giovedì 11 luglio 2019
La regione di Idlib è l’ultima ridotta dell’opposizione armata: due milioni di sfollati interni, quasi il 50% di tutta la popolazione della regione, sono quel che resta della Primavera siriana
17 maggio 2019: ambulanze dei White Helmets distrutte nella città siriana di Qalaat al-Madiq (George Ourfalian Afp/Lapresse)

17 maggio 2019: ambulanze dei White Helmets distrutte nella città siriana di Qalaat al-Madiq (George Ourfalian Afp/Lapresse)

COMMENTA E CONDIVIDI

«La guerra è vinta, signor comandante, ma non è finita». Il bollettino da Idlib dell’esercito siriano, da oltre un anno, è sempre lo stesso. «Evacuata» nell’aprile del 2018, dopo Aleppo Est, anche l’“enclave ribelle” a ridosso di Damasco della Ghouta orientale, tutta l’opposizione al regime siriano è confinata nell’ultima provincia ribelle. Liquidata con la caduta di Baghuz lo scorso marzo, l’ultima roccaforte del Califfato, la regione di Idlib è così l’ultima ridotta dell’opposizione armata: due milioni di sfollati interni, quasi il 50% di tutta la popolazione della regione, sono quel che resta – al netto di chi è in esilio – della Primavera siriana. Semplicemente e solo «terroristi» per la propaganda di Aleppo.

Più realisticamente divisi, confusi, manipolabili oppositori e pure, in alcuni casi, infiltrati dal jihadismo. Ma in gran parte siriani esuli nel loro stesso Paese, politicamente eredi di quel debolissimo Consiglio nazionale siriano che comunque, dal 2011 al 2012 ottenne il riconoscimento di tutte le cancellerie occidentali mentre la Lega araba interrompeva ogni relazione con Assad. Esuli, già ora vittime di una nuova emergenza umanitaria, ma anche lo specchio della “cattiva coscienza” sulla questione siriana.

Mentre l’alleanza fra Damasco e Mosca reitera i raid aerei, senza azzardare per ora una avanzata via terra, nessuno sulle due sponde dell’Atlantico sembra occuparsi di questa ridotta di oppositori che è pure diventata la tomba dei diritti umani in Siria. Abdicare a qualsiasi difesa, politica o morale, di ogni forma di opposizione al regime siriano, è di fatto riconoscere lo status quo sancito dal legame Putin-Assad. Ma è anche archiviare una guerra civile iniziata nel 2011, e di fatto non ancora terminata, solo come una guerra al Daesh, senza nemmeno riconoscere l’esistenza di una opposizione a uno dei regimi più violenti e illiberali del nostro tempo.

Un tratto di penna che significa non voler nemmeno riflettere sulle ragioni del radicamento del Califfato, o su come e dove giudicare i foreign fighter di ritorno. Ma questo è: Trump a fine dicembre ha annunciato il disimpegno dei suoi uomini dal “pantano” siriano, accorgendosi poi che lasciare scoperti i curdi che guidano le Forze democratiche siriane sarebbe stato troppo pericoloso. Ma gli appelli reiterati di Trump agli alleati Nato non hanno trovato risposta. L’ultimo no, alla richiesta informale di Washington di “sostituti” in Siria, è giunto da Roma e da Berlino. Silenzio totale è calato sulle mediazioni del nuovo inviato Onu, Geir Pedersen. Insomma, nessuno si occupa più della Siria se non Putin.

E intanto a Damasco i primi Paesi del Golfo, come gli Emirati Arabi Uniti, Kuwait e il Bahrein, hanno riaperto le ambasciate. Quando lo avranno fatto anche tutti gli altri allora la guerra sarà, a un prezzo altissimo, davvero finita.

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: