lunedì 17 agosto 2009
Nel 2009 già 31 i sequestri di navi mercantili nel mare di Somalia. I clan rivali alimentano l’illegalità: «A rischio la tenuta della nazione»
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Le navi di mezzo mon­do attraccano qui, l’ultimo porto sicuro prima di avventurarsi nel golfo di Aden, la geènna delle acque somale. C’è chi tira un respiro di sollievo per la missione riuscita e c’è chi fa gli ultimi calcoli – e scongiuri – prima di ri­partire verso il golfo. Sempre più spesso il por­to di Gibuti è pure la so­spirata meta di quegli e­quipaggi che hanno sfio­rato la morte, sopportando mesi di prigionia alla mercé dei pirati somali, e poi sono liberati, nella maggior parte dei casi gra­zie al pagamento di un ri­scatto da parte dei pro­prietari delle navi o delle autorità governative che le rappresentano. Sono 20mila le imbarca­zioni, militari o commer­ciali, che transitano qui annualmente, senza con­tare quelle colme di dispe­rati clandestini somali in direzione delle sponde ye­menite. Quest’ultimi fug­gono da un Paese, la So­malia, che con l’inizio del­la guerra civile nel ’91 è im­ploso, trasformandosi nel più grande fallimento del­la storia di una nazione. Ed è proprio in quel periodo, dopo le carestie che hanno colpito il corno d’Africa nel ’74 e nell’86, che la pirate­ria ha avuto origine. Grup­pi di nomadi hanno ini­ziato a organizzarsi in co­munità di pescatori poiché il suolo non produceva più e il bestiame era comple­tamente sterminato. « La caduta del regime di Siad Barre, l’inzio della guerra civile, e la disintegrazione sia della marina somala sia della polizia costiera » so­no l’inizio di tutto spiega Mohamed Abshir Waldo, analista autore di Le due piraterie in Somalia: per­ché il mondo ignora l’altra. «Tra il ’ 92 e il ’ 91 dei pe­scherecci illegali hanno cominciato a sconfinare nelle acque somale, bra­mosi di aragoste e pescato dal prezioso valore com- merciale». La guerra tra i pescatori locali e quelli che praticavano la pesca « ille­gale, non- documentata e non- regolata», era inizia­ta. Quest’ultima fattao principalmente con im­barcazioni europee e asia­tiche, alle quali si sono poi aggiunte quelle russe e a­mericane. «Le comunità somale – continua Waldo – hanno documentato ca­si di pescherecci illegali che rovesciavano acqua bollente sulle canoe dei lo­cali, distruggevano le reti, e frantumavano le loro barche uccidendo la gente a bordo» . I pescatori han­no quindi deciso di ar­marsi per difendersi. Con il continuo aggravar­si della crisi somala, più at­tori sono entrati in gioco e le strategie, nonché le armi dei pescatori somali ormai etichettati come ' pirati', sono diventate più sofisti­cate. Secondo l’Unità di crisi per l’alto mare – un organismo internaziona­lio indipendente – circa 800 imbarcazioni illegali nelle acque somale fanno razzia di pesce per un va­lore annuale che supera i 450 milioni di dollari: cin­que volte tanto l’ammon­tare degli aiuti umanitari che spediscono in Soma­lia ogni anno. La risposta – fra corsari – non è meno pesante: se­condo l’Ufficio marittimo internazionale ( Imb), du­rante i primi sei mesi del 2009 ci sono stati 240 at­tacchi, più del doppio ri­spetto ai 114 nello stesso periodo del 2008, e la si­tuazione somala è la prin­cipale causa di questo au­mento. In tutto il 2008 fu­rono 42 le imbarcazioni sequestrate dai pirati so­mali con successo, mentre nei mesi del 2009 sono già 31. Sequestri giustificati sovente dai bucanieri con l’accusa di trasportare ri­fiuti tossici. Qualcosa di vero potrebbe esserci se lo Tsunami, una volta rag­giunta la Somalia, aveva fatto riaffiorare bidoni pieni di sostanze chimi­che che dai primi anni no­vanta erano stati buttati in mare. Una guerra corsara che potrebbe avere il suo Sta­to pirata: la regione semi­autonoma del Puntland, Somalia settentrionale, è diventata la culla della pi­rateria. La Buccaneer ha passato qui i suoi ultimi quattro mesi e se­condo al­cune indi­screzioni della mari­na italiana, il denaro dei riscatti è usa­to per raggiungere l’indi­pendenza in un futuro prossimo. «Se l’ammini­strazione del Puntland non attuerà delle riforme decisive coinvolgendo tut­ti i clan, la regione potreb­be spaccarsi violentemen­te, aggravando ulterior­mente la crisi somala» ha scritto recentemente un rapporto dell’Internatio­nal crisis group ( Icg). La comunità internazionale risponde pagando i riscat­ti, o armando le proprie navi e le amministrazioni locali. Gli Stati Uniti han­no regalato 40 tonnellate di armi al governo soma­lo, ma la stampa ha già do­cumentato che le armi vengono rivendute nei mercati di Mogadiscio. Non è da escludere che ne siano entrati in possesso anche dei pirati.
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