In Nigeria, nella tendopoli di Bokkos, ultimo rifugio dei cristiani in fuga

di Paolo Lambruschi, inviato a Bokkos (Plateau State)
Reportage dal Plateau State, dove dal 2018 i primi sfollati vivono attorno alla chiesa di Sant'Agostino. Le stragi di Natale '23 e Pasqua '25 mostrano una violenza programmata: mezzo milione i senza tetto
January 26, 2026
In Nigeria, nella tendopoli di Bokkos, ultimo rifugio dei cristiani in fuga
Il vento freddo che scende dal deserto nella stagione dell’Harmattan asciuga l’aria del Plateau State. E fa rabbrividire al tramonto il centinaio di sfollati in fila davanti alla chiesa di Sant’Agostino, a Bokkos. Portano le loro storie disperate di dolore e morte a chi vuole ascoltare. Sono perlopiù donne e bambini, gli uomini adulti sono in giro a cercare di sbarcare il lunario perché nei campi mancano cibo, acqua e medicinali. E le coperte per la notte e la scuola per i bambini. Alcune famiglie vivono da otto anni nella tendopoli eretta dalle autorità statali e dalla diocesi di Pankshin accanto alla chiesa per accoglierli nell’emergenza, altri sono arrivati nel 2023 e nel 2025 dalle campagne, messi in fuga dagli estremisti del Fem, il gruppo terrorista dei pastori Fulani radicalizzati che in otto anni ha provocato mezzo milione di sfollati – quasi tutti agricoltori cristiani – con omicidi efferati, stupri di gruppo e massacri nel cuore rurale del grande Paese africano.
Il viaggio tra i cristiani nigeriani perseguitati arriva nel “Middle belt”, la cintura tra il nord a maggioranza islamica e il sud cristiano. Nel Plateau State la popolazione è ancora in prevalenza cristiana, dicono diversi rapporti sulla libertà religiosa. Gli omicidi di massa a sfondo religioso compiuti dalle bande di terroristi Fulani sono iniziati fra il 7 e l'8 marzo 2018 in diversi villaggi con l’incendio di decine di abitazioni e la fuga di migliaia di abitanti terrorizzati. Nel 2025 le violenze hanno provocato un migliaio circa di morti nelle campagne fertili, di cui oltre 300 in aprile.
Le date dei due attacchi più sanguinosi nei dintorni di Bokkos danno ragione a chi vede un disegno persecutorio anticristiano stendersi sulle campagne dell’altopiano. La vigilia di Natale del 2023 e la Settimana santa dello scorso anno sono state infatti macchiate di sangue. La strage avvenuta tra il 23 e il 26 dicembre 2023 secondo il vescovo di Pankshin, Michael Gobal Gokum, che ci accoglie mentre giriamo il campo «ha traumatizzato tutti: 200 morti in tre giorni, Natale compreso».
«Il fatto che abbia avuto luogo a Natale – ricorda padre Andrew Dewan, direttore delle comunicazioni diocesane – e che i cristiani di 26 comunità siano stati presi di mira in un territorio misto in cui i musulmani non vengono attaccati, manifesta le caratteristiche di un conflitto religioso».
Le vittime hanno lamentato la mancanza di risposte da parte delle forze di polizia. Eppure, secondo padre Andrew, prima delle aggressioni «c’erano state voci, con i vicini musulmani che invitavano i cristiani ad andarsene perché sapevano che ci sarebbe stato un attacco. E ciò avrebbe dovuto mettere la sicurezza in allerta, ma come spesso accade sono stati colti di sorpresa».
«Non abbiamo accesso all’acqua, i nostri bambini non vanno a scuola e molti finiscono nei giri della prostituzione. Chiediamo al governo di riportarci a casa, vogliamo tornare alla nostra terra»
Tra la fine di marzo e il 13 aprile dello scorso anno i terroristi Fulani hanno attaccato nuovamente diversi villaggi cristiani uccidendo 126 cristiani tra uomini, donne e bambini e provocando circa 7.000 sfollati in 20 giorni. Chi ha potuto visitare i feriti negli ospedali come quello di Jos, capitale del Plateu, ha riferito che molti presentavano gravi lesioni causate da colpi di machete alla nuca. Come Stephen, sette anni la cui famiglia era in casa e dormiva. I miliziani hanno ucciso il padre con un proiettile, tagliato le braccia a sua madre e ucciso i suoi due fratelli. Anche lui è stato colpito al collo con un machete ed è vivo per miracolo. Sempre in quei giorni di orrore 11 persone, tra cui una donna incinta, il marito e una bambina di 10 anni, sono state uccise nel villaggio di Ruwi. Gli assalitori, che secondo quanto riferito gridavano «Allahu Akhbar», hanno attaccato i partecipanti a un funerale. In 25 anni la Fondazione giustizia e pace di Pankshin ha contato 67 attacchi ad altrettante comunità e un migliaio di famiglie sfollate. Solo in un paio di casi sono segnalati furti di bestiame o di motociclette, per il resto il report parla di case e raccolti incendiati e di omicidi. Un anziano leader di comunità racconta che questo è il suo ottavo anno nel campo di Sant’Agostino. «Non abbiamo accesso all’acqua per cui ci sono problemi di igiene e di salute. Dormire è difficile, d’estate fa caldo e adesso è freddo. I nostri bambini non vanno a scuola e molti finiscono nei giri della prostituzione per sopravvivere. Chiediamo al governo di riportarci a casa, siamo contadini e vogliamo tornare alla nostra terra».
La diocesi di Pankshin sta fronteggiando da sola un’emergenza umanitaria. «Ci sono più di 9mila persone sfollate in diocesi – sottolinea il vescovo Michael – e la chiesa cattolica ne ospita la maggior parte. Di cosa abbiamo bisogno? Chiedo ai confratelli italiani di aiutarci a costruire una clinica per curare i traumi psichici di queste persone che hanno perso tutto e hanno visto la morte. Non hanno prospettive se rimangono qui». Ci indica una tenda con l’insegna dell’Unicef. Quella è la nostra scuola, l’unica per 300 bambini sfollati».
Quali sono le cause di questi attacchi? «I mandriani Fulani – spiega il prelato puntando il dito verso le campagne circostanti, fino alle montagne – sono sempre scesi da Nord a far pascolare le loro bestie e i problemi con i contadini ci sono sempre stati, ma non si era mai vista tanta violenza come negli ultimi due anni, quando gli attacchi sono stati condotti per mettere in fuga i cristiani. Quasi nessuno degli agricoltori islamici è stato toccato. Abbiamo perso sei parrocchie su 32 nei dintorni di Bokkos: i sacerdoti non possono tornare, troppo pericoloso. Il governo può fare di più per proteggere la popolazione e far tornare a casa gli sfollati».
La situazione a Jos, capitale del Plateau, dove le tensioni religiose sono iniziate 15 anni fa, inquieta padre Basil Khassam, responsabile della Fondazione Giustizia e pace diocesana. «Abbiamo visto oltre 11mila sfollati in 20 anni. Ben 1.000 negli ultimi due, quasi tutti cristiani. Riusciamo a dar loro aiuti di emergenza, ma stanno aumentando». La tensione è alta, in alcune zone del Plateau i cristiani si sono armati e hanno compiuto attacchi contro comunità musulmane per ritorsione. «Il governo – prosegue il sacerdote – deve diventare proattivo, prevenire gli attacchi e restituire la terra. Le radici di questa violenza affondano in una serie di fattori. I cambiamenti climatici che portano molti pastori rimasti senza pascoli a migrare dalle aree del Sahel alla Nigeria e il banditismo con i sequestri, i furti e il “land grabbing”, la depredazione delle terre. Ma è sempre più evidente la volontà dei gruppi terroristici di islamizzare i territori con la forza e di prendere la terra con la violenza ai cristiani. Gli attacchi portati a 5-6 comunità simultaneamente fanno parte di un piano preciso per cambiare la demografia nel Plateau».

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