martedì 10 settembre 2019
Dopo l'incontro annullato in extremis a Camp David, e nonostante le affermazioni del presidente sui «colloqui ormai morti», spunta però una tattica già adottata, con fini prettamente elettorali
Un cartello a favore di Donald Trum in un comizio in North Carolina (LaPresse)

Un cartello a favore di Donald Trum in un comizio in North Carolina (LaPresse)

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Dopo lo sbriciolamento di un accordo che taleban e Stati Uniti inseguono da un anno per mettere fine a 18 di guerra, e alla vigilia dell’anniversario dell’11 settembre, l’Afghanistan ripiomba nell’incertezza. In dubbio sono ora le elezioni presidenziali di fine mese, la durata della presenza delle truppe Usa nel Paese e l’intensità della violenza a venire. Perché una cosa, stando agli analisti e agli stessi generali Usa, è certa: l’im- provvisa cancellazione di un incontro a Camp David fra il gruppo terroristico – per altro diviso in varie fazioni interne –, Donald Trump e il presidente afghano Ashraf Ghani porterà a una nuova fase di attacchi e di scontri nella martoriata nazione che gli americani hanno invaso nell’autunno 2001. Anche se ieri le parti in causa hanno dichiarato, o lasciato intendere, che un ritorno al dialogo è possibile e politicamente auspicabile.

Ghani, che pure non ha partecipato alle quattro tornate di colloqui ospitate dal Qatar e che i taleban non riconoscono come legittimo, considerandolo un «pupazzo Usa», si è detto «pronto a parlare di pace», ma a patto che gli «studenti del Corano» rispettino un cessate il fuoco. Una condizione non accettabile da parte dei taleban, per i quali la violenza è una carta negoziale fondamentale con la quale contano di ottenere la partenza dei militari Usa, senza dover fare grosse concessioni. Il capo della Casa Bianca ha più volte dichiarato che il ritiro delle forze armate americane dal Paese è una sua priorità e non ha nascosto la fretta nell’avviarlo per usarlo come punto di forza della sua campagna per le elezioni del prossimo anno, anche al rischio di siglare un’intesa di facciata (che molti analisti paragonano al tira e molla con il nordcoreano Kim Jong-un) che non cambi gli equilibri di forza in Afghanistan.

Le versioni su quello che è accaduto sulla giostra diplomatica dell’ultima settimana abbondano, ma appare chiaro che il presidente Usa stava cercando di siglare in modo scenografico un’intesa che gli avrebbe permesso di mettere fine alla più lunga e costosa guerra che gli americani abbiano mai combattuto, mantenendo una promessa elettorale. Ma l’esitazione dei taleban a firmare un patto con Ghani e la paura di essere percepito come «debole» per aver invitato a Camp David il gruppo che la settimana scorsa ha ucciso un soldato Usa avrebbe spinto il capo della Casa Bianca a bloccare tutto e a mostrare i muscoli. Gli Stati Uniti hanno «colpito i loro nemici in Afghanistan negli ultimi quattro giorni come mai da dieci anni», ha detto ieri Trump e ieri ha ribadito che: «I negoziati sono morti». Il segretario di Stato Usa Mike Pompeo ha aggiunto che gli Usa non possono trattare con chi «usa la violenza ». Da parte loro, i taleban assicuravano che lo stop «non danneggia nessun altro che gli americani stessi».

In realtà fonti, dell’Amministrazione evidenziano che Washington è disposta a una ripresa dei negoziati, non appena si aprirà una finestra propizia. Sebbene la violenza non si sia mai del tutto interrotta, ora, ci sono già segnali di una sua accelerazione. Ieri le forze della sicurezza di Kabul hanno ucciso almeno trenta taleban nei distretti di Khwaja Ghar e Yangi Qala, nel nordovest dell’Afghanistan e i taleban hanno rivendicato di aver preso il controllo del centro dello stesso distretto di Khwaja Ghar.

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