Gaza da oggi è chiusa a 37 Ong. Caritas: continueremo le operazioni umanitarie
di Luca Foschi
Lo stop di Israele alle autorizzazioni a 37 Organizzazioni non governative è già diventato un caso. «Vogliamo evitare infiltrazioni da parte di Hamas». Caritas Gerusalemme: siamo riconosciuti da Tel Aviv dall'accordo del 1993, siamo in conformità con il mandato che ci è stato dato. Le altre realtà umanitarie: i dati richiesti sugli operatori? Non mettiamo nostri lavoratori a rischio

Sono state sospese oggi dal governo israeliano le autorizzazioni di 37 Organizzazioni umanitarie internazionali che operano nella Striscia di Gaza. Le Ong, fra le quali figurano Medici senza frontiere, Oxfam e Caritas Gerusalemme, dovranno cessare ogni attività e abbandonare l’enclave entro il 1° marzo.
La decisione, ha reso noto martedì il ministero degli Affari della Diaspora e della Lotta all’Antisemitismo di Tel Aviv, fa parte di una riforma che vuole intervenire sulla violazione degli standard di sicurezza e trasparenza, grazie alla quale, ha dichiarato il ministero, individui riconducibili ad Hamas e alla Jihad islamica avrebbero infiltrato le organizzazioni. I funzionari israeliani sostengono che le Ong alle quali è stata sospesa l’autorizzazione non hanno fornito entro il mese di dicembre, come richiesto da marzo 2025, i documenti diventati necessari con la riforma. Fra questi la lista dei dipendenti, oggetto di revisione da parte delle autorità di sicurezza. «Il messaggio è chiaro: l’assistenza umanitarie è benvenuta, lo sfruttamento della cornice umanitaria per il terrorismo non lo è» ha affermato Amichai Chikli, ministro degli Affari della Diaspora.
Caritas Gerusalemme ha risposto con fermezza, ricordando il proprio status e la propria missione, «riconosciuti dallo Stato di Israele attraverso l’Accordo Fondamentale del 1993 e il successivo Accordo sulla Personalità Giuridica del 1997, firmati tra la Santa Sede e lo Stato di Israele. Caritas Gerusalemme non ha intrapreso alcun processo di ri-registrazione presso le autorità israeliane. Caritas Internationalis non attua né svolge alcun intervento diretto nel Paese. Caritas Gerusalemme continuerà le proprie operazioni umanitarie e di sviluppo a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme, in conformità con il proprio mandato».
Medici senza frontiere (Msf) ha denunciato con forza l’iniziativa israeliana, descrivendo come catastrofiche le conseguenze per il proprio operato a Gaza, dove garantisce il 20% dei posti letto ospedalieri e segue un terzo delle nascite. «Medici senza frontiere non assumerebbe mai deliberatamente persone coinvolte in attività militari» ha sottolineato l’organizzazione in un comunicato. Philippe Ribero, capo missione di Msf a Gaza e in Cisgiordania, ha dichiarato al quotidiano Haaretz che l’organizzazione «non è mai stata informata preventivamente in merito a eventuali membri del personale che potessero essere problematici». Alcune Ong affermano di non aver inoltrato la lista dei propri impiegati palestinesi, in ottemperanza al nuovo regolamento, per paura che questi potessero essere presi di mira da Israele, e nel rispetto delle leggi dell’Unione Europea sulla protezione dei dati. La decisione «viene da una prospettiva legale e di sicurezza. A Gaza abbiamo visto centinaia di lavoratori umanitari uccisi» sostiene Shaina Low, consulente per la comunicazione del Norwegian Refugee Council, ong colpita dalla sospensione.
Gran Bretagna, Francia e Canada hanno condannato la decisione e chiesto all’esecutivo israeliano di «eliminare questi ostacoli all’accesso umanitario e adempiere ai propri impegni nel territorio». Nella dichiarazione congiunta, firmata da altri sette ministri degli Esteri, si esprime «profonda preoccupazione» per la «catastrofica» situazione della Striscia, e viene rinnovato l’appello a permettere all’Onu e ai suoi partner di «continuare il lavoro vitale», e a revocare le restrizioni esistenti all’entrata degli aiuti umanitari, elemento questo che segna una violazione degli accordi sul cessate il fuoco del 10 ottobre.
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