giovedì 11 luglio 2013
Sentenza pilota sul lavoro coatto nei 35 anni di colonialismo. Un tribunale sudcoreano ha ordinato alla Nippon steel di compensare gli eredi impiegari dal 1910 alla fine della Seconda guerra mondiale. Ma l'azienda giapponese darà battaglia.
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​Con una decisione senza precedenti, ma destinata ad aprire un nuovo contenzioso tra i due Paesi, un tribunale sudcoreano ha ordinato alla giapponese Nippon Steel & Sumitomo Metal Corp di compensare gli eredi di cittadini costretti ai lavori forzati durante l’occupazione coloniale giapponese. L’Alta corte dei Seul ha ordinato all’azienda di pagare 100 milioni di won (70mila euro) a ciascuno dei quattro cittadini che hanno intrapreso la causa contro il colosso siderurgico nipponico (si tratta di una azione “pilota”, la prima di una serie che va preparandosi) e ha respinto l’eccezione della Nippon Steel di essere una realtà aziendale diversa dal produttore di acciaio che impiegò in modo coatto i cittadini sudcoreani durante i 35 anni di occupazione iniziata nel 1910. Tribunali giapponesi hanno in passato escluso ulteriori risarcimenti ai sudcoreani che hanno sofferto coercizione o abusi durante l’occupazione o nel secondo conflitto mondiale, ritenendo chiusa ogni vertenza avendo aderito a quanto stabilito nel trattato del 1965 che portò alla normalizzazione dei rapporti diplomatici. La Nippon Steel, che lo scorso anno si è associata a Sumitomo Metal Industries, ha già indicato in altri casi che non può essere ritenuta responsabile per vicende che hanno riguardato l’azienda siderurgica (Japan Iron & Steel nella denominazione internazionale) di cui è stata erede. Un contenzioso che arriva da lontano, quello sugli indennizzi da parte giapponese a diverse categorie di cittadini coreani. In gran numero, infatti, vennero utilizzati in patria o sovente anche sul territorio giapponese come manovalanza nelle industrie e nell’agricoltura. Integrando e spesso sostituendo quanti si arruolavano nell’esercito imperiale. Un intrecciarsi di vicende spesso dolorose che oggi hanno come seguito anche storie di emarginazione, sia in Corea, sia soprattutto in Giappone dove sono centinaia di migliaia i discendenti dei coreani naturalizzati giapponesi ma non sempre integrati.A rendere ulteriormente difficili i rapporti tra i due Paesi, anche la vicenda delle “donne di conforto”, ovvero le migliaia di coreane e di altre nazionalità costrette a rendere meno dura la vita al fronte dei militari giapponesi con prestazioni sessuali a cui furono costrette con la minaccia o la violenza.La negazione costante della coercizione in queste vicende da parte di Tokyo e il riaccendersi del contenzioso sull’arcipelago conteso delle Tokdo/Takeshima hanno reso difficile una più stretta collaborazione economica e strategica tra i due paesi, entrambi indispensabili alleati degli Stati Uniti in Asia.
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