Perché il Viminale rischia di pagare altri risarcimenti per i trasferimenti in Albania

Il caso del cittadino algerino menzionato da Giorgia Meloni potrebbe "fare scuola". La compagna: «Non sapeva nulla». Gli avvocati: «Tutti potrebbero fare causa»
February 21, 2026
Perché il Viminale rischia di pagare altri risarcimenti per i trasferimenti in Albania
La nave Libra della Marina militare mentre trasferisce cittadini stranieri verso i centri in Albania / REUTERS
Una decina di persone, nella terza settimana di febbraio, è stata trasferita dai Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) italiani alle strutture di Gjader in Albania. Dallo scorso aprile, quando i centri di Gjader e Shengjin hanno iniziato ad accogliere persone su cui pende un decreto di espulsione, oltre 200 migranti sono stati spostati sulle sponde orientali dell’Adriatico: l’ultimo dato disponibile, raccolto dal Tavolo asilo e immigrazione, risale al 29 ottobre 2025 e parla di 219 trasferimenti. In nessun caso, però, il ministero dell’Interno ha comunicato per iscritto né la motivazione né la notifica del trasferimento agli avvocati delle persone da rimpatriare. «Semplicemente scomparivano. Succede sempre così: da un momento all’altro, né la famiglia né i legali hanno informazioni della persona trasferita, che spesso non è neppure consapevole del luogo in cui deve essere portata e parla con gli avvocati solo all’arrivo a destinazione». A raccontarlo è Giulia Crescini, avvocata membro di un collegio difensivo che ha seguito decine di trasferimenti. Non ultimo, quello di Redouane L., 56enne algerino che il Tribunale di Roma ha stabilito in diritto di risarcimento da parte del Viminale (700 euro), proprio perché il suo trasferimento nel Cpr albanese «è stato eseguito senza un provvedimento scritto». Si tratta della prima sentenza di risarcimento in favore di un cittadino straniero trasferito nel centro di Gjader e, per questo, ha attirato le attenzioni della politica: menzionando la sentenza, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di «magistrati politicizzati». Eppure, potrebbe non rimanere a lungo un caso isolato: il Viminale in futuro «potrebbe essere costretto a pagare lo stesso risarcimento a tutti i migranti trasferiti nel Cpr in Albania», spiega Crescini. E il motivo ha proprio a che fare con il modus operandi del ministero dell’Interno: «Nessuno ha mai ricevuto un provvedimento scritto di trasferimento», puntualizza Gennaro Santoro, avvocato membro dello stesso collegio che ha difeso Redouane.

La lettera della compagna di Redouane L.: «Trasferito con l’inganno»  

I motivi della sentenza, che potrebbe fare scuola nel prossimo futuro dei centri albanesi, si nascondono tra le maglie della storia di migrazione di Redouane. L’uomo è residente in Italia da oltre 19 anni, ma non è mai riuscito a regolarizzarsi: nel tempo, ha scontato diverse pene per reati commessi contro la persona, il patrimonio e la pubblica amministrazione. E, prima dell’ultimo trattenimento nel Cpr di Gradisca d’Isonzo, era già stato portato, senza essere rimpatriato, nei centri di Milano e Roma. Ad aprile scorso, la sua compagna italiana, con cui Redouane convive da nove anni e con la quale ha due figli di 3 e 6 anni, è venuta a sapere per prima del trasferimento in Albania. In una lettera rivolta all’europarlamentare Cecilia Strada scriveva: «Gli è stato comunicato che sarebbe stato trasferito al Cpr di Brindisi. Quando ci siamo sentiti telefonicamente, alle 4 di notte, si trovava già a Foggia. Mi ha detto che appena arrivato a Brindisi mi avrebbe chiamata. Da quel momento non ho più avuto sue notizie per due giorni. Alla fine mi ha contattata, ma dall’Albania. È stato trasferito lì senza alcuna possibilità di contattare un avvocato o informare noi familiari. Era convinto fino all’ultimo momento di essere diretto a Brindisi». Contattata da Avvenire, Cecilia Strada ha confermato il contenuto della lettera e le modalità del trasferimento, che lo stesso Redouane le ha raccontato al momento della sua visita in Albania: «Il viaggio è durato venti ore – spiega – e avvenuto in modalità degradanti, con i polsi legati da fascette».

Il “caso zero”: «Tutti potrebbero fare ricorsi»  

Anche per questo, gli avvocati difensori di Redouane avevano chiesto un risarcimento da 5mila euro, menzionando nel presunto danno subito dal cittadino algerino anche «le modalità esecutive del trasferimento». Il Tribunale di Roma non ha accolto le contestazioni sulle condizioni «degradanti» del viaggio, ma ha ritenuto che solo il trasferimento verso l’Albania abbia «compromesso il diritto alla vita privata e familiare» del signor L., tutelato dall’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. In particolare, il Viminale non ha difeso questo diritto evitando di inviare un provvedimento scritto di trasferimento: «Tutta l’azione amministrativa – puntualizzano i giudici – è tendenzialmente assoggettata ad un obbligo di procedimentalizzazione» e il trasferimento in Albania, pur discrezionale, «non si sottrae alle regole generali dell’esercizio dell’attività amministrativa». Tradotto: il trasferimento da Cpr a Cpr deve essere sempre informato per iscritto. La conseguenza della sentenza, per i legali difensori, è chiara: «Tutti potrebbero fare causa e vincerla», spiega l’avvocata Crescini. Che precisa: «La verità è che quasi nessuna di queste persone è assistita in modo completo e approfondito, quindi continueranno a essere poche». Ma la violazione resta sistematica.

La risposta dei medici: «Rivedere la procedura di trasferimento nei Cpr»  

Intanto, di Cpr si continua a parlare anche in Italia. Settimana scorsa sono stati iscritti al registro degli indagati otto medici che lavorano all’ospedale di Ravenna perché avrebbero firmato, secondo la Procura, certificati incompleti o arbitrari per ostacolare il trattenimento nei Cpr di cittadini su cui pende un decreto di espulsione. L’accusa è di falso ideologico. Mentre proseguono le indagini, ieri si è espresso a difesa dell’autonomia dei camici bianchi la Federazione nazionale dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), che ha chiesto di rivedere l’intera procedura relativa al trasferimento nei Cpr. La valutazione clinica del medico – si legge nell’ordine del giorno approvato all’unanimità dal Consiglio della Fnomceo - «deve riguardare esclusivamente lo stato di salute dell'individuo e non costituire atto autorizzativo». La funzione sanitaria, cioè, compete al medico. Quella di sicurezza alle forze dell’ordine. «Il medico – precisa la Fnomceo – non svolge una funziona amministrativa, ma attua il diritto fondamentale di tutela della salute». E ancora: «Attribuire all’atto medico una funzione di legittimazione o di garanzia della sicurezza significa alterarne la natura e compromettere la separazione delle funzioni». Lo scorso 12 febbraio, gli inquirenti della squadra mobile avevano perquisito le case, le auto e i pc dei medici indagati a Ravenna, su disposizione dei pm.

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