lunedì 1 agosto 2011
Un dossier dell'organizzazione fa il punto sulla difficile situazione nel Corno d'Africa: «Siccità resa più tragica dal conflitto in atto e dall'assenza di uno Stato credibile».
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"Il tasso di mortalità e il livellodi malnutrizione in Somalia sono comparabili con quelli del 1992, quando morirono circa 250 mila persone". È quanto si legge nel primo rapporto sulla situazione della carestia in Somalia, di Caritas Somalia. "La già grave siccità è stata resa tragica dal conflitto interno e dall'assenza di uno Stato credibile. È una situazione gravissima anche perchè le associazioni cattoliche non hanno accesso in gran parte dei territori, ma questa mattina abbiamo allacciatoalcuni rapporti con alcune Ong mussulmane". Lo ha detto il presidente di Caritas Somalia, monsignor Giorgio Bertin."Un quarto della popolazione della Somalia è sfollato - riferisce il rapporto - e percorrono grandi distanze a piedi, a dorso di mulo o impiegando i loro ultimi risparmi per ottenere un passaggio su camion sovraffollati. Le famiglie in fuga dalle aree colpite dalla siccità sono costrette ad abbandonare gli anziani, i malati, i bambini più deboli e le donne incinte. Spesso devono lasciarsi alle spalle i corpi dei loro cari lungo la strada. Coloro che riescano agiungere a destinazione - continua - arrivano in condizioni spaventose: esausti, malnutriti e in preda a malattie, come malaria e morbillo. Molti di loro sono stati attaccati da banditi armati,sottoposti a ogni forma di violenza e depredati dei loro miseriaveri". I migranti cercano rifugio sia in Etiopia che in Kenia ed è per questo che "è necessario il rispetto da parte di tutti i paesi delle leggi in materia di rifugiati, permettendo ad esempio la libera circolazione di persone tra i confini". Questa accortezza è resa necessaria dalla difficoltà di intervento delle associazioni cattoliche, tra le quali ovviamente la Caritas, in gran parte dei territori somali. "Noi abbiamo le mani legate in Somalia - sottolinea monsignor Bertin - ed è per questo che agiamo soprattutto negli Stati vicini. Quello che possiamo fare è dare supporto alle poche Ong mussulmane che agiscono nei territori occupati da Al-Shabaab"."Il problema più grande - incalza - è quello di fare arrivare gli aiuti, che già ci sono. Manca un corridoio umanitario e gli stessi operatori rischiano a muoversi tra i villaggi della Somalia perchè non protetti e non tutelati. La Comunità internazionale -conclude - deve iniziare a fare qualcosa per venire a capo di questa situazione".
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