sabato 11 gennaio 2014
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Ariel Sharon non lascia eredi. Nessuno, nemmeno Benjamin "Bibi" Netanyahu, gli somiglia lontanamente né mostra di avere lungimiranza politica e capacità strategiche pari alle sue. Di lui si ricorderà il pragmatismo estremo unito alla caparbia inflessibilità nel difendere idee ardite e progetti rischiosi. E insieme ad essi, l’odio che ha suscitato nel mondo arabo e fra i palestinesi, pari soltanto all’avversione quasi morbosa che Sharon nutriva per il suo grande avversario, Yasser Arafat. «Per fare la pace con i palestinesi ci vuole un uomo in grado di far loro la guerra», amava dire, e paradossalmente l’Olp, al-Fatah, la Lega Araba, i nemici storici di Israele pensavano la stessa cosa. Ci si è più volte chiesti cosa sarebbe accaduto in Medio Oriente se Sharon non fosse scivolato in quel lungo sonno durato otto anni. Otto anni in cui Israele ha perduto una guerra con Hezbollah in Libano e attaccato due volte la Striscia di Gaza mentre ai confini fiammeggiavano le primavere arabe. Ma sono quesiti accademici: oggi la minaccia più temuta da Israele viene da Teheran e sono in molti a credere che al posto di Netanyahu Sharon avrebbe già ordinato un blitz sui siti nucleari iraniani. Ma sono tutte congetture. Quel grande pragmatico, irruento e irresoluto, entrava a spada tratta nella grande storia quotidiana del Medio Oriente. E nessuno come lui è più in grado di farlo.
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