Piccole imprese giovani per il Sud: i 30 anni di un progetto che funziona
di Paolo Lambruschi, Roma
Con il Progetto Policoro, diffuso in 10 regione con 3mila occupati, la Cei ha sostenuto 500 tra imprese, cooperative, attività lavorative. Formazione, evangelizzazione e occupazione etica vanno insieme

Un’eredità da custodire e rinnovare per proseguire un cammino generativo ecclesiale di 30 anni. Che ha proposto ai giovani del sud un modello di evangelizzazione nelle periferie lavorative ed esistenziali partendo da formazione, occupazione etica e responsabilità. Un convegno a Roma ha ricordato ieri il 30° anniversario del Progetto Policoro, promosso dalla Chiesa italiana, per alimentare il servizio ai coetanei di giovani formati dal punto di vista spirituale, economico e culturale per avviare attività lavorative con l’aiuto di filiere del non profit. E ha dato le coordinate per il rilancio con la generazione Z.
Il progetto voleva creare piccole imprese tra i giovani dell’Italia meridionale. Oggi è diffuso in 10 regioni e 110 diocesi con oltre mille animatori formati in 3 decenni e circa 3mila giovani occupati in 500 Gesti concreti tra imprese, cooperative, attività lavorative. Il capitale dei Gesti Concreti si attesta su circa 64 milioni di euro e il valore di produzione è di circa 43 milioni. Soprattutto ha offerto una formazione curata che impegna chi aderisce a promuovere imprese etiche, socialmente responsabili e rispettose del creato. I settori di impegno sono svariati, dalla valorizzazione dei beni artistico-culturali ai servizi alla persona, dalla produzione agricola al tessile, dall’artigianato alla grafica, dall’alimentare al turistico, dalla ristorazione al commercio, dall’arredamento all’inclusione sociale.
Il progetto nacque dall’intuizione felice di don Mario Operti, sacerdote torinese e prete operaio che nel 1995 dirigeva l’ufficio Cei della pastorale del lavoro. Con lui collaborarono altri due sacerdoti del nord capaci di convogliare intorno all’iniziativa le migliori energie della Chiesa nel Mezzogiorno, ovvero il padovano monsignor Giuseppe Pasini, direttore di Caritas italiana e il bresciano monsignor Domenico Sigalini, allora direttore del Servizio di pastorale giovanile della Cei, l’unico ancora in vita
«Mi chiamò don Operti – ha ricordato Sigalini – e mi disse che dovevamo fare qualcosa per la disoccupazione giovanile. Coinvolgemmo anche Caritas Italiana, allargando poi alla platea di persone competenti e volenterose. Credevamo che il lavoro fosse un fatto fondamentale, una fiammata di Dio, una vocazione che deve essere riconosciuta. Andavamo in auto a Policoro, in Basilicata, una volta al mese a tenere gli incontri per facilitare la presenza delle diocesi del sud. Lì sono stati chiariti alcuni elementi come il ruolo degli animatori di comunità, una novità perché si affidava ai laici l’evangelizzazione nel mondo del lavoro. Altra novità, i rapporti di reciprocità che collegavano le regioni interessate a quelle del nord. Il Policoro ha aiutato la chiesa a maturare un diverso modo di pensare il mondo del lavoro».
Allo snodo dei 30 anni è tempo di cambiamenti per parlare alle nuove generazioni. Marco Menni, vicepresidente di Confcooperative, ha proposto di ricostituire un patto tra Cei e filiere del mondo cattolico. «Oggi ci sono grandi spazi – ha detto – nella rivalutazione dei beni ecclesiali come nel turismo, occorre riacquisire responsabilità attorno al tema del lavoro e della resilienza sui territori. Se la Cei da un lato accompagna queste esperienze, dall’altro occorre un nuovo patto con le filiere come la nostra, Acli, Coldiretti, Cisl che accompagnano i giovani».
Ma quali sono i valori della Gen Z, i nati in questo millennio nuovi destinatari del Policoro? Risponde Cristina Pasqualini, sociologa della Cattolica e componente del Comitato scientifico dell’Istituto Toniolo che pubblica un puntuale rapporto sui giovani.
«La prima novità – ha spiegato – è che vogliono conciliare i tempi del lavoro con la famiglia, tanto da essere disposti a lasciare un lavoro remunerativo. Quindi chiedono lavori flessibili, non hanno il mito del posto fisso. Se trovano nel luogo di lavoro relazioni tossiche, sono pronti a lasciarlo. Anche per trasferirsi all’estero».
Elementi da tenere presente per le prospettive di rinnovamento, delineate dal segretario generale della Cei, l’arcivescovo di Cagliari, Giuseppe Baturi.
«Il progetto Policoro – ha dichiarato – continua ad essere una delle esperienze più significative della Chiesa italiana nell’accompagnamento dei giovani e nell’annuncio del Vangelo secondo i principi della dottrina sociale. Tuttavia i mutamenti culturali sociali ed economici che attraversano il Paese, insieme alle trasformazioni del mondo del lavoro e della partecipazione giovanile rendono necessario un percorso di rinnovamento che lo renda più leggibile, di più facile ricezione, più efficace e maggiormente integrato nelle comunità ecclesiali». Baturi ha indicato come metodo da seguire «il rafforzamento dell’identità come cammino ecclesiale fondato sulla Dottrina Sociale non solo come ispirazione, ma come linguaggio e metodo». Per il segretario generale della Cei va rimessa al centro la dimensione relazionale e comunitaria. «Non basta fare rete: va coltivata la qualità delle relazioni tra tutti gli attori affinché siano generative, sinodali e capaci di prendersi cura delle fragilità». Nel rinnovato Policoro le diocesi, oltre alla formazione di base degli animatori comunità, per gli anni formativi successivi dovranno scegliere un ambito specifico tra quello delle aree interne con lo sviluppo delle opportunità a livello locale, quello della formazione socio-politica per formare in maniera più incisiva la cittadinanza attiva e responsabile e favorire la partecipazione giovanile alla vita pubblica e infine la creazione e la cura della rete comunitaria per le start up di impresa e l’utilizzo dei beni ecclesiali. Un nuovo modello che intende custodire la preziosa eredità del 1995 aprendo vie nuove.
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