«No alle omelie fatte con l'intelligenza artificiale». Il dialogo del Papa con il clero di Roma

di Agnese Palmucci, Roma
L'incontro di Leone XIV con i sacerdoti della sua diocesi, il secondo del suo pontificato. La priorità dell'Annuncio e l'attenzione al mondo giovanile, fra i temi toccati
February 20, 2026
«No alle omelie fatte con l'intelligenza artificiale». Il dialogo del Papa con il clero di Roma
Papa Leone XIV incontra il clero di Roma in aula Paolo VI, 19 febbraio 2026 - (ANSA)
Rimettere al centro «l’annuncio del Vangelo» per cercare in ogni modo di aiutare «le persone a entrare nuovamente in contatto con la promessa di Gesù». È questa l’esortazione al cuore dell’incontro “familiare” tra papa Leone XIV e il clero della sua diocesi, che papa Prevost ha ricevuto ieri in udienza a porte chiuse, in Aula Paolo VI. Nell’intervento iniziale, seguito da un momento di dialogo molto apprezzato dai sacerdoti, il Papa ha esortato tutti a «ravvivare» il fuoco acceso dal Signore prendendosi cura in particolare di tre ambiti della vita pastorale: la «pastorale ordinaria delle parrocchie», l’urgenza di «imparare a lavorare in comunione» e la «vicinanza ai giovani».  

Ripensare l'iniziazione cristiana

In ogni comunità esistono fatiche e incomprensioni, ha specificato il Pontefice, che però «possono anche essere occasione di riflessione sulle sfide pastorali da affrontare». Rispetto a ciò, ha sottolineato anche ai tanti parroci presenti,  urge una «chiara inversione di marcia» in particolare «circa la relazione tra iniziazione cristiana ed evangelizzazione». Secondo Leone XIV, «la pastorale ordinaria è strutturata secondo un modello classico che si preoccupa anzitutto di garantire l’amministrazione dei Sacramenti», ma «un tale modello presuppone che la fede venga in qualche modo trasmessa anche dall’ambiente circostante, dalla società come dall’ambiente familiare». Ciò però, non avviene più, anzi, quello a cui si assiste è una «una crescente erosione della pratica religiosa», ha aggiunto.
Rimettere al centro l’annuncio del Vangelo, dunque, in una città come Roma, «segnata dalla permanente mobilità, da un nuovo modo di abitare il territorio e di vivere il tempo, da tessuti relazionali e familiari sempre più plurali e talvolta sfilacciati», significa anche rivedere l’iniziazione cristiana. Questa è ancora spesso «modulata su ritmi scolastici», ha specificato, mentre occorre «sperimentare altre modalità di trasmissione della fede anche al di fuori dei cammini classici». Per essere annunciatori di Cristo, nella città e nel mondo, poi, «non si può pensare e agire in modo solitario», ha sottolineato, mentre «occorre vincere la tentazione dell’autoreferenzialità, che genera sovraffaticamento e dispersione, per lavorare sempre più insieme, specialmente tra parrocchie limitrofe, mettendo in comune i carismi e le potenzialità, programmando insieme ed evitando di sovrapporre le iniziative». Una collaborazione che è a tutti gli effetti espressione della «comunione presbiterale»
Il Papa con i sacerdoti di Roma in udienza, 19 febbraio 2026 - (ANSA)
Il Papa con i sacerdoti di Roma in udienza, 19 febbraio 2026 - (ANSA)

Ai giovani preti l'invito a «non chiudersi»

In ultimo, il Papa, ha sottolineato l’importanza di farsi prossimi ai più giovani. Si tratta «di cogliere e leggere il profondo disagio esistenziale che li abita, il loro smarrimento, le loro molteplici difficoltà - ha esortato i sacerdoti - come pure i fenomeni che li coinvolgono nel mondo virtuale e i sintomi di una preoccupante aggressività, che sfocia a volte nella violenza». Per questo, ha riconosciuto, non esistono «soluzioni facili che ci assicurino risultati immediati» ma occorre «restare in ascolto dei giovani, renderci presenti, accoglierli, condividere un po’ della loro vita» e cercare, come parrocchie, anche «di dialogare e interagire con le istituzioni presenti sul territorio» e con gli esperti.
Tra i presenti in Aula Nervi anche molti sacerdoti giovani, a cui Leone XIV, con tono paterno, ha rivolto parole di incoraggiamento. A loro, «che spesso sperimentano sulla loro pelle le potenzialità e le fatiche della loro generazione e di questa epoca», ha ribadito che «in un contesto sociale ed ecclesiale più difficile e meno gratificante, si può correre il rischio di esaurire in fretta le proprie energie, accumulare frustrazione e di cadere nella solitudine». Il Papa, dunque, li ha esortati «alla fedeltà quotidiana nella relazione col Signore e a lavorare con entusiasmo» anche se ora non vedono «i frutti dell’apostolato». In più li ha invitati a non chiudersi mai in loro stessi, esortandoli a non avere paura di confrontarsi, anche sulle «stanchezze» e sulle «crisi», specialmente «con i confratelli». 
Il Papa con un sacerdote del clero di Roma, 19 febbraio 2026 - (ANSA)
Il Papa con un sacerdote del clero di Roma, 19 febbraio 2026 - (ANSA)

Accompagnare i ragazzi senza essere «solo uno tra loro»

Dopo i ringraziamenti da parte del cardinale vicario di Roma, Baldo Reina, la prima domanda al Pontefice, sulle fatiche del giovane clero, l’ha posta proprio un ragazzo, don Francesco Melone, ordinato lo scorso 31 maggio dallo stesso Prevost. «Cosa consiglierebbe a noi giovani preti per poter incarnare il Vangelo nel mondo di oggi, in particolare in mezzo ai nostri giovani - ha chiesto a Leone XIV - proponendoci loro come adulti credibili, senza tuttavia trasformare l’evangelizzazione in animazione e il discernimento in intrattenimento?». Per il Papa la risposta sta nel «conoscere la loro realtà», nell’«accompagnarli» da veri testimoni, senza essere «solo uno tra i giovani».
Poi bisogna andare incontro ai ragazzi della città, ha ribadito il Papa, offrire loro anche attività sportive, artistiche, culturali, per vincere l’isolamento. «Per fare tutto questo ci vuole molto tempo, sacrificio, anche riflessione - ha aggiunto Leone XIV - vedere come arrivare a questi giovani che oggi sono portati via a una vita terribile tante volte, la dipendenza dalla droga, la delinquenza, la violenza, difficoltà, questo isolamento…». In questo, ha concluso, «i giovani sacerdoti, che sono più vicini ai giovani per età, per cultura, per formazione, potranno fare un grande servizio per annunciare questo messaggio che, in fondo, è sempre il Vangelo».
Papa Leone XIV durante l'udienza con il clero di Roma, 19 febbraio 2026 - (ANSA)
Papa Leone XIV durante l'udienza con il clero di Roma, 19 febbraio 2026 - (ANSA)

Attenzione all'invidia e alle omelie preparate dall'IA 

La seconda domanda, proposta da don Giacomo Pavanello, parroco a San Gregorio Magno alla Magliana, una parrocchia di circa 40 mila abitanti, invece, ha toccato il tema della «progressiva marginalizzazione del religioso dal panorama sociale contemporaneo», e le «priorità pastorali» da tenere in considerazione oggi. A questo, ancora una volta, il Papa ha risposto con l’urgenza di «conoscere» a fondo le realtà in cui si vive, facendo lo «sforzo» insieme ai consigli parrocchiali» di vedere «realmente quali sono le sfide di questo momento in questo posto». Poi ha toccato il tema dell’intelligenza artificiale, «che anche nella vita del sacerdote è presente». Su questo, con tono scherzoso ma schietto, papa Leone XIV ha esortato «a resistere alla tentazione di preparare le omelie con l’IA» perché fare «una vera omelia» è «condividere la fede», e l’intelligenza artificiale «mai arriverà a poter condividere la fede».  Infatti, ha proseguito, «la gente vuole vedere la tua fede, la tua esperienza di avere amato Gesù Cristo e il suo Vangelo». Poi ha ammonito quei preti influencer che «su TikTok dicono "io ho tanti followers, ho tanti like"», perché «se non stai trasmettendo il messaggio di Gesù Cristo forse ci stiamo sbagliando».
L’ulteriore sollecitazione, da parte di don Romano De Angelis, da poco cappellano dell’ospedale pediatrico “Bambin Gesù”,  ha riguardato l’importanza della «fraternità sacerdotale», spesso incrinata da invidie e gelosie. Proprio dell’«invidia clericalis» ha parlato Prevost, chiedendo di «stare attenti» a «questa realtà». È la cosa che rompe i rapporti e induce i pettegolezzi, le critiche. Così «si distrugge invece di vedere come costruire vincoli, ponti di amicizia, di fraternità sacerdotale». Invece, ha esortato con forza, «come sacerdoti – e spero già dal seminario – possiamo dare modelli di vita», essendo «davvero amici, fratelli, e non nemici o indifferenti gli uni verso gli altri». Il Papa ha spinto anche a «prendere l’iniziativa» nella costruzione della fraternità, organizzando momenti di comunità e condivisione tra sacerdoti. 
Papa Leone XIV durante l'udienza con il clero di Roma, 19 febbraio 2026 - (ANSA)
Papa Leone XIV durante l'udienza con il clero di Roma, 19 febbraio 2026 - (ANSA)

I sacerdoti anziani sono «un grande dono»

Da don Tonino Panfili, presbitero anziano, attualmente amministratore della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, la domanda sull’accompagnamento dei sacerdoti più giovani. A questa domanda, il Papa ha iniziato a rispondere parlando dello «spirito di gratitudine», che deve accompagnare la vita di ciascun sacerdote, anziano o giovane, fin dal seminario. In molti, poi, ha sottolineato, «già come giovani vanno per le strade della vita con una certa amarezza, non hanno mai saputo vivere esperienze di amicizia, di fraternità o di comunione». Tuttavia, «se uno vive tutta la vita come un cammino che ci porta avanti» anche con gli anni, con le malattie, «avrà la capacità, con la grazia di Dio, di accettare la croce, la sofferenza che viene, perché lo fa con lo stesso spirito di preghiera e sacrificio che ha voluto avere il giorno dell’ordinazione sacerdotale», ha aggiunto.
Il Papa ha fatto un cenno anche al tema dell’eutanasia, con tante «persone che non hanno più un senso di vita e stanno lì con la croce di una malattia», con il pensiero di finire la propria esistenza. Davanti a questo dolore, ha commentato, «se noi siamo così negativi sulla nostra vita, e a volte con meno sofferenza di quella che portano tante persone, come possiamo dire loro: “No, tu non puoi toglierti la vita, devi accettare…”». Invece, ha esortato, «dobbiamo essere noi i primi testimoni del fatto che la vita ha un grandissimo valore». I sacerdoti anziani, dunque, hanno un ruolo importante nella Chiesa. «Anche se sono malati a letto, se hanno vissuto una vita veramente di servizio e sacrificio, - ha detto il Papa - sanno molto bene che la loro preghiera può essere anche un grande servizio, un grande dono».

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