sabato 2 novembre 2013
La leader del fronte democratico, al termine della visita in Italia: «Il Papa è stato la figura che più mi ha colpito. Mi piacerebbe incontrarlo ancora. Per le presidenziali del 2015 solo un cambio della Costituzione mi permetterebbe di candidarmi».
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Aung San Suu Kyi ha terminato il suo tour europeo che l’ha portata, come ultima tappa, anche in Italia. La sua figura ha affascinato migliaia di persone ed a Roma, Torino, Bologna e Parma, le città in cui è stata ospite, l’accoglienza è stata, a dir poco, calorosa. Prima che rientrasse in Myanmar l’abbiamo incontrata.Come giudica il suo viaggio in Europa ed in Italia, in particolare?Molto positivo; ho apprezzato soprattutto le giornate passate nel vostro Paese, dove ho incontrato persone davvero interessate al futuro della Birmania, attente al processo democratico e al benessere del mio popolo.So che non è una domanda diplomatica, ma c’è una personalità che le è rimasta particolarmente impressa?Tra le tante incontrate, il Papa è stata la figura che mi ha più colpito. Purtroppo non abbiamo avuto molto tempo per approfondire la conversazione, ma gli argomenti toccati, il suo acume e la sua semplicità mi sono rimasti impressi. È una persona con cui mi sono sentita immediatamente in sintonia. Mi piacerebbe incontrarlo ancora.Lei ha ricevuto tantissime promesse durante la sua visita, specialmente dai nostri parlamentari. Pensa che una volta tornata in Myanmar, ci si ricorderà del suo Paese a livello politico?Spero vivamente di sì. L’Italia ha appoggiato con forza il movimento democratico e numerose personalità del mondo della cultura, della politica e dello spettacolo si sono esposte in primo persona nella difesa dei diritti umani in Birmania.A proposito di diritti umani: a che punto siamo nel processo di pacificazione con le nazioni etniche?Ci sono alti e bassi: il governo insiste affinché sia il Parlamento a discutere la questione etnica. In effetti, vi sono diversi esponenti delle etnie nel nostro Parlamento ed è per questo che, in questa sede, il dialogo sta già avvenendo. Da parte loro, i gruppi etnici chiedono che la questione venga discussa al di fuori del Parlamento e con terze parti che facciano da garanti. Ciò che è venuto a mancare durante gli anni della dittatura militari, è la capacità del dialogo e del compromesso. Nessuno vuole cedere, e questo porta a uno stallo dei negoziati.È ciò che sta avvenendo anche nello stato Rakhine tra musulmani e buddhisti?In un certo senso sì, anche se lì non direi che si tratti di un conflitto etnico. È un contrasto completamente differente da quello in atto in altre zone del Paese, alimentato da un senso di terrore che serpeggia in entrambe le comunità.Associazioni e movimenti che si occupano della questione all’interno dello stato Rakhine non sono dello stesso avviso e l’hanno accusata di non voler difendere i diritti della comunità islamica per un puro calcolo elettorale in vista delle elezioni presidenziali del 2015.Posso rispondere dicendo anch’io che le loro accuse sono un’assurdità. Io e il mio partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, abbiamo sempre sostenuto che il governo avrebbe dovuto controllare e far rispettare il confine tra Birmania e Bangladesh. Per anni nessuno se n’è occupato con il risultato che migliaia di immigrati irregolari oggi sono in territorio birmano. La radice del problema è tutta qui, oltre al fatto che in Birmania c’è la paura che elementi esterni possano destabilizzare il Paese. Bisogna capire che il problema non è solo birmano, ma internazionale.Quindi giustifica la xenofobia buddhista espressa dal Movimento 969? Quale sarebbe, secondo lei, la soluzione del conflitto interreligioso?Non giustifico alcuna violenza, ma non voglio neppure, come mi si chiede da più parti, condannare una comunità in particolare, perché una condanna potrebbe alimentare altra violenza. La soluzione del problema è presto detta: far rispettare le leggi, in particolare la legge di cittadinanza che già esiste. Chi ha le carte in regola per ottenere la cittadinanza birmana deve avere non solo la cittadinanza, ma anche i diritti che questa comporta.In questo ultimo viaggio, lei ha insistito sulla necessità di riformare la Costituzione del 2008, puntando il dito non tanto sul 25% dei seggi riservati ai militari in Parlamento, quanto sull’articolo che vieta a chi ha parenti con passaporto straniero, quindi anche a lei, di candidarsi alla carica di presidente del Myanmar. Non è una richiesta troppo interessata?Mi lasci dire che non mi preoccupa il 25% dei seggi riservati ai militari in Parlamento. Sono sempre stata convinta che i militari devono lavorare a stretto contatto con il potere legislativo e con quello esecutivo. Io ha sempre avuto un affetto particolare per i militari, e a chi si scandalizza quando mi sente dire questo rispondo che non ha capito nulla del mio pensiero. Capisco poi che può sembrare una richiesta personale, ma non è così. La modifica della Costituzione è solo il terzo punto del mio programma dopo il rispetto delle leggi e la fine delle guerre civili. Sono una politica e come tale ho degli obiettivi. Uno di questi è dare al mio popolo la democrazia. Ma che democrazia si può dare, se la gente non è libera di votare chi crede possa rappresentarla? Questo è il senso dell’emendamento da me proposto: permettere al popolo di decidere chi lo rappresenta.Le riforme in atto in Myanmar dal 2010 sono reversibili? C’è il pericolo di un rigurgito dittatoriale?Purtroppo sì, almeno fin quando le Forze armate non appoggeranno senza condizioni le riforme e dalla Costituzione non verrà tolta la possibilità che, in caso di necessità, il comandante delle Forze armate possa rivendicare la guida del governo.Chi potrebbe essere un partner fidato in questa transizione democratica? La Cina, gli Stati Uniti, l’India, l’Asean?La Birmania ha sempre avuto rapporti molto stretti e amichevoli con la Cina e, personalmente, vedo gli investimenti di Pechino come un’opportunità per il mio Paese. Naturalmente, come ho sempre detto, bisogna che siano investimenti non finalizzati a esclusivo vantaggio di una sola nazione o di una classe sociale. Penso sia questa la sfida che affronteremo in futuro.
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