venerdì 23 gennaio 2009
Oltre ai sequestri, la principale forma di finanziamento è la «tassa rivoluzionaria» estorta agli imprenditori. Frutta 900mila euro al giorno La scelta di mettere fuorilegge i partiti che fiancheggiano l’Eta ha lasciato senza rappresentanza politica il dieci-quindici per cento della popolazione
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Il venerdì pomeriggio decine e decine di persone sfilano per le strade di Bilbao. Anziani dal­l’aria stanca ma fiera, ragazzi con la kefiah, donne coi bambini, marciano compatti tenendo in mano le foto dei loro familiari. « Li vogliamo vivi e a casa » , ripetono ossessivamente i manifestanti. Dai marciapiedi intorno, la gente spesso si ferma, qualcuno ap­plaude, altri gridano « libertà » . Il rito, incomprensibile per chi non vive nei Paesi Baschi, si ripete tut­te le settimane. « Protestano per il ritorno in Euskadi – nome basco per indicare questo territorio a­spro e montuoso, incastonato tra Spagna e Francia – dei nostri pri­gionieri politici » , spiegano a chi chiede informazioni. I «prigio­nieri politici » sono membri del­l’organizzazione terrorista Eta (Euskadi Ta Askatasuna) che com­batte per l’indipendenza della re­gione. Dal 1959, quando è stato fondato, il gruppo si è macchiato di quasi 850 omicidi e un’infinità di attentati. La maggior parte dei «prigionieri politici» si trova, dun­que, in carcere per reati di san­gue. Eppure una parte della so­cietà basca li considera patrioti. L’altra, la maggioranza, è costret­ta a cedere al ricatto della violen­za di Eta. E ad abbassare la testa. Perché schierarsi contro la furia separatista può costare la vita, di se stessi o dei propri familiari. « L’appoggio reale di cui gode tra i cittadini è scarso – spiega Jose Rodriguez Jimenez, storico del­l’Università Rey Juan Carlos di Madrid –. La minaccia delle armi consente, però, ai terroristi di te­nere in ostaggio la società basca. E mentre l’ala militare ottiene il silenzio col terrore, il braccio po­litico dell’organizzazione mobili­ta le piazze in suo favore. Si trat­ta, comunque, di un sostegno im­posto » . La prova di ciò, secondo l’esper­to, sarebbero le intimidazioni, con lettere e telefonate anonime, a cui gli indipendentisti devono ricorrere per riscuotere la cosid­detta « tassa rivoluzionaria » : una sorta di « pizzo » , estorto agli im­prenditori locali, che rappresen­ta, insieme ai sequestri, la loro principale fonte di finanziamen­to. Le cifre pretese variano tra i 70mila e i 150mila euro e porta­no nelle tasche del gruppo, se­condo la polizia francese, circa 900mila euro al giorno. Un fiume di soldi che la banda investe in ar­senali e propaganda. Questa ca­pacità di alternare ricatto e mo­bilitazione spiega la sopravviven­za di Eta, che ha resistito alle per­secuzioni franchiste e alle varie offensive lanciate dai successivi governi democratici di Madrid. L’ultima, avviata da Zapatero do­po la rottura del negoziato nel di­cembre 2006, ha fortemente in­debolito l’organizzazione. L’anno scorso si è chiuso con 670 etarras ( esponenti di Eta) dietro le sbar­re. È il più alto numero in mezzo secolo. Le recenti operazioni con­giunte con le forze di sicurezza francesi hanno, inoltre, consen­tito di decapitare i vertici dell’or­ganizzazione. A maggio è stato catturato Francisco Javier Lopez Peña, detto ' Thierry', numero u­no della banda. Il 17 novembre è toccato a Mikel Garokoitz Aspia­zu, alias ' Txeroki', capo dell’ala militare di Eta. Il successore, Ait­zol Ariondo, è durato appena qualche settimana: la polizia lo ha arrestato l’ 8 dicembre in Fran­cia. Colpi durissimi per l’organiz­zazione. Che, però, resiste. E con­trattacca. Due giorni fa, la mi­naccia contro i responsabili del progetto dell’alta velocità ferro­viaria nei Paesi Baschi inviata a un quotidiano locale. Il 3 dicem­bre due sicari di Eta hanno ucci­so per la quarta volta nel 2008. A cadere è stato l’anziano impren­ditore Ignacio Uria, ' colpevole' di partecipare alla costruzione della linea ad alta velocità nella regione, progetto osteggiato da­gli indipendentisti. Un bersaglio facile, perché l’uomo girava sen­za scorta. « Gli ultimi attentati di Eta – afferma Rodrguez Jimenez – hanno riguardato obiettivi di bas­so profilo o indiscrimati. Questo sarebbe segno della attuale de­bolezza dell’organizzazione». U­na sorta di « terrore al risparmio » : il gruppo realizza attacchi a bas­sa intensità, in modo da far sen­tire la sua presenza senza dover investire troppe risorse, dato che queste sarebbero ridotte all’osso. Alla decapitazione dei comandi militari si aggungerebbe la stan­chezza della base. Non a caso, per aumentare i consensi, l’organiz­zazione si è impegnata in una se­rie di battaglie estranee al separ­tismo, prima fra tutte quella eco­logista contro l’alta velocità. Un modo, già sperimentato con la lotta antinucleare negli anni Ot­tanta, per fagocitare i movimenti sociali alternativi e acquisirne il controllo. L’obiettivo di dare nuo­vo ossigeno a una banda in af­fanno è però riuscito solo in par­te. « Anche buona parte dei soste­nitori di Eta si rende conto che la lotta armata non ha futuro – dice Joseba Zulaika, docente del Cen­tro di Studi Baschi dell’Università di Princeton – e finisce per nuo­cere alla causa del nazionalismo». Almeno di quello democratico, ' prigioniero' dei terroristi'. Il rapporto col Partito nazionalista basco ( Pnv), che governa la re­gione da vent’anni, è uno dei ca­pitoli più controversi della storia di Eta. « Parte del Pnv è ambigua verso i terroristi – sostiene Rodri­guez Jimenez –. Perché, in fondo, la violenza di Eta ha reso diverse volte in termini politici nella ne­goziazione con Madrid per otte­nere maggiore autonomia. Il go­verno dovrebbe essere più ener­gico e non cedere a questa logica ricattatoria». «Il problema è un al­tro – replica Zulaika, che si collo­ca su una prospettiva opposta –: la maggior parte dei baschi non vuole l’indipendenza ma una ri­negoziazione delle regole che pre­mi, anche dal punto di vista sim­bolico, le loro istanze di autoder­minazione. Il braccio di ferro tra terroristi e Zapatero alimenta le commponenti più radicali della società basca. La scelta di mette­re fuori legge i partiti filo-Eta ha lasciato senza rappresentanza il 10- 15 per cento dei cittadini. Che considerano legittimo farsi a­scoltare con altri mezzi». Una rab­bia che sembra prolungare all’in­finito il conflitto. « L’unica solu­zione sarebbe che l’ala politica del gruppo riuscisse a prendere il comando e imponesse al braccio militare di abbandonare le armi e di negoziare – conclude Zulaika –. Ma in Eta, a differenza di Ira, non c’è un Gerry Adams che ab­bia la forza per farlo».
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