venerdì 18 agosto 2017
L'azione sulle Ramblas non è stata frutto di improvvisazione. L'intelligence spagnola monitorava una sessantina di imam. Moschee sono state aperte nei garage e nei retrobottega
Lapresse

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Le forze di sicurezza e i servizi d’intelligence spagnoli erano stati allertati dalla Cia sui rischi di un attentato proprio a Barcellona. Ma c’era confusione. Gli 007 spagnoli sapevano che un centinaio di individui radicalizzati era pronto all’attacco in circostanze favorevoli. Ma alcuni rapporti confidenziali non menzionavano la Spagna come obiettivo immediato. Se nella città catalana era in preparazione un attentato così complesso come quello di giovedì 17 agosto, la rete di assistenza logistica è ancora in campo, allestita da mesi, con l’interludio tragico di Londra e Parigi.

Probabilmente, il terrorista in fuga da Barcellona può contare sull’appoggio di individui insospettabili: anche personale medico e paramedico, in più aree. Una rete che può fornire riparo, viveri e mezzi di trasporto. Un circuito che potrebbe essere più ampio di quanto si pensi. E contare su gruppi salafiti di matrice jihadista, sulle cellule di Daesh e sul franchising qaedista. Nella regione di Valencia c’è un’importante comunità musulmana, che potrebbe fornire appoggio, se mai l’uomo riuscisse a dileguarsi. L’attentatore sembra avere una formazione militare. Ha adottato senz’altro accorgimenti. Qualcosa che potrebbe complicare il lavoro della polizia e dell’intelligence.

Dall’11 marzo 2004 la minaccia numero uno della Spagna è il terrorismo jihadista. Il diradarsi dello spauracchio dell’Eta ha permesso all’intelligence di dirottare il grosso delle risorse e del personale sul monitoraggio del radicalismo islamico. Nell’ultimo anno, il Centro nazionale d’intelligence (Cni) ha stipendiato 500 esperti in più, fra matematici, ingegneri delle telecomunicazioni e informatici. Dal 2016, gli effettivi del Cni sono triplicati, con nuovi 007 poliglotti, versati nei dialetti arabi e tuareg. L’iter formativo degli agenti è incentrato su una migliore conoscenza della cultura e della religione islamica, per capirne la complessità.

L’intelligence spagnola batte oggi in lungo e in largo i social media. E sorveglia gli individui sospetti, le moschee, i centri culturali e religiosi, i negozi halal, e le associazioni musulmane. Non tutti i frequentatori sono monitorati, ma solo i personaggi più influenti all’interno delle comunità musulmane. Il ministero dell’Interno controlla una sessantina di imam sospettati di divulgare un’ideologia radicale. E tiene d’occhio un centinaio di individui radicalizzati.

Ma molto altro sfugge al controllo. Sono infatti proliferate le moschee illegali, spuntate nei garage, nelle abitazioni private, nei retrobottega e così via. Ce ne sarebbero 800, oltre al centinaio già smantellato dalla polizia e dalla Guardia civil. La più parte è concentrata nella Comunitat valenziana, seguita dalla regione di Madrid e dalla Catalogna I servizi d’intelligence ritengono che siano queste pseudomoschee i veicoli principali del reclutamento jihadista in Spagna. Che si serve di collusioni con la rete internazionale dei foreign fighters spagnoli. Un centinaio sono partiti per il jihad nel Siraq e fanno un proselitismo forsennato, invitando i “fratelli” radicalizzati in Spagna ad attaccare quanto prima.

Dopo gli attentati di Parigi del novembre 2015, gli 007 spagnoli hanno attivato un duplice dispositivo di contrasto sociale al terrorismo, con le piattaforme Stop radicalism e Alertcops, per tracciare le cellule jihadiste e i potenziali lupi solitari. Qualcosa che ieri a Barcellona sembra non aver funzionato alla perfezione.



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