Se la deterrenza si fa detonatore: Trump e l'attacco in Iran
Da Washington filtra l’idea di un'azione chirurgica per forzare la mano a Teheran e spingerla a concessioni sostanziali su nucleare, missili e proxy regionali. Uno singolo schiaffo risoluto. Il rischio è che si ottenga l’effetto contrario, e che si dia l’avvio a un conflitto potenzialmente devastante

La guerra, arrivati a un certo punto, appare inevitabile. Vi sono situazioni in cui l’uso della forza diviene “oggettivamente” l’unica scelta razionale, perché in fondo, è colpa dei cattivi se i buoni sono costretti a essere più aggressivi di loro. Ormai ubriacati dal ritorno prepotente della forza militare quale strumento principe di risoluzione delle divergenze, ritornati come siamo alla “legge della giungla” che esalta la potenza, potremmo perfino pensare che sì, la guerra che si profila all’orizzonte fra Stati Uniti e Repubblica Islamica dell’Iran sia davvero inevitabile. Non è così ovviamente: non è mai così. Tanto più ora che la maggior parte degli attori regionali e internazionali non vuole un nuovo conflitto nel Golfo, le cui conseguenze sembrano illogiche e nebulose agli occhi di tutti gli analisti indipendenti. Eppure, la guerra scoppierà ugualmente, con tutta probabilità. L’Amministrazione Trump ha spostato nella regione del Medio Oriente una quantità di sistemi d’arma che non ha paragoni se non con il 2003, anno della sciagurata invasione anglo-americana dell’Iraq.
Non solo Washington ha inviato due squadre aeronavali, con la seconda portaerei in rapido avvicinamento, ma ha spostato nella regione dozzine di aerei militari: F-35, F-16, F-15E, oltre a un numero impressionante di aerei cisterna e di guerra elettronica. Mancano solo le forze di terra. Difficile che un dispiegamento di questo genere serva solo a spaventare Teheran, perché la tentazione di usare queste forze per piegare Khamenei – o addirittura per eliminarlo – diventerà sempre più forte man mano che le trattative si imbriglieranno nelle tattiche dilatorie di cui gli iraniani sono maestri. Certo, capire quale sia l’obiettivo politico di Trump è arduo. Sempre che ve ne sia uno: l’impressione è che questo presidente capriccioso ed egomaniacale non abbia una vera progettualità politica, ondeggiando fra la ricerca di un compromesso sul nucleare e il sogno del regime change, il cambio di regime per riportare l’Iran nel campo statunitense, magari affidato a Reza Ciro Pahlavi, il figlio dell’ex scià, sostenuto da una campagna propagandistica fortissima, e del tutto compiacente ai desiderata di Israele e degli Usa, ma di cui è dubbio il vero sostegno in patria. Anche perché la difesa della popolazione, schiacciata dalla brutalità della repressione del regime, sembra essere finita al fondo delle priorità politiche.
Non a caso le monarchie arabe del Golfo, che pur ben poco amano il sistema di potere iraniano, sono contrarie al conflitto e, al momento, negano l’uso delle basi aeree che Washington ha sui loro territori. Fermare definitivamente il programma nucleare di Teheran va benissimo, ma un conflitto li esporrebbe alle rappresaglie dei Pasdaran e a un allargamento del conflitto potenzialmente devastante. La caduta del regime, inoltre, in mancanza di una chiara alternativa politica, rischierebbe di aumentare il caos e l’instabilità regionale. Lungo l’altra sponda del Golfo, le dinamiche non sono meno confuse. Per quanto indebolito e privo di legittimità, il sistema di potere (il Nezam) ha saputo resistere all’ondata di proteste e ha mostrato una solidarietà interna più forte delle pur profonde differenze di vedute e divergenze. Quanto si fatica a capire in Occidente è che i diversi gangli del Nezam hanno sviluppato – in questi 47 anni di sanzioni, guerre e minacce – non solo una grande capacità di resilienza ma un vero e proprio culto del sacrificio e della resistenza contro un nemico più potente. Una visione che si riconnette alla trazione di sofferenza dello sciismo e che è stata coltivata ed enfatizzata dal regime. Tanto più la guerra sembrerà inevitabile quanto più questa voglia di combattere prenderà il sopravvento sulle voci dei moderati. L’uccisione di moltissimi vertici dei Pasdaran durante la guerra dello scorso giugno non li ha indeboliti: ha spazzato via generali corrotti e impelagati nel potere a vantaggio di una nuova generazione di ufficiali, che si è formata nelle tante guerre per procura combattute dopo il 2003, e che sembra più aggressiva e meno disposta al compromesso della precedente. Ai loro occhi, importa meno il rispetto delle soffocanti e impopolari regole religiose nella vita quotidiana dei singoli e di più il mantenere una postura aggressiva regionale, anche perché l’escalation regionale è stata spesso usata da Teheran per ottenere compromessi. E perché si illudono di poter vincere come i taleban in Afghanistan contro la Nato, ritenendo che il tempo e la determinazione al sacrificio stiano dalla loro parte. Da Washington filtra ora l’idea di un attacco chirurgico per forzare la mano a Teheran e spingerla a concessioni sostanziali su nucleare, missili e proxy regionali. Uno singolo schiaffo risoluto per far capire che Trump non scherza. Il rischio è che si ottenga l’effetto contrario e che si dia l’avvio a un conflitto potenzialmente devastante senza alcuna strategia politica chiara e senza più alcuno spazio per la mediazione diplomatica.
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