giovedì 27 agosto 2009
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Quanto sta accadendo in questa nazione non è imputabile alla sua popolazione. Ma è qualcosa che viene da fuori. Quando a metà luglio sono esplose le bombe contro le chiese cristiane, a Baghdad e Mosul, non sono passati che una manciata di giorni e l’attacco è stato portato nelle moschee sciite. Anche i sunniti non sono risparmiati. Dunque il piano che c’è dietro a questa strategia del terrore è più grande, e le vittime sono tutti gli iracheni. Con l’obiettivo principale che è l’Iraq».Raad Toma Al Shammaà è il direttore generale dell’“Endowments of the christians and the other religions”, il dipartimento che risponde al gabinetto del primo ministro Maliki, e si occupa delle questioni relative alle comunità cristiane e minoranze religiose non musulmane. Quello che un tempo era il “Waqfs”, praticamente il Ministero per il culto che accomunava tutte le fedi espresse nel Paese, e che, nell’agosto 2003, fu sciolto dall’amministrazione provvisoria americana.«Come viviamo a sei anni dalla fine della guerra? Nella stessa condizione di tutti gli iracheni. Non ci sono differenze. Ma purtroppo, per quanto ci riguarda, ci sono tanti nostri fratelli cristiani che a causa della violenza settaria, delle bombe criminali, prendono la drastica scelta di emigrare. Nei nostri registri abbiamo, solo qui a Baghdad, i nomi di 4.600 famiglie, una media di quattro persone, che sono andate via – spiega il Al Shammaà –. Ma è chiaro che sono numeri in difetto. Che non rispondono alla realtà, molti vanno via senza farsi registrare. Ritengo che il numero sia molto superiore della cifra che sta nei nostri libri».È un esodo che comincia prima della fine della guerra, nella primavera del 2003. Ma è proprio appena dopo che la diaspora registra un picco. Soprattutto quando nell’agosto del 2004 ci sono le prime autobomba contro le chiese cristiane.Ma i numeri quali sono?Anche sul numero dei morti, le vittime provocate dal terrorismo delle bombe, o a causa del fuoco degli americani o dei contractor stranieri, le vittime dei rapimenti, della violenza organizzata, abbiamo delle cifre che non sono complete – sottolinea il direttore –. Riusciamo a raccogliere informazioni quando distribuiamo il cibo e i generi di conforto alla nostra gente. Ogni famiglia irachena è stata colpita dalla violenza, da una ferita o da un lutto. Anch’io sono rimasto vittima di un’autobomba, che mi ha ferito alle gambe.E il domani...Ogni giorno spero e guardo al futuro. Prego per l’Iraq. Avremo nuove elezioni e spero che i nostri partiti si mettano d’accordo per il bene comune e non per quella fetta di torta che ognuno vorrebbe più grossa.Il suo dipartimento risponde direttamente all’ufficio del primo ministro Nouri al Maliki, che cosa significa?Che quando le nostre esigenze bussano alla sua porta, il ministro risponde delle necessità. Cioè fornisce aiuto economico, non solo per la ricostruzione, là dove c’è bisogno, ma anche per la gente. Poveri, vittime del terrorismo, emigrati, malati, e anche quelle minoranze che altrimenti non avrebbero una loro presenza nella società irachena. Ma la situazione resta pericolosa, dopo sei anni... Rimane pericolosa, certo. Un po’ meno che nel passato. Ma dobbiamo stare sempre in allerta. Siamo in una fase in cui è bene stare attenti. Le ultime esplosioni sono un segnale inquietante.Quando alla domenica va a messa, non ha paura?Come tutti. Mi guardo attorno. Penso alla mia famiglia, e qualche volta non ci andiamo. Ma questa è la nostra normalità. Dopo sei anni, ci si fa l’abitudine. Comunque dobbiamo andare avanti, perché se non guardiamo al futuro io non posso sedermi a quella scrivania che mi  è stata data per far camminare il mio Paese e renderlo unito. Perché c’è tanta nostra gente all’estero che vuole tornare indietro.
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