giovedì 29 dicembre 2016
Il conflitto dimenticato: da due anni gli Houthi sciiti combattono contro l'esercito regolare sostenuto dall'Arabia Saudita. E nelle aree contese operano i qaedisti e il Daesh
Miliziani Houthi nella capitale yemenita Sanaa (Lapresse)

Miliziani Houthi nella capitale yemenita Sanaa (Lapresse) - LaPresse

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Ad Aden è stata strage di soldati: in due attacchi suicidi a distanza di una settimana (10 e 18 dicembre 2016), il sedicente “Stato islamico” ha ucciso quasi cento militari yemeniti, mentre si trovavano in fila per ritirare lo stipendio. Nello Yemen che non fa notizia, la violenza ha molti volti. C’è la guerra che da quasi due anni oppone gli Houthi, il movimento degli sciiti zaiditi del nord (alleati con i miliziani dell’ex presidente Saleh), all’esercito regolare, sostenuto dai bombardamenti della coalizione guidata dall’Arabia Saudita. E poi, nelle aree contese e nei territori “controllati” dal governo, operano sia al-Qaeda nella Penisola arabica (Aqap) che il Daesh. E pensare che i droni degli Stati Uniti continuano a colpire i jihadisti, così come fanno, più timidamente, sia sauditi che emiratini (questi ultimi coordinando anche operazioni di terra).

Aden, secondo centro e primo porto del Paese, affacciato sul Corno d’Africa, città dell’assalto alla casa delle suore di Madre Teresa del 4 marzo scorso, è l’emblema dell’instabilità yemenita. Qui, dov’è la sede provvisoria del governo (dopo l’occupazione Houthi di Sanaa), la guerra è “tecnicamente” finita, ma la città è fuori controllo, tanto che il presidente Hadi trascorre più tempo a Riad che in patria e non si fida degli attori locali, per lo più secessionisti, che hanno combattuto al fianco dell’esercito contro gli insorti, ma non sostengono Hadi, aspirando all’indipendenza dello Yemen del sud.In questo scenario, Aqap e Daesh «cooperano a livello tattico», come affermato dall’ex capo della Cia John Brennan, ma giocano due partite diverse. I qaedisti, più radicati e organizzati, cavalcano il malcontento locale contro il governo, mentre i seguaci del “Califfato” (fuoriusciti da Aqap nel 2014), alimentano l’ostilità settaria contro gli sciiti, colpendo soprattutto gli Houthi.

Ma le forze di sicurezza sono i primi obiettivi della violenza jihadista, perché simboli dell’autorità dello Stato: anche Aqap ha spesso attaccato i militari, ma dietro ogni soldato c’è anche un’appartenenza tribale e ciò fa parte dell’estrema complessità dello Yemen. Stavolta, dopo l’attacco del 10 dicembre, i qaedisti, tramite un comunicato dell’affiliata Ansar al-Sharia, hanno condannato la strage di soldati perpetrata dal Daesh, dissociandosene: infatti, tra i morti figurano numerosi giovani di una tribù del sud dello Yemen già alleata di Aqap.D’altronde, la nuova e insidiosa strategia di Aqap mira a conquistare il consenso delle popolazioni locali non solo attraverso il terrore, ma co-amministrando con loro porzioni di territorio, offrendo così welfare in cambio di protezione. La cellula yemenita del Daesh, indebolita dalle sconfitte siro-irachene e libiche, cerca invece attacchi “spettacolari” per attrarre reclute, concentrandosi su Aden. Intanto, la situazione umanitaria peggiora.

Lo Yemen a livello alimentare ormai dipende per il 90% dalle importazioni, ma la sua Banca centrale (divenuta oggetto di contesa politica e trasferita da Sanaa ad Aden) non ha più soldi. Dunque, la crisi alimentare è destinata ad aggravarsi: secondo l’Onu, più di 21 milioni di yemeniti, l’86% della popolazione, necessitano di assistenza umanitaria e 19 milioni non hanno accesso all’acqua potabile (infatti c’è il colera). Eppure, lo Yemen è ancora un Paese di forte immigrazione: nel 2016, almeno 106mila etiopi e somali sono sbarcati sulle sue coste.Gli Stati Uniti, insieme a britannici, sauditi, emiratini, omaniti e Onu, stanno tentando l’ultima mediazione diplomatica prima del cambio alla Casa Bianca. Il presidente Hadi trasferirebbe i poteri a un vice condiviso dopo il ritiro degli insorti dalle aree occupate: sarà difficile. Ma non c’è tempo: sembra ora improbabile che Rex Tillerson, futuro capo della diplomazia di Trump, faccia la spola tra Riyadh e l’Oman per mediare sulla crisi, come John Kerry (seppur con scarsi risultati), ha fatto. E lo Yemen senza pace alimenta il terrorismo, anche internazionale.

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