venerdì 17 settembre 2021
Il forum in video conferenza presieduto dal presidente Usa, a soli 45 giorni dalla Cop26. Draghi: «Onorare gli impegni». Guterres: si rischia la catastrofe naturale
Il presidente Biden, il segretario di Stato Blinken e Kerry durante il forum sul clima alla Casa Bianca

Il presidente Biden, il segretario di Stato Blinken e Kerry durante il forum sul clima alla Casa Bianca - Reuters

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Il momento è delicato. Ad appena 45 giorni dall’attesissima Conferenza Onu sul cambiamento climatico di Glasgow, in Scozia, il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha presieduto, ieri, un incontro in remoto con i Paesi del Forum delle Maggiori Economie su Energia e Clima (Mef) per “galvanizzare” la discussione. Di carica ce ne vorrà molta, anche nelle prossime settimane, se si vuole che Cop26 sia un successo. «Il tempo per agire è poco e siamo vicini a un punto di non ritorno», ha avvertito il titolare della Casa Bianca citando il rapporto con cui, ad agosto, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) ha chiesto di accelerare l’azione contro il riscaldamento globale entro il decennio per evitare il disastro.
Rapidità e immediatezza sono state raccomandate anche dal premier italiano, Mario Draghi, intervenuto al vertice con un video messaggio per sottolineare che sul clima ogni Paese «deve fare la propria parte» e «onorare gli impegni presi». Il nodo da cui dipende il futuro del pianeta è proprio quello citato da Draghi. Gli accordi per contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali ci sono già. Sono stati negoziati a Parigi nel 2015, nell’ambito di Cop21, da 197 Stati ma pochi sono quelli che li hanno poi ratificati.
«Dobbiamo essere onesti nei confronti di noi stessi e dei nostri cittadini: stiamo venendo meno a questa promessa», ha ammonito il titolare di Palazzo Chigi. È questo il motivo per cui bisogna non solo rinnovare gli impegni già sottoscritti, come «la maggior parte dei nostri Paesi ha fatto nelle recenti riunioni del G20», ma «essere pronti a prenderne di più audaci».
L’incontro organizzato ieri dalla Casa Bianca, partecipato in videoconferenza da Argentina, Australia, Bangladesh, Indonesia, Corea del Sud, Giappone, Messico, Regno Unito e Unione Europea, non ha avuto la stessa portata di quello tenuto ad aprile scorso: allora, al confronto presero parte anche Cina e Russia. Ma Washington ostenta ottimismo. Gli effetti dei disastri naturali causati negli ultimi tempi da uragani, incendi e inondazioni, negli Stati Uniti come anche nel resto del mondo, confermano, ha sottolineato Biden, che per l’umanità «è scattato il codice rosso». Ma, ha aggiunto, benché ambiziosi, gli obiettivi di Cop26 sono «realistici». Di che si tratta? I 30mila delegati attesi a Glasgow a novembre da più di 200 nazioni dovranno negoziare, tra le questioni più delicate, consistenti riduzioni di emissioni di CO2 e metano entro il 2030. L’impegno degli Stati Uniti è a ridurre le prime del 52% e le seconde di un terzo, obiettivo, quest’ultimo, condiviso con l’Ue e proposto anche agli altri leader. Questa azione, ha insistito, «non solo ridurrà rapidamente il tasso del surriscaldamento globale ma produrrà anche un apprezzabile vantaggio per la salute pubblica e la produzione agricola».
Trattative verranno intrattenute anche per definire le modalità con cui mobilitare almeno 100 miliardi di dollari all’anno per sostenere i Paesi in via di sviluppo alle prese con l’emergenza climatica. Non proprio una passeggiata, insomma. Biden però è fiducioso e invita a riflettere anche sulle «grandi opportunità di lavoro» e sui vantaggi economici che possono derivare dalla transizione energetica.
Molto cauto è stato invece il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, secondo cui, anzi, Cop26 è al «alto rischio di fallimento». La «catastrofe naturale attesa con l’aumento delle temperature di 2,7 gradi» può essere evitata, ha avvertito, solo con «più ambizione e cooperazione», su ogni fronte della battaglia, compreso quello finanziario. «Abbiamo bisogno – ha puntualizzato – che tutti i Paesi si impegnino a raggiungere le zero emissioni nette entro la metà di questo secolo e che presentino strategie a lungo termine chiare e credibili per arrivarci». Il fattore credibilità non è secondario alla riuscita dei negoziati. Lo ha accennato anche Charles Michel, presidente del Consiglio Europeo, ricordando la necessità stabilire un dialogo in grado di «garantire la fiducia» tra il Nord e il Sud del mondo, oltre che tra gli stessi Paesi che rappresentano le economie più avanzate. In un articolo pubblicato sul blog del think thank Chatham House, Anna Åberg, ricercatrice, ricorda che «la maggior parte dei Paesi sviluppati non riesce» a rispettare l’impegno finanziario sul clima e che, tra i tanti Stati, «gli Stati Uniti sono tra quelli considerati particolarmente fuori strada». I Paesi da «tenere d’occhio» ai lavori sull’emergenza climatica in programma all’Assemblea generale dell’Onu di lunedì prossimo, raccomanda, sono piuttosto la Germania e il Canada.

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