giovedì 24 gennaio 2013
​La parità totale tra gli schieramenti di destra e sinistra mette in crisi il leader uscente. Che per formare un’alleanza dovrà sapersi trasformare da «falco» in «colomba».
Cambio di passo di Giorgio Ferrari
Klein: «Nessuna coalizione può governare»
​​​​​​​​I cristiani di Israele al voto ​
​Sessanta a sessanta. La matematica è matematica e il premier israeliano Benjamin “Bibi” Netanyahu sta facendo i conti con una realtà che proprio non si aspettava. Il foglietto con la ripartizione dei seggi che si rigira tra le mani riporta numeri drammaticamente semplici (“drammaticamente” per lui, che ha vinto e perso insieme, perché molto ridimensionato rispetto alle attese): lo schieramento di destra ha guadagnato i 31 seggi del suo partito, il Likud-Israel Beitenu, più 11 dello Shas (ortodossi sefarditi), più 11 di Habayit Hayehudi (la formazione del “volto nuovo” Naftali Bennett), più 7 di Yahadut HaTorah (ortodossi ashkenaziti). Fa sessanta. Il fronte di sinistra ha preso i 19 seggi di Yesh Atid (il partito di Yair Lapid, la rivelazione di questa tornata elettorale), più i 15 dei Laburisti, i 6 del gruppo Hatnuah di Tzipi Livni, i 6 di Meretz, più i 2 di Kadima e i 12 raggranellati complessivamente dalle liste arabe. Sessanta.Parità totale tra i due schieramenti per i 120 seggi della Knesset. Un dato che costringerà Netanyahu a rivedere sensibilmente le sue politiche, trasformandosi dal falco che pensava di poter essere (grazie all’appoggio dei partiti di ultra-destra) in una colomba, e per giunta dotata di ali fragili. È chiaro che per garantirsi una maggioranza sufficientemente solida per governare nelle acque agitate che attendono Israele dovrà imbarcare una formazione forte. E il foglietto dei risultati non gli lascia grossi spazi di manovra. L’unica possibilità concreta è convincere Yair Lapid a entrare in una coalizione di governo allargata. Bibi non ha perso tempo. E, con abilità, ha confezionato il suo messaggio. Ha evidenziato innanzitutto che la sua priorità assoluta, se confermato, resta la minaccia iraniana – argomento su cui Lapid, guarda caso, non si è ancora sbilanciato – e sottolineato che, comunque, darà la precedenza alle questioni interne: servizio militare, alloggi e cambiamenti nel sistema di governo – i cavalli di battaglia di Lapid. Non una parola, invece, sulla questione che lo divide profondamente dal leader di Yesh Atid, ovvero la ripresa delle trattative con i palestinesi. Quindi l’offerta: «Insieme abbiamo l’opportunità di fare grandi cose per Israele», ha detto Bibi a Lapid. Il giovane ex-giornalista, famoso, bello e ambizioso, potrebbe rivelarsi molto sensibile alla lusinga. Perché tra l’essere l’uomo-chiave della coalizione di governo, o diventare un buon capo dell’opposizione è, almeno sulla carta, molto più allettante la prima opzione. Dovrà scegliere. E il fatto che si sia detto favorevole a un esecutivo allargato «che comprenda elementi moderati di sinistra e di destra», e che abbia già respinto l’offerta – avanzata innanzitutto dalla leader del Partito laburista, Shelly Yachimovich – di formare un «blocco anti-Netanyahu», offre qualche indicazione sul percorso che, forse, imboccherà.Netanyahu, politico scaltro e navigato, lo sa. E le sue dichiarazioni a caldo, dopo la vittoria/sconfitta, la dicono lunga sui ragionamenti che si è già fatto. Ha spiegato che il nuovo governo dovrà basarsi sulla «responsabilità economica»: è, tradotto, un chiaro no a ogni accordo con i laburisti, che hanno centrato la campagna elettorale proprio su interventi sociali e pubblici consistenti. E ha poi parlato, Bibi, di «responsabilità politica», un punto che suona come un monito a Naftali Bennett, volto nuovo della politica israeliana, leader di un partito oltranzista e vicino al movimento dei coloni, che ha deluso. Resta, appunto, Lapid.Ora la palla passa nelle mani del presidente Shimon Peres. Oggi avvierà le consultazioni per la formazione del nuovo governo. Dovrebbe affidare l’incarico a Netanyahu, perché il suo partito è quello che ha guadagnato la maggioranza relativa. Ma resistono piccoli margini di dubbio: nel 2009, per esempio, vinsero i centristi di Kadima, ma con solo un seggio di vantaggio rispetto al Likud di Netanyahu. E l’incarico andò proprio a Netanyahu, perché era l’unico in grado di coagulare una maggioranza consistente. Il primo ministro designato avrà 28 giorni di tempo per trovare una coalizione. Ma a chiunque toccherà il compito, al primo posto ci sarà la questione palestinese. Grande dimenticata (perché scomoda per tutti) della campagna elettorale, ma di nuovo al centro di un Paese che si è riscoperto “moderato”.
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