra.
Anche il giovane che chiede aiuto con lo sguardo basso è stato ferito gravemente nella notte dell’orrore di Yelwata. I terroristi lo hanno catturato ed evirato con il machete. Ha 25 anni, lo tiene vivo una speranza. «Posso operarmi per far ricostruire almeno in parte le vie urinarie in India, cerco i soldi per il viaggio e l’operazione». Nei campi le condizioni sono pessime. Isa Sanusi, direttore di Amnesty International Nigeria, ha dichiarato che «i sopravvissuti devono affrontare il tormento di essere sfollati in campi sovraffollati e insalubri, senza accesso a sufficiente acqua, scarsa igiene, cibo e assistenza sanitaria dove le malattie sono comuni e le risorse essenziali scarseggiano. Le autorità nigeriane devono adottare misure urgenti per evitare una catastrofe umanitaria nello stato centrale di Benue».
Parole confermate dalla Fondazione Giustizia e pace diocesana che aiuta gli sfollati facendo giocare i bambini e facendo lezioni di igiene. L’Ue non si è mai vista, a parte le organizzazioni umanitarie occidentali, e latita anche il governo federale. L’unica risposta sono stati i missili Usa sganciati il 25 dicembre sullo Stato del Sokoto. Forse Washington è intervenuta per interesse verso le ricche miniere di oro e litio del Paese, forse il bombardamento è stato davvero richiesto dal governo di Abuja. Sta di fatto che un mese fa il deputato repubblicano Usa Riley Moore visitò i campi del Benue, ascoltò queste storie e parlò a Donald Trump di genocidio dei cristiani, motivazione ufficiale del bombardamento sulle basi islamiste. Dovrebbe bastare per indurre il governo federale di Tinubu a fermare i terroristi e far tornare a casa gli sfollati.

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