«Ripugnante chi nega la pace. Giovani, non rassegnatevi»

L'undicesimo discorso di fine anno di Mattarella: in 15 minuti un album di ottant'anni della Repubblica. «La democrazia più forte di tutto». Un elenco di priorità: welfare, sanità, casa, salari, nuove povertà
January 1, 2026
«Ripugnante chi nega la pace. Giovani, non rassegnatevi»
Il Presidente Sergio Mattarella
Il primo pensiero è ai giovani. Giovani che devono (anzi che sono) essere il futuro della Repubblica. Sergio Mattarella li accarezza. Li sprona. «Qualcuno - che vi giudica senza conoscervi davvero - vi descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati: non rassegnatevi. Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l'Italia moderna». Ottant'anni che hanno reso grande l'Italia e che certamente il capo dello Stato celebrerà nel 2026 cementando passato e futuro. Ecco il discorso di fine anno di Mattarella. Quindici minuti trasmessi a reti unificate. Quindici minuti densi. Appassionati. Quasi un "album immaginario" degli 80 anni trascorsi dalla scelta referendaria che tra monarchia e Repubblica, nel 2 giugno del 1946, scelse quest'ultima. Quasi un invito agli italiani a seguirlo nel tuffo in un passato che ha reso piano piano l'Italia un Paese grande. Tutto il Mattarella pensiero è in trenta parole. «La nostra vera forza è stata la coesione sociale nella libertà e nella democrazia: ci ha consentito di fare dell'Italia il grande Paese che è oggi».  Due parole: libertà e democrazia. Che illuminano le scelte dell'Italia. Che sono la forza dell'Italia. Il capo dello Stato parte dai padri costituenti che la mattina litigavano per il governo e il pomeriggio sapevano trovare compromessi per il bene del Paese. Rifuggendo - spiega Mattarella citando papa Leone XIV - da «violenti scontri verbali e da accuse reciproche» per dare tutti insieme una Costituzione all'Italia. Un richiamo che vale certamente oggi e che Mattarella consegna alla classe politica, affinchè sulle riforme fondamentali cessino le partigianerie politiche. È un discorso denso, l'undicesimo per questo presidente, che volutamente lascia da parte i temi più squisitamente politici, sia interni che internazionali, per concentrarsi sulla pace, sul suo significato profondo. Eppure conferma agli italiani che sulla politica internazionale non sono ammessi cedimenti o distinguo: la collocazione dell'Italia repubblicana era chiara sin dalla nascita e tale rimane. «L'Unione Europea e l'Alleanza Atlantica hanno coerentemente rappresentato, e costituiscono, le coordinate della nostra azione internazionale», ribadisce senza sfumature. E la pace «non è imporre il proprio dominio o i propri interessi». Soprattutto, e qui viene il j'accuse del presidente, è «ripugnante il rifiuto di chi nega la pace perché si sente più forte». Una condanna netta che il presidente sillaba dopo aver ricordato sia i «bombardamenti sulle città ucraine» sia la «devastazione di Gaza». Ecco Mattarella. Il suo richiamo. La sua riflessione. «Si chiude un anno non facile. Tutti ne abbiamo ben presenti le ragioni e, come sempre, speriamo di incontrare un tempo migliore. La nostra aspettativa è anzitutto rivolta alla pace», osserva amaramente. Non manca la parte più sociale del messaggio che Mattarella sapientemente espone in un gioco di rimando tra passato e presente, elencando i grandi successi dell'Italia post-bellica e le sofferenze di settori della società che non sono state curate. Welfare, Sanità, salari, nuove povertà, emergenze abitative, corruzione e, naturalmente, il grande tema dell'evasione. Il presidente cita tutti questi mali, con garbo, ma sapendo che i cittadini sanno bene di cosa parla. Partendo dalla «grande stagione di riforme» che ha cambiato il profilo dell'Italia, Mattarella ricorda, ad esempio, quella agraria, il Piano casa, il cui «ricordo richiama le difficoltà delle giovani coppie a trovare casa oggi nelle nostre città». Oppure quando poco dopo cita come cornice di sicurezza lo «statuto dei lavoratori che è stato lo strumento che riconosce e sancisce diritti, dignità e libertà sindacale». Questi sono «valori che richiamano al pieno rispetto della irrinunziabile sicurezza sul lavoro e all'equità delle retribuzioni». Lo ricorda a un Paese che, fra i più nell'Unione europea, soffre di salari inadeguati al costo della vita. Ma non è finita, il gioco di parlare del passato affinché si affrontino i problemi del presente prosegue: «L'istituzione del servizio sanitario nazionale garantisce universalità e gratuità delle cure, rappresentando un'altra decisiva conquista dello stato sociale, che pone al centro la dignità della persona e l'idea di una piena uguaglianza. Accanto ad esso il sistema previdenziale esteso a tutti. Condizioni - sottolinea - da preservare di fronte ai cambiamenti di ogni tempo»

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