domenica 31 maggio 2009
Nel mezzo dell’Australia si cela sotto terra uno dei più ricchi giacimenti minerari del mondo. Per sfruttarlo al meglio, è nato il ciclopico progetto Olympic Dam: la più profonda miniera a cielo aperto mai scavata, che con i suoi detriti creerà una catena montuosa. Ecologisti in allarme.
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Una volta a regime sarà la più grande miniera di uranio del pianeta e la più ricca singola attività mai avviata nella storia delle estrazioni minerarie. Ma avrà cambiato la morfologia del territorio circostante, generando il più grande buco a cielo aperto mai fatto dall’uomo e, con il materiale di risulta degli scavi, la catena montuosa più lunga generata artificialmente, tale da creare un microclima a sé stante nella regione. Il tutto avverrà in una località sperduta dell’Australia centrale, secondo quanto prevede il programma di espansione dell’attuale miniera di Olympic Dam presentato da Bhp Billiton, la più grande compagnia mineraria del mondo (come si vede, i superlativi in questa storia si sprecano). Olympic Dam – un’area remota a 560 km da Adelaide, la capitale dell’Australia Meridionale – è uno scrigno pieno di tesori nascosti: uranio in quantità senza paragoni nel resto del pianeta, rame a sufficienza da farne il quarto giacimento al mondo e oro, tanto oro, al punto che da essere classificato il quinto deposito conosciuto su scala globale. Un forziere di risorse naturali – sempre più preziose in un mondo in cui l’accesso alle materie prime farà la differenza fra sviluppo e stagnazione – che finora è stato appena socchiuso: oggi Olympic Dam è 'solo' la terza miniera d’uranio e la sedicesima di rame su scala planetaria. Il limite al pieno sfruttamento è che ora l’estrazione è sotterranea. È giunto il momento, dice Bhp, di 'scoperchiare' lo scrigno, iniziando le operazioni a cielo aperto. Il che comporta un salto quantico nelle opportunità ma anche nelle necessità della miniera. E con queste arrivano anche i problemi. Il primo e più evidente è quello relativo al fabbisogno di acqua di una simile operazione, una questione cruciale visto che si tratta di una delle zone più aride del continente più arido al mondo. Per i suoi già rilevanti bisogni idrici (trentacinque milioni di litri al giorno) oggi Olympic Dam attinge dalle falde del Grande Bacino Artesiano, in cui è raccolta acqua preistorica, accumulatasi grazie a milioni di anni di piogge. Una fonte che è impensabile usare per la nuova miniera. È per questo che Bhp prevede la costruzione di un impianto di desalinizzazione da duecento milioni di litri al giorno, un terzo dei quali potrebbe essere acquistato a prezzi bassissimi dallo Stato dell’Australia Meridionale, in costante necessità di approvvigionamento idrico. Sarebbe la quadratura del I cerchio, se non fosse che gli scarichi ipersalini risultanti dalla depurazione dovrebbero finire laddove si prevede sia posizionato l’impianto di desalinizzazione: ovvero nel cul de sac del Golfo di Spencer, uno specchio di mare relativamente chiuso che, fra le specificità ambientali, ha anche la caratteristica di essere la più importante zona di riproduzione al mondo per seppie e calamari. Un aumento seppur limitato della salinità di quelle acque, dicono ecologisti e scienziati, potrebbe avere un impatto devastante sull’attività riproduttiva di specie marine così sensibili alle variabili ambientali. l secondo punto scottante è che sia il processo di desalinizzazione sia le pompe per spingere l’acqua nelle condotte lungo i 320 km che separerebbero l’impianto dalla miniera richiedono energia. Questa andrebbe prodotta da una centrale ad hoc da costruirsi a Olympic Dam o attinta dalla rete di produzione statale. In entrambi i casi, il fabbisogno elettrico della miniera a regime è stimato pari a un terzo di quello complessivo dello Stato. Produrre questa quantità extra di energia elettrica vorrebbe dire generare CO2 in misura tale da mettere in discussione i tetti alle emissioni di gas serra che si sono dati sia lo Stato dell’Australia Meridionale che la Federazione d’Australia, una delle ultime nazioni a firmare il trattato di Kyoto. C’è un altro punto che attrae l’attenzione di quanti stanno vagliando l’imponente rapporto di valutazione dell’impianto ambientale (oltre 4500 pagine) presentato da Bhp: la sorte di quelli che in gergo tecnico si chiamano ' tailing' ('coda'). Si tratta dei materiali risultanti dalla frantumazione dei minerali che contengono i metalli che si vogliono estrarre. In una miniera d’uranio, si nota, i ' tailing' mantengono una certa percentuale della radioattività del minerale di partenza. Considerando la natura polverosa di questi scarti e il fatto che il vento è una presenza costante nell’Australia centrale, la possibilità che del pulviscolo seppur debolmente radioattivo finisca per essere trasportato per la regione non è del tutto campata per aria.La portata e l’impatto dell’operazione sono tali che l’intero progetto, così com’è stato presentato da Bhp, sarà discusso per i prossimi tre mesi in sede pubblica. Non soltanto dai soggetti istituzionali ed attori economici ma anche dalle singole comunità dei centri e delle cittadine interessati: la sola Roxby Downs, la città oggi più vicina a Olympic Dam, vedrebbe la sua popolazione raddoppiare. «Non firmiamo cambiali in bianco» ha sottolineato il primo ministro dello Stato, Mike Rann, intendendo con ciò che prima di dare 'luce verde' all’operazione tutti i dubbi di ordine ecologico e sociale ad essa connessi dovranno essere fugati. Ma per molti osservatori la realizzazione della 'nuova' Olympic Dam è fuori discussione. Solo in royalty – escludendo cioè i benefici creati dall’indotto e dall’aumento di occupazione (si stimano non meno di quindicimila nuovi posti di lavoro) – Olympic Dam a regime farà affluire ogni anno nelle casse dell’Australia Meridionale 180 milioni di euro. Una cifra enorme per uno Stato di 1,6 milioni di abitanti, alla quale sarà difficile dire no.
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