Volti e storie dalla Marcia della Pace di Catania. «Se non ora, quando?»

di Costanza Oliva, inviata a Catania
Il racconto del passaggio tra il 2025 e il 2026 nella città siciliana, per l'iniziativa organizzata dalla Chiesa italiana. In tanti, tra giovanissimi e meno giovani, hanno camminato per chiedere che le armi tacciano. Don Ciotti ha ricordato Alberto Trentini: è un prigioniero politico
January 1, 2026
Volti e storie dalla Marcia della Pace di Catania. «Se non ora, quando?»
Ragazzi sorridenti sotto la pioggia a Catania, per la marcia della pace dell'ultimo dell'anno
Piove, a tratti. Di certo non abbastanza da far tornare indietro chi ha deciso di esserci. In un attimo, la marcia per la pace di Catania si colora di ombrelli arcobaleno. Mentre si percorrono le cinque tappe, qualcuno si saluta, ritrovandosi dopo essersi conosciuto a una marcia passata. Per qualcuno, invece, è la prima volta. È il caso di Carla, arriva da Lampedusa e fa parte del Movimento dei Focolari. «Mi è sembrato importante cogliere questa possibilità», dice. Non parla di gesti eclatanti, ma di testimonianza. Per lei la pace «è un dono di Dio», qualcosa che non si produce da soli. Ma aggiunge subito che quel dono va preparato. «Con l’amore reciproco, l’accoglienza verso tutti, il perdono. E imparando a guardare alle differenze come a un’occasione di arricchimento». Luisa ha 71 anni, è un’ex ostetrica. Indossa un cappello con i colori della pace ed è accompagnata da un’amica. Dice di aver perso il conto delle marce a cui ha partecipato. Racconta il suo impegno con Como Accoglie, con Pax Christi, gli incontri in carcere per la giustizia riparativa. «Lì anche un abbraccio è diverso», spiega. «Per loro non è scontato. Porta luce». La pace, per lei, è insieme sogno e lavoro quotidiano: «Trasformare le spade in attrezzi agricoli». E spiega: «Ci tengo a queste marce perché sai di non essere solo in questo cammino; ci sono persone che la pensano nello stesso modo e che cercano nel piccolo di cambiare il modo». Si ferma un attimo, poi aggiunge: «È un momento intimo, sociale, religioso e politico insieme. Se non cambiamo il dentro, non cambiamo nemmeno le strutture».
Poco più avanti cammina don Luigi Ciotti, qualcuno lo ringrazia per aver ricordato Alberto Trentini. «È a tutti gli effetti un prigioniero politico, rapito da un Paese straniero come merce di scambio per interessi del proprio governo», ha sottolineato don Ciotti. «È rapimento la parola giusta, non possiamo parlare di arresto perché Alberto formalmente non è accusato di nulla. Del resto, non ha commesso nessun reato».
Maria Laura, suora di Nicolosi, partecipa per la prima volta. Per lei questa marcia «è soprattutto pregare, per placare le ansie dei cuori». A coprirle un po’ la voce è la musica che arriva dalle casse davanti. La prima fila – tutti giovani scout – non se perde una strofa. Poco dietro ci sono Mari e Franco arrivano da Cogoleto. Tengono in mano la bandiera di Arena di Pace, ricevuta a Verona. «La portiamo sempre con noi», spiegano. Essere a Catania, per loro, significa anche sostenere una battaglia concreta. «A Genova i portuali hanno detto che non vogliono caricare armi. Essere qui è un modo per dire che non sono soli». La pace, dicono, «dovrebbe essere un diritto». Non qualcosa di astratto. Sorride, credendo profondamente nella frase che sta per dire: «Se non io, chi? Se non qui, dove? Se non ora, quando?». La marcia prosegue così. Senza slogan ripetuti, senza cori. Con storie diverse che camminano affiancate per un tratto. La pioggia continua a cadere, ma nessuno sembra farci troppo caso.

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