domenica 1 maggio 2016
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Piovono bombe sui panifici, sugli acquedotti, sugli ospedali, sulle ambulanze della protezione civile. «Tutto fa pensare a una “soluzione finale”. Siamo al nono giorno di raid e da quando è iniziata la guerra non abbiamo mai visto niente del genere» Piovono bombe sui panifici, sugli acquedotti, sugli ospedali, sulle ambulanze della protezione civile, sui caschi bianchi che scavano tra le macerie. Piovono bombe a Est e si sparano razzi a Ovest. Le scuole nelle zone ribelli sono rimaste chiuse, nelle zone controllate dal governo, invece, a chiudere sono stati i luoghi di culto. È grigio il cielo ad Aleppo, coperto da una coltre di fumo, a terra invece è il bianco della polvere dei calcinacci a prevalere. Sulle strade, sui volti della gente e nelle vie respiratorie dei bambini asmatici. «Possiamo vedere gli aerei che volano sulle nostre teste – spiega un abitante della zona Nord della città – a volte hanno bandiere siriane, altre volte russe e altre ancora non lo sappiamo. Pare ci inseguano dovunque andiamo». La percezione della persecuzione, della punizione specifica per gli aleppini, è ormai diffusa tra gli abitanti della seconda città siriana che conta ancora due milioni di abitanti. «Tutto fa pensare a una soluzione finale, sembra che vogliano radere al suolo mezza Aleppo », spiega un abitante del quartiere anti-governativo Shaar, pesantemente colpito anche ieri. «Siamo al nono giorno di bombardamenti – prosegue l’uomo, che non vuole essere identificato perché vicino all’opposizione –: quello che posso dire è che da quando è iniziata la guerra non ho mai visto niente del genere». Neanche i barili bomba (un misto di benzina e frammenti metallici) hanno provocato tante vittime in così poco tempo: 250 morti in nove giorni. A disintegrarsi è principalmente la parte est di Aleppo, quartieri come Bustan al-Qasr, Zobdia, Ansare, Jazmate e Kalasa che richiamano ormai le immagini di Stalingrado durante la seconda Guerra mondiale. Ieri mattina, racconta una donna, c’è stata una corsa per comprare poche provviste e poi si sono tutti rifugiati nelle proprie case. Gli attivisti locali hanno riportato ad al-Jazeera notizie di almeno 12 nuovi raid. Nessuno è potuto fuggire perché sono state prese di mira anche le strade principali per uscire dalla città. «Siamo colpiti dal cielo e circondati via terra dalle truppe che stanno preparando l’assedio dei quartieri controllati dall’opposizione », prosegue l’uomo che vive a Shaar. Pesanti le ripercussioni sulla popolazione civile, che non sa più dove portare i feriti, dopo la distruzione deliberata dell’ospedale al-Quds dove sono morte giovedì scorso più di 30 perso- ne, compreso il personale medico. Ad essere colpita, poi, è stata anche la sede della protezione civile (in arabo “Difaa al-Midani”) nella zona controllata dal governo a Tareb: il che fa pensare a un altro atto deliberato, per indebolire i soccorsi e peggiorare il bilancio delle vittime. Aleppo è, insomma, una trappola. Non si può fuggire, non si può venire soccorsi, ottenere aiuto. Presto finiranno le provviste di cibo e acqua. Gli abitanti sono convinti che la distruzione della città sia voluta da entrambi: americani e russi. Le due potenze si starebbero coordinando in vista dell’offensiva contro la cosiddetta capitale del Daesh, Raqqa. «Il paradosso è che il regime riesce a manipolare la comunità internazionale a suo piacimento», si sfoga al telefono una diplomatica italiana che lavora per le Nazioni Unite a Damasco. «Mentre ad Aleppo si compiono crimini di guerra, a Lattakia, Zabadani e Daraya – periferia di Damasco – il governo ha proclamato un cessate il fuoco unilaterale consentendoci di entrare per distribuire aiuti umanitari ». La tregua di tre giorni, entrata in vigore ieri mattina, coinvolge, infatti, la periferia di Damasco e la città costiera Latakia, dove si combatte ancora intorno alle colline che dividono la zona pro governativa dalla regione di Idlib, in mano al Fronte al-Nusra, affiliato ad al-Qaeda. «Il buonsenso – riprende la fonte – ci porterebbe a chiudere i rapporti con il regime, che dovrebbe essere processato per crimini contro l’umanità. Ma poi vedi i bambini denutriti di Daraya e pensi che non puoi buttare via quest’occasione. Non puoi mandare indietro 20 camion di derrate alimentari, finalmente sbloccati dopo mesi di stallo». È il dilemma con cui, probabilmente, si sta confrontando anche l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria, Staffan de Mistura, che da Ginevra, ha cercato nei giorni scorsi, di mettere in guardia sulle conseguenze catastrofiche di una tregua vicina alla fine. © RIPRODUZIONE RISERVATA IL NULLA La gente si aggira tra le rovine di Bustan al-Qasr, il quartiere periferico di Aleppo controllato dai ribelli A sinistra, il fuoco si leva da una vettura colpita nei bombardamenti (Ansa/LaPresse/Reuters) Un padre porta in salvo la figlia tra la polvere che si leva dai calcinacci dopo il crollo di un edificio lesionato dalle bombe nel centro della città (Ansa/Ap)
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