Il segno della persecuzione. Quella lettera N segno di infamia e di riscossa


Camille Eid sabato 16 agosto 2014
Tutto è cominciato con quella "Nun", la lettera N con cui il sedicente Califfato ha marchiato le case dei cristiani di Mosul prima di costringerli alla fuga. Una lettera che il mondo ha però imparato a conoscere, non tanto come marchio della vergogna, come intendevano i terroristi, bensì come simbolo di una campagna internazionale a favore dei cristiani perseguitati. La lettera ha, così, trovato un’identità tanto forte da riscattare le sue origini incerte. Diventando una star. Se, infatti, tutti sappiamo che quella lettera sta per la parola araba "Nasara" (nazareni), è controversa l’origine del termine. Se sia, cioè, un dispregiativo o un semplice sinonimo di "masihiyyun", seguaci del Messia. Non è, infatti, noto come i cristiani d’Arabia – parliamo del VI-VII secolo – si autodefinivano. La parola "Nasara" ricorre raramente prima dell’islam. Nel Corano si trova 14 volte, sempre al plurale, di cui 12 volte insieme alla parola «ebrei». Un famoso versetto (Mensa, 82) mette la parola in bocca agli stessi cristiani. «Troverai che i più cordialmente vicini a coloro che credono sono quelli che dicono: “Siamo Nasàra!”. Questo avviene perché fra di loro vi sono preti e monaci ed essi non sono superbi». La parola ha creato non pochi problemi per i linguisti arabi. Sul "Lisan al-’Arab", il più corposo vocabolario di lingua araba, si legge che "Nasrani" (il singolare di "Nasara") è l’abitante di un Paese del Levante che esso chiama con quattro nomi diversi, tra cui "Nasran", con l’evidente obiettivo di risolvere l’enigma dell’aggettivo. Gli esegeti musulmani hanno cercato la soluzione nella radice NSR (vincere o sostenere) e i suoi derivati, richiamando il versetto 14 della sura dei “Ranghi serrati” in cui viene ripetuta la parola "Ansar", che significa ausiliari o partigiani: «O voi che credete! Siate gli ausiliari di Dio, così come disse Gesù figlio di Maria agli apostoli: “Chi saranno gli ausiliari miei verso Dio?” Ed essi risposero: “Noi siamo gli ausiliari di Dio!”». Un teologo radicale ha visto nel passaggio da "Ansar" a "Nasara" una sorta di degradazione semantica, visto che il paradigma indica sempre persone colpite da difetti, come in "Kasala", "Sakara", "Nadama", che traducono pigri, ubriachi, pentiti. In tal caso l’uso coranico di "Nasara" non sarebbe altro che una «punizione divina» per aver dato a Gesù gli attributi di Dio. La diatriba ricorda da vicino quella che nelle lingue europee riguarda l’uso alternativo di "Nazoraios" e "Nazarenos" per riferirsi a Gesù di Nazareth nella Bibbia greca, nel quale alcuni studiosi hanno visto l’etimo di nazireo o nazirita, ossia l’ebreo consacrato. Gli Atti degli Apostoli (24, 5) ricordano l’episodio del processo di Paolo davanti a Felice in cui l’avvocato Tertullo esoridisce dicendo: «Abbiamo scoperto che quest’uomo è una peste, fomenta continue rivolte tra tutti i Giudei che sono nel mondo ed è capo della setta dei Nazorei». È quindi probabile che questo appellativo sia passato in arabo sotto la forma di "Nasara" oppure, come sostengono alcuni studiosi, che fosse relativo a una setta giudeo-cristiana diffusasi nell’Arabia pre-islamica. Nazareni, ausiliari, cristiani giudaizzanti. Quale che sia l’origine della parola, è chiaro che i jihadisti intendono con essa un marchio della vergogna, ma, come abbiamo già scritto su "Avvenire" non sarà mai per chi lo subisce, bensì per coloro che lo impongono.
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