sabato 1 febbraio 2020
Erano accusati di avere avvelenato una donna di 39 anni con problemi psichici e non avrebbero tenuto conto di una diagnosi di autismo. La legge resta però nel mirino: si presta agli abusi
Manifestazione in Belgio contro l'eutanasia sui bambini

Manifestazione in Belgio contro l'eutanasia sui bambini - Ansa

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Tutti assolti. Si è concluso così ieri il processo alla Corte d’Assise di Gand, in Belgio, contro tre medici alla sbarra per presunte irregolarità nell’attuazione dell’eutanasia nel 2010 contro una donna allora di 39 anni, Tine Nys. Il primo processo di questo genere nel Paese e considerato dunque un possibile spartiacque sul fronte della cosiddetta «dolce morte», regolata per legge in Belgio dal 2002. Imputati Joris Van Hove, 59 anni, Frank De Greef, 58 anni, e la psichiatra Godelieve Thienpont, 67 anni.

Una sentenza di proscioglimento stabilita dalla giuria dopo varie ore di camera di consiglio terminata all’una di notte, e accolta da applausi di parenti e amici dei tre medici che erano ormai diventati, loro malgrado, noti a seguito dell’esplosione del caso.

L’accusa era pesantissima: omicidio per avvelenamento, che avrebbe comportato una condanna all’ergastolo. Tine Nys soffriva da anni di disturbi psichici con tendenze suicide, e aveva chiesto l’eutanasia nel Natale 2009, dopo che le aveva parlato di questa pratica la psichiatra Thienpoint. Se si è arrivati al processo è per le denunce avanzate dalle sorelle di Tine, Sophie e Lotte.

Secondo loro, i sanitari avevano agito in modo pasticciato, e soprattutto avrebbero ignorato una diagnosi di autismo, arrivata poco prima della morte, che avrebbe a loro dire dovuto spingerli a tentare nuove terapie invece di attuare l’eutanasia. Infine, sempre stando alle due sorelle, il parere di uno psichiatra esterno, obbligatorio in caso di eutanasia per sofferenze psicologiche, era arrivato appena due ore prima dell’iniezione letale. Il pubblico ministero aveva chiesto il proscioglimento solo di De Greef, il medico curante di Tine, chiedendo invece di condannare per l’episodio di avvelenamento la psichiatria Thienpoint e il sanitario che effettuò l’eutanasia, Van Hove.

«Ho agito in buona coscienza – ha dichiarato quest’ultimo prima del verdetto – ho potuto conoscere Tine abbastanza a fondo da vedere che soffriva moltissimo, arrivando alla conclusione che aveva diritto all’eutanasia». «Ho fatto tutto il possibile – si era difesa anche Thienpoint – per salvarla». Per i giurati nel caso di Van Hove non è stato possibile accertare se vi siano state irregolarità, assoluzione con formula piena per la psichiatra. Solo un ricorso alla Cassazione potrebbe ribaltare la sentenza.

I fautori dell’eutanasia esultano: una condanna avrebbe di fatto compromesso questa pratica in Belgio, visto che molti medici non avrebbero più osato effettuarla. Vari partiti del Belgio chiedono comunque una riflessione sulla controversa legge che a detta di molti lascia ancora troppi spazi ad abusi.

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