sabato 4 novembre 2023
Il leader di Hezbollah, Nasrallah, ha tirato fuori se stesso e l’Iran dalla contesa, addossando sulle spalle di Hamas la responsabilità dell’ideazione e dell’attuazione del massacro
Manifestazione di Hezbollah a Beirut, Libano

Manifestazione di Hezbollah a Beirut, Libano - Reuters

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«L’ attacco di ottobre è stata un’operazione al cento per cento palestinese». Dopo ventisette giorni, Hassan Nasrallah ha rotto il silenzio venerdì. E quando l’ha fatto, non ha – come molti fra i giovani e giovanissimi arrabbiati di Gaza e della Cisgiordania speravano ma pochi nella comunità internazionale credevano – dichiarato guerra al «nemico sionista».

Il leader di Hezbollah, al contrario, ha tirato fuori se stesso e l’Iran dalla contesa, addossando sulle spalle di Hamas la responsabilità dell’ideazione e dell’attuazione del massacro. Certo, i suoi toni sono stati veementi nei confronti di Israele e degli Stati Uniti anche se – osservano gli analisti – meno enfatici rispetto ad altre occasioni. Il terzo segretario del “Partito di Dio”, poi, non ha risparmiato gli elogi all’alleato della Striscia per la sua «santa battaglia».

Alla fine, però, Hamas si è ritrovato il solo ad avere in mano il cerino con cui è stato innescato l’incendio del 7 ottobre. Molteplici le ragioni che l’hanno spinto a farlo a costo di smarcarsi dalla «battaglia per la liberazione della Palestina», retorica con cui a lungo ha legittimato il proprio potere. In primo luogo, l’ingente arsenale di Hezbollah è efficace contro Israele fin quando non si inizia ad utilizzarlo. I missili a guida di precisione – con cui più volte ha minacciato lo Stato confinante – una volta scagliati, esporrebbero la milizia filo-iraniana a una risposta su larga scala di Gerusalemme. E, nel lungo periodo, avrebbe la peggio. Oltretutto, il Libano è devastato da un’emergenza economica senza precedenti: la popolazione non sarebbe in grado di reggere un conflitto regionale.

Tra il rischio di accontentare i radicali e quello di perdere la “maggioranza silenziosa” dei sostenitori, Nasrallah, dunque, ha scelto la seconda opzione. Non è stata, evidentemente, una decisione autonoma. Teheran, suo mentore, aveva fatto capire fin dall’indomani del 7 ottobre, la non volontà di essere coinvolta.

La Guida suprema, Ali Khamanei – che, tra l’altro ha appena ricevuto il capo di Hamas, Ismail Hanyeh –, e il presidente, Ebrahim Raisi, non hanno interesse a uno scontro diretto con gli Usa. Specie quando la partita sul nucleare non è ancora chiusa e la crescente opposizione interna potrebbe cogliere l’occasione per ribellarsi al regime.

Il discorso di Nasrallah rappresenta una cattiva notizia per i falchi, dell’una o dell’altra parte. Hamas, isolato e piccato, come dimostra la critica di ieri «ai Paesi arabi che stanno a guardare», forse sarà più incline ad accelerare il negoziato sui 242 ostaggi israeliani ancora prigionieri.

Le parole del capo di Hezbollah hanno, però, deluso anche una fetta dell’opinione pubblica palestinese non allineata con il gruppo armato.

Le immagini di Gaza in macerie, dei civili uccisi, dei bambini feriti – riproposte di continuo nei media arabi, non in quelli israeliani – hanno un fortissimo impatto sulla popolazione della Cisgiordania che, nella Striscia, ha parenti e amici. La “guerra in diretta” – a cui, dall’altra parte, corrisponde la minuziosa riproposizione degli orrori perpetrati da Hamas il 7 ottobre – produce una fortissima frustrazione soprattutto nei più giovani. Per tanti di loro non è la conseguenza del crimine dell’organizzazione islamista, quanto la certificazione visiva del fallimento dell’Autorità nazionale palestinese e di Abu Mazen nel porsi come interlocutore efficace di fronte agli israeliani.

Gaza muore in solitudine, di fronte agli occhi indifferenti del mondo, ripetono in molti. Nemmeno «l’amico libanese» vuole muovere un dito. Una rabbia – esasperata ulteriormente dai quotidiani blitz notturni dell’esercito di Gerusalemme e dal congelamento dei permessi di lavoro – che i ragazzi sfogano nelle proteste sempre più frequenti in tutti i Territori.

Forse, è giunto il tempo che la comunità internazionale dimostri loro che la risposta non può venire dal terrore fondamentalista bensì dalle nazioni democratiche determinate a rendere effettivo quanto accordato trent’anni fa: la nascita di uno Stato per i palestinesi.




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