Guerra in Iran: le regole d'ingaggio per l'uso delle basi Usa in Italia, da Sigonella ad Aviano
Nell'ipotesi in cui gli americani pensassero di compiere un raid anti-iraniano dall'Italia, far transitare nella penisola uomini, armi o rifornimenti o farvi decollare un velivolo, dovrebbero informarne prima il Governo, attendendone il nulla osta,

Ha ripercussioni meta-regionali la guerra anti-iraniana israelo-statunitense. Protende i suoi torbidi perfino sull'Italia, spingendo il governo a puntellare presidi fisici e digitali di siti vulnerabili a ipotetiche ritorsioni persiane. Si stringono in fretta le maglie delle reti protettive intorno alle basi americane nella penisola, a partire da Sigonella, Aviano, Ghedi Torre, Pisa e La Spezia.
Sigonella è polo americano per antonomasia, sentinella del Mediterraneo e portaerei terrestre d'oltreatlantico. Pullula mediamente di 2mila uomini, fra militari e civili. Vi è usuale imbattersi in marines poliedrici, alcuni inquadrati in team di sicurezza antiterroristica, altri appartenenti a pacchetti per missioni di assistenza umanitaria, senza dimenticare il mantenimento della pace. Vi muove inoltre un'unità di risposta repentina alle crisi afro-mediorientali. Pur priva degli stormi di cacciabombardieri di Aviano o di bunker di stoccaggio di armi termonucleari, Sigonella è altrettanto strategica perché poligono di manovra di pattugliatori marittimi, cargo, convertiplani e droni, a lungo raggio d'azione e quota di tangenza perfetta per operazioni di sorveglianza. Un mix pronto all’uso, certo, ma con vincoli e paletti, validi per la decina di avamposti americani in Italia, inquadrati in un patto ultrasettantennale (1954), in accordi tecnici e in un memorandum di fine secolo scorso, argine alla hybris troppo spesso eccessiva dell'alleato d'oltreatlantico. Sebbene americani siano controllo e comando operativi di basi e snodi logistici loro concessi, il vertice politico è in pugno italiano.
Nell'ipotesi in cui gli americani pensassero di compiere un raid anti-iraniano dall'Italia, far transitare nella penisola uomini, armi o rifornimenti o farvi decollare un velivolo, dovrebbero informarne prima il Governo, attendendone il nulla osta, baluardo di una sovranità nazionale azionata già in passato, come nel 1973 e nel 1986. In punto di diritto le basi sono sottoposte a giurisdizione nazionale, non soggette a canoni di affitto né a limiti temporali. Ma non giovano al controllo parlamentare e all'occhio vigile dell'opinione pubblica il segreto intorno al 1954, anche se gli americani sono tenuti a usare e chiedere le basi solo se mossi da collaborazione nordatlantica o impegni interalleati. Operazioni esulanti da tali canoni presuppongono avallo non meno che complicità italiane e nella dinamica convulsivo-anomica dello scenario internazionale potrebbe essere ragionevole ripensare natura e cavicchi di patti convenzionali forse caduchi. Pure i memorandum tecnici, architrave di struttura e spiegamento di forze, possono essere revisionati, se richiesto da una delle parti.
Invero, le basi americane confliggono con l'articolo 11 della Costituzione se concesse per impieghi bellici esulanti dal capitolo 5 della carta delle Nazioni Unite o privi di mandati internazionali d'azione difensiva. In fondo, le alleanze mutano col tempo, cangianti e talvolta somiglianti a gabbie collidenti con gli interessi nazionali. In passato, paesi come la Spagna recedettero orgogliosamente da accordi bilaterali; anche il furore sovranista dell'era Charles de Gaulle ricorda polarizzazioni transatlantiche non meno accese di quelle odierne. Costituzionalisti italiani, esperti e diplomatici eclettici si espressero talvolta critici sulla natura delle basi italo-americane, vulnus alla sovranità e all'indipendenza tous azimuts, piegate alle esigenze di alcune operazioni a trazione americana.
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