martedì 7 novembre 2017
Mentre l'inchiesta Russiagate rischia di coinvolgerlo, delle promesse del tycoon resta poco. L'economia è in ripresa, ma la popolarità va a picco a dodici mesi dall'elezione dell'8 novembre
Trump brinda e festeggia in Asia il primo anno dall'elezione dell'8 novembre 2016 (Ansa)

Trump brinda e festeggia in Asia il primo anno dall'elezione dell'8 novembre 2016 (Ansa)

Un anno dopo l’elezione di Donald Trump – sancita dalle urne l’8 novembre 2016 - delle promesse del miliardario resta ben poco: l'Obamacare ha retto finora agli assalti; Pyongyang continua i suoi esperimenti nucleari; gli alleati della Nato fanno sapere che sì pagheranno di più, ma chissà quando. La Cina, potenza millenaria, sembra attendere che lungo il fiume passi anche questo potente pro tempore. Intanto l'Europa tira avanti con il passo claudicante di chi non può più puntellarsi sull'altra riva dell'Atlantico: parola di Angela Merkel. Quanto all'America stessa, la grandezza pare restare un obiettivo lontano, e non basta dare la colpa ai Democratici per gli insuccessi al Congresso. Soprattutto il caso Russiagate continua a gettare la sua ombra sul passato, sul presente e soprattutto sul futuro di questa presidenza. Dalla sua Trump ha sei mesi di ripresa: non a ritmo travolgente, ma l'economia cresce. Nonostante ciò, gli indici di popolarità sono in picchiata. Attenzione però: l'America profonda oggi non è contenta di lui, ma da qui a dire che lo ha abbandonato ce ne corre. Oggi lo critica, ma non è mica detto che sia pronta a votare democratico la prossima volta. Anche se le promesse sono rimaste tali, e la rivoluzione si è rivelata essere un'incompiuta.

Il presidente Usa Donald Trump (Lapresse)

Il presidente Usa Donald Trump (Lapresse)


Obamacare

La guerra alla riforma sanitaria di Barack Obama si è dimostrata più dura del previsto per Trump. Abolirla, così come aveva promesso, finora non è stato possibile. I tentativi sono andati a vuoto, non solo per l'opposizione dei democratici ma anche all'interno del suo stesso partito. Dopo aver provato a raggiungere il risultato attraverso la via parlamentare - un ripetuto fallimento, con strascichi polemici per l'incapacità del leader della maggioranza al Senato, Mitch McConnell, di portare a casa il risultato - il presidente americano ha deciso di prendere in mano la situazione e il 12 ottobre ha firmato un decreto con il quale punta a eliminare, o quantomeno a indebolire fortemente, l'Affordable Care Act. Tra le prime iniziative annunciate, la cancellazione dei sussidi governativi alle assicurazioni sanitarie per i cittadini a basso reddito. L'Obamacare ha rappresentato un momento storico per il Paese, dando la possibilità ad un ventaglio mai così ampio di cittadini di avvalersi della copertura sanitaria: sono circa venti i milioni di americani che ne erano sprovvisti ad usufruirne finalmente. Un cambiamento epocale in una nazione con un sistema medico fortemente privatistico, controllato in maniera dominante dalle compagnie assicurative.

Un uomo viene fermato mentre tenta di superare una barriera di recinzione tra San Diego e Tijuana, in Messico (Ansa)

Un uomo viene fermato mentre tenta di superare una barriera di recinzione tra San Diego e Tijuana, in Messico (Ansa)


Immigrazione

Ha vinto le elezioni promettendo di tenere l'America al sicuro costruendo un muro al confine con il Messico, dando la caccia agli irregolari, vietando l'immigrazione da Paesi musulmani e aumentando le spese militari. Oggi il muro è fermo ai prototipi, il bando sui viaggi e stato parzialmente bloccato dalla magistratura, per il Pentagono il Congresso ha stanziato più fondi di quanti non ne abbia chiesti la Casa Bianca e il numero degli irregolari espulsi quest'anno è inferiore a quello del 2016 (211mila contro 240mila). Eppure Trump continua a cavalcare la paura e ad usare il terrorismo per promuovere i suoi decreti di sicurezza nazionale. Dopo quattro mesi di sospensione, alla scadenza del “Travel ban”, il tycoon ha riaperto le porte ai rifugiati ma con regole più severe ed escludendo i cittadini di 11 Paesi definiti "ad alto rischio".


Economia


Il Pil degli Stati Uniti nel terzo trimestre è salito del 3%, nonostante gli uragani Harvey e Irma che si sono abbattuti sul Texas e sulla Florida, dopo il +3,1% registrato nel secondo trimestre e soprattutto rispetto all'1,8% di crescita media annua con Barack Obama. Da quando Trump è arrivato alla Casa Bianca, sono stati creati oltre un milione di posti di lavoro e il Dow Jones ha raggiunto quota 23.000 punti per la prima volta nella storia. Tutto merito di Trump? Lui ne è convinto e la Borsa di Wall Street è diventata il barometro dei suoi successi politici. Il suo segretario al Tesoro, Steve Mnuchin, un ex banchiere di Goldman Sachs, più prudentemente, avverte che le azioni Usa "saliranno ancora", ma solo se il Congresso approverà la riforma fiscale, che contiene 1.500 miliardi di dollari di tagli fiscali, un drastico taglio dell'imposta sugli utili alle imprese, che dovrà passare dall'attuale 35% al 15%, e la riduzione delle aliquote, che passeranno da 7 a 3.

Il fumo provocato da una raffineria di petrolio nel Texas

Il fumo provocato da una raffineria di petrolio nel Texas


Clima

Una delle promesse elettorali mantenuta da Donald Trump è l'annullamento delle politiche di Barack Obama sul contrasto agli effetti dei cambiamenti climatici, che il nuovo inquilino della Casa Bianca ha sempre negato. Come promesso, nel nome del suo slogan "America first", Trump ha annunciato l'abbandono dell'accordo di Parigi, sottoscritto nel 2015 da 195 nazioni dopo due anni di trattative sotto l'egida delle Nazioni Unite. Sul piano interno, il presidente ha cancellato l'eredità del suo predecessore, avviando la rottamazione del “Clean Power Plan” per il taglio delle emissioni degli impianti a carbone. La lotta ai cambiamenti climatici, secondo Trump, danneggia l'economia americana e ostacola la creazione di nuovi posti di lavoro. L'America, il Paese più inquinante sulla terra dopo la Cina, si era impegnata a ridurre le emissioni del 26-28% entro il 2025. L'accordo di Parigi comunque non è saltato: la Cina e l'Europa hanno assicurato che andranno avanti. Inoltre, per completare l'iter di uscita degli Usa ci vorranno quattro anni e nel 2020 Trump potrebbe non essere più presidente.


Aborto e libertà religiosa

Donald Trump ha espresso il proprio sostegno a un progetto di legge già approvato alla Camera (ma serve il sì anche del Senato) che intende vietare l'aborto dopo le prime 20 settimane. Il vice di Trump, Mike Pence, si oppone fermamente al diritto di aborto e lo scorso gennaio ha guidato la "marcia per la vita" che si è tenuta a Washington. L’Amministrazione Trump ha ampliato le limitazioni per finanziare gruppi o organizzazioni sanitarie all'estero che offrono o informano su pratiche abortive. Con un ordine esecutivo, infatti, il nuovo presidente Usa ha ripristinato la cosiddetta Mexico City Policy, un provvedimento che, da quando fu introdotto dall'Amministrazione repubblicana nel 1984, è stato revocato dalle Amministrazioni democratiche e reintrodotto da quelle repubblicane che si sono negli anni succedute. Nel solo 2016 gli Stati Uniti hanno finanziato organizzazioni che si occupano di “salute riproduttiva” in tutto il mondo per 607,5 milioni di dollari. A marzo, inoltre, l’Amministrazione Trump ha eliminato una norma che obbligava gli Stati a fornire alcuni fondi alle cliniche per l'aborto. A maggio il tycoon ha firmato un ordine esecutivo con cui ha eliminato i limiti alle attività politiche imposti alle Chiese dall'emendamento Johnson. In precedenza le organizzazioni esentasse, come le Chiese, non potevano per esempio appoggiare apertamente o finanziare un candidato alle elezioni, pena la perdita delle loro esenzioni fiscali.

Donald e Melania Trump accolgono il presidente cinese Xi Jinping e la moglie Peng Liyuan nel loro resort di Mar-a-Lago, in Florida, lo scorso 6 aprile

Donald e Melania Trump accolgono il presidente cinese Xi Jinping e la moglie Peng Liyuan nel loro resort di Mar-a-Lago, in Florida, lo scorso 6 aprile


Cina


Donald Trump sarà tra i primi leader stranieri a visitare la Cina dopo il Congresso del Partito Comunista Cinese, e a incontrare Xi Jinping, da pochi giorni rieletto nella carica di segretario generale del partito. L'agenda di Trump, che già all'inizio del suo mandato ha deciso di abbandonare la Trans-Pacific Partnership (Tpp), e successivamente anche gli accordi di Parigi sul clima, rappresenta per Pechino l'opportunità di colmare i vuoti lasciati dalla ritirata a stelle e strisce, ma senza abbandonare la ricerca della cooperazione, e rifiutando un approccio egemonico, come dichiarato a livello ufficiale. Al World Economic Forum di Davos, Xi Jinping ha pronunciato un discorso di difesa della globalizzazione, rassicurando chi temeva nuove ondate protezionistiche con l'arrivo di Trump alla Casa Bianca. Ora, ha lasciato intendere Xi, c'è la Cina a svolgere un ruolo tendenzialmente associato agli Usa. Trump ha inoltre mostrava uno scetticismo sempre più marcato nei confronti di Pechino sul fronte Corea del Nord: la Cina è accusata di non essere stata in grado di contenere Pyongyang. Per risolvere la questione, "tutte le opzioni sono sul tavolo", ha detto Trump in più di un'occasione: una frase minacciosa, che implica il possibile ricorso a un'opzione militare che Pechino, invece, non contempla.


Iran


L'accordo sul nucleare iraniano, firmato nel 2015 dal gruppo dei 5+1, con gli Stati Uniti in prima fila, è a rischio. Dopo aver promesso di uscire dall'intesa con l’Iran - "una delle peggiori mai sottoscritte" dagli Usa - una volta eletto, il 13 ottobre Trump ha lanciato un duro attacco contro Teheran, rifiutandosi di certificare il rispetto dell'accordo da parte dell'Iran. Al tempo stesso, però, Trump non ha affossato definitivamente l’intesa, rinunciando a chiedere che scattino nuove e immediate sanzioni, ma ha lasciato che sia il Congresso a dire l'ultima parola.

Donald Trump e Vladimir Putin durante il loro incontro bilaterale a margine del summit del G20 ad Amburgo, in Germania, lo scorso 7 luglio (Lapresse)

Donald Trump e Vladimir Putin durante il loro incontro bilaterale a margine del summit del G20 ad Amburgo, in Germania, lo scorso 7 luglio (Lapresse)


Russia


A un anno dall'elezione alla Casa Bianca di Donald Trump - che aveva fatto del riavvicinamento a Mosca uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale - la politica statunitense verso la Russia rimane nel limbo, condizionata da quello che presto potrebbe diventare il processo Russiagate, vale a dire le presunte interferenze del Cremlino nelle presidenziali Usa del 2016. A Mosca - dove si nutrivano speranze che l'arrivo di The Donald avrebbe portato, se non la revoca delle sanzioni per la crisi ucraina, almeno un miglioramento delle relazioni - ormai l'unica aspettativa sembra quella di limitare il più possibile i danni, mentre ormai tra guerre di ambasciate, sanzioni, ritorsioni, attacchi hacker, misure punitive contri i rispettivi media e maxi esercitazioni militari in molti non esitano a parlare di nuova Guerra Fredda.


Africa


Indifferenza, approssimazioni e scivoloni: queste le parole che raccontano meglio il primo anno di politica africana dell'era Donald Trump. Ad oggi, molte delle poltrone delle 45 ambasciate statunitensi sul continente sono ancora vuote. Se vale più che mai lo slogan "America First", è altrettanto vero che l'Africa non è mai stata così all'ultimo posto. Il primo discorso sull'Africa il presidente statunitense lo ha pronunciato solo otto mesi dopo il suo insediamento, durante l'Assemblea generale dell'Onu lo scorso settembre. Un intervento carico di luoghi comuni e scivoloni, ma in una certa misura rivelatore della linea politica Usa sul continente. "L'Africa ha un potenziale commerciale enorme. Ho tanti amici che vengono nei vostri paesi per cercare di diventare ricchi. Mi complimento con voi perché vi spendono molto denaro", ha esordito Trump. Sul fronte della lotta al terrorismo, con oltre 1.300 uomini schierati, l'Africa è già la seconda zona di intervento nel mondo delle Forze Speciali americane, dopo il Medio Oriente. Alle unità di èlite è anche affidato il compito di formare i militari locali nella lotta al terrorismo; ma questi militari che in teoria non dovrebbero andare in missione quando c'è il rischio di combattimenti saranno chiamati sulla linea di fronte in caso di operazioni anti-terrorismo. Investimenti e lotta al terrorismo si delineano quindi come i principali terreni di intervento politico degli Stati Uniti di Trump in Africa. Del tutto assenti dalle valutazioni del presidente Usa le parole corruzione, democrazia, sviluppo e diritti umani, sfide più pressanti e annose del continente. Sul terreno del business gli Usa hanno accumulato già con Obama un netto ritardo rispetto ai rivali cinesi ed europei. Le esportazioni statunitensi in Africa sono crollate di più del 50% tra il 2014 e il 2016, passando da 38 miliardi a 17,8 miliardi.

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