L'omicidio di Attanasio, 5 anni senza verità: «Ombre russe sulle indagini Onu»

Un team di esperti indagò sull’agguato all'ambasciatore italiano in Africa, ma le conclusioni furono generiche. Un testimone: «Pressioni da Mosca e Rwanda». Il padre dell’ambasciatore: «Quanta indifferenza in questi anni. Ma continuiamo a cercare la verità»
February 21, 2026
L'omicidio di Attanasio, 5 anni senza verità: «Ombre russe sulle indagini Onu»
Luca Attanasio e la moglie Zakia (al centro) durante una visita in una scuola
A cinque anni dall’assassinio in Congo dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell’autista Mustapha Milambo spunta un rapporto Onu sull’agguato, mai consegnato agli investigatori italiani.
Una vera e propria indagine condotta sul luogo dell’imboscata, vicino a Goma, che, secondo una fonte rintracciata dal team legale dei genitori dell’ambasciatore - denominata Leopold per motivi di sicurezza - sarebbe stata svolta «con grande accuratezza» da un pool di esperti, ma che poi non si concluse con un vero e proprio rapporto finale. Nonostante l’audizione di 42 testimoni, l’acquisizione di foto e video, il documento S/2021/560, datato 10 giugno 2021 (circa 4 mesi dopo l’eccidio), si conclude infatti in modo vago e stringato: «Il Gruppo non è riuscito a stabilire l’identità dei responsabili dell’attacco. Le indagini nazionali e internazionali sono tuttora in corso». La fonte ha spiegato che i membri del “panel” di esperti avrebbero evitato di formulare ipotesi perché condizionati pesantemente da “pressioni” arrivate da Rwanda e soprattutto Russia, presente a fari spenti in quella martoriata zona dell’Africa. Il Rwanda sarebbe infatti il burattinaio della milizia M23, che già a inizio 2021 aveva iniziato le manovre per entrare in Nord Kivu e che 2021 potrebbe essere stato il braccio esecutivo dell’attacco al convoglio del Pam.
Al centro dell’intrigo c’è la miniera di Lueshe, dove si estrae il niobio, minerale prezioso e strategico, visto che è usato nell’industria missilistica. Attualmente l’intera zona sarebbe sotto controllo rwandese, e di conseguenza russo. Uno scenario complesso e clandestino, che l’ambasciatore Attanasio non avrebbe dovuto in alcun modo vedere. Secondo un’altra fonte trovata da Mario Scaramella, esperto di intelligence e consulente dei genitori dell’ambasciatore, il diplomatico era diretto proprio a Lueshe il giorno dell’attacco.
Non è l’unico mistero attorno all’itinerario di quel maledetto 22 febbraio, che prevedeva tappe inserite all’ultimo momento e poi misteriosamente cancellate da una “manina” cinque giorni dopo la strage commessa in località “Trois Antennes”. Come rivelò un anno fa Avvenire, infatti, l’agenda elettronica dell’ambasciatore risultò manomessa riguardo all’ultima tappa: il nome dell’anonimo villaggio di Rumangabo fu completamente rimosso. Perché l’ambasciatore doveva andare lì? Nessuno finora l’ha scoperto, anche per la difficoltà degli investigatori italiani di recarsi in una zona ad alto rischio, ormai una sorta di far west.
I nuovi elementi emersi sono stati già consegnati alla procura di Roma e in particolare al titolare dell’inchiesta, il pm Sergio Colaiocco, che ora dovrà vagliarne il peso investigativo. Secondo “Leopold”, sia i membri del gruppo di lavoro dell’Onu, sia funzionari dell’intelligence e della magistratura congolese, nonché vari testimoni diretti di ciò che accadde, possono essere individuati e contattati per gli approfondimenti necessari.
Domenica, intanto, sarà il momento del ricordo. Al cimitero di Limbiate, vicino a Monza, dove riposa l’ambasciatore, si svolgerà una commemorazione ufficiale. Poco dopo sarà celebrata una Messa di suffragio presieduta dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano. Un segno di vicinanza alla famiglia e in particolare a papà Salvatore Attanasio, che non si rassegna all’idea di veder calare l’oblio sull’omicidio del figlio: «Sono stati 5 anni durissimi, perché il dolore è immutato. Continuiamo a cercare con costanza e tenacia la verità, che è ancora tutta da scrivere. Mancano troppe tessere al mosaico. Di sicuro non è stato un attacco casuale, ma pianificato a tavolino con cura. La procura sta seguendo varie piste, speriamo che portino a una soluzione». La speranza resta, anche se l’amarezza è enorme. «In questi anni mi hanno ferito l’indifferenza e l’incapacità di incidere da parte di chi avrebbe potuto fare qualcosa per arrivare alla verità. Mio figlio rappresentava l’Italia». Un muro di gomma che la presenza di Parolin può aiutare a bucare. «Luca era credente - ricorda papà Salvatore -, ha sempre seguito come un faro gli ideali cristiani. Il gesto del cardinale e l’attenzione della Chiesa ci confortano molto».

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