martedì 17 febbraio 2009
Dieci anni dopo la fine del conflitto armato, il sogno di uno stato multietnico non si è realizzato. La sovranità dello Stato è stata riconosciuta da 54 Paesi
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Il Kosovo albanese finisce a Mi­trovica sud. Dall’altro lato del fiu­me Ibar comincia un altro mon­do. Un anno fa i serbi del Kosovo a­vevano annunciato vendetta per lo strappo compiuto dalle autorità di Pristina. La dichiarazione d’indi­pendenza qui non è stata mai dige­rita. Ismet, il nostro autista albanese, ci lascia all’ingresso sud del ponte di questa città simbolicamente divisa in due. 'Io dall’altro lato non ci va­do - dice Ismet - è troppo pericolo­so, soprattutto con una targa del Ko­sovo'. I due mondi sono divisi da u­na cinquantina metri che attraver­siamo a piedi sotto l’occhio piutto­sto distratto di militari e gendarmi francesi e della polizia kosovara. Sul­la piazza centrale di Mitrovica nord sono riuniti qualche migliaio di ser­bi. 'Javier Solana, fascista', ci grida un anziano mentre ci avviciniamo al luogo della manifestazione. Parole che con altri toni vengono pronunciate dai loro leader: parlano di terrorismo albanese, di coloniali­smo della Nato, presente qui con 15 mila unità, e dell’Unione europea che, con la nuova missione Eulex, dallo scorso dicembre ha sostituito le Nazioni Unite nei compiti di po­lizia, giustizia e controllo doganale. Il paradosso spagnolo A oggi sono 54 i Paesi che hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. Ci sono gli Stati Uniti e 22 dei 27 paesi dell’Unione europea. I governi europei che hanno rifiuta­to di riconoscere il Kosovo sono quelli che devono fare i conti con spinte separatiste, come Spagna, Romania o Cipro. Una posizione che non ha impedito però a questi paesi di continuare a partecipare alle missioni civili e militari in Ko­sovo. Paradossalmente, l’esercito spa­gnolo, congiuntamente con i no­stri carabinieri, sorveglia il princi­pale posto di frontiera tra la Serbia e il Kosovo, 50 km a nord di Mitro­vica. Una frontiera che il governo di Madrid ufficialmente non rico­nosce. La polizia dell’Eulex ha per il mo­mento assunto il controllo di due valichi. A Mitrovica nord riusciamo a trovare un autista serbo che ac­cetta di portarci al 'cancello 31' a Zubin Potok. Nel bel mezzo delle colline gli agenti europei controlla­no documenti e le merci trasporta­te dai camion: qui si cerca di com- battere il contrabbando e di racco­gliere i dazi doganali essenziali per il magro bilancio del Kosovo. «Questi posti di frontiera – ci spie­ga Christophe Lamfalussy, porta­voce di Eulex – sono stati incendia­ti il 19 febbraio 2008, due giorni dopo la dichiarazione d’indipen­denza da parte di Pristina. La si­tuazione quindi è estremamente delicata e fragile, anche se negli ul­timi tempi i serbi si sono limitati a manifestare pacificamente. Noi stiamo cercando di ristabilire lo stato di diritto e non è nostra in­tenzione bruciare le tappe». Un anno dopo l’Europa non è an­cora riuscita a pacificare il Kosovo. Anche se è stato evitato quello che molti temevano e altri forse auspi­cavano: una guerra civile tra serbi e albanesi e una divisione in due della provincia con l’estremo nord lasciato alla Serbia. Belgrado ha commentato il primo anniversario della proclamazione unilaterale d’indipendenza con parole molto eloquenti. Il ministro degli esteri serbo Vuk Jeremic ha detto che il 17 febbraio 2008 è 'una data senza importanza della quale presto più nessuno si ricorderà'. E il presidente Boris Tadic, dopo a­ver ricordato che 'la Serbia non ri­conoscerà mai l’indipendenza del Kosovo', ha aggiunto che 'un an­no dopo è chiaro a tutti che il Ko­sovo non è uno Stato'. Cambia il volto di Pristina Per il momento il governo di Pristi­na, guidato da Hashimi Thaci ex leader politico dell’UCK, l’esercito di liberazione del Kosovo, va avanti per la sua strada. In accordo con il piano Ahtisaari e sotto la supervi­sione della Nato ha dato vita alla Kosovo Security Force (KSF), la nuova forza di sicurez­za che potrebbe costi­tuire la prima tappa verso un esercito nazio­nale kosovaro. Le infra­strutture stanno mi­gliorando e nell’ultimo anno è cominciata la costruzione di strade a scorrimento veloce di edifici moderni che stanno cambiando il volto di Pri­stina. La capitale kosovara sta cer­cando di togliersi di dosso l’imma­gine di città triste e inospitale. Il centro è pieno di ristoranti di livel­lo occidentale dai prezzi irrisori e le nuove iniziative commerciali, bar, negozi e grandi magazzini, si moltiplicano. Una sorta di ottimi­smo che dopo l’indipendenza ha contagiato la popolazione albane­se. Niente a che vedere con la vita nelle enclavi serbe dove esiste una disoccupazione di massa. A qual­che chilometro da Pristina, a Gra­canica, la comunità di qualche mi­gliaio di persone raggruppata in­torno al famoso monastero orto­dosso, vive in una condizione di quasi indigenza. La diffidenza è palpabile verso qualunque presen­za esterna. E le domande vengono respinte con un «non abbiamo niente da dire». Due ragazzi accet­tano di rispondere. Mladen, 18 an­ni, ha sempre vissuto qui e ora passa le sue giornate per strada. 'Non è cambiato molto in un anno - ci dice - . A parte forse che ci sono meno serbi. Molti dei miei amici hanno lasciato Gracanica per an­dare in Serbia. Ma lassù non è che si stia meglio e allora qualcuno è ritornato'. Dragan, 19 anni, è in­vece uno di quelli che l’Alto com­missariato per i rifugiati delle Na­zioni unite qualifica come sfollati interni. «Io vivevo a Pristina – ci spiega –. Ma gli albanesi ci hanno costretto a partire, nel 2004, quan­do sono scoppiate le violenze inte­retniche. Da allora nessun serbo o­sa ritornarci». Il rifugio delle enclave È questo uno dei nodi centrali del problema kosovaro attuale. Nono­stante gli annunci sbandierati dal governo Thaci di voler costruire un Kosovo multietnico, la tensione tra serbi e albanesi resta viva. La mi­noranza serba per paura di rappre­saglie resta nel territorio sicuro delle enclave rinunciando a qual­siasi possibilità di inserimento so­ciale e guadagno economico altro­ve. Quasi dieci anni dopo la fine della guerra del Kosovo, che ha fatto mi­gliaia di vittime, le ferite sono an­cora aperte e a volte riemergono alla luce del giorno. L’'Unità per le persone scomparse' a Pristina è ancora alla ricerca di 1918 indivi­dui dei quali si sono perse le tracce prima del 1999. Nei container refri­gerati delle Nazioni unite sono conservati quattrocento resti di corpi ai quali si tenta di dare un nome . Gli ultimi sono stati ritrova­ti lo scorso dicembre proprio nei dintorni di Gratanica. Delle ossa che portano chiari i segni di un’e­secuzione.
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