venerdì 21 luglio 2017
Oltre a salvare centinaia di migliaia di vite in tutto il mondo da malattie come malaria e meningite, gli investimenti hanno creato 200mila posti di lavoro e un ritorno di 33 miliardi di dollari
Ricerca in un laboratorio del Brooke Army Medical Center a San Antonio, in Texas

Ricerca in un laboratorio del Brooke Army Medical Center a San Antonio, in Texas

Donald Trump ha già annunciato tagli sostanziali agli investimenti pubblici nella lotta contro malattie globali come malaria, ebola, Aids. Eppure un rapporto diffuso ieri dimostra come quei fondi non solo contribuiscano a salvare in tutto il mondo centinaia di migliaia di vite, ma abbiano anche un significativo impatto sulla stessa economia americana, tanto da aver contribuito a creare 200mila posti di lavoro e un ritorno più che doppio rispetto agli investimenti. “Dal 2007 al 2015 i 14 miliardi di dollari spesi per le innovazioni nella salute globale hanno fatto avanzare la tecnologia contro molte malattie pericolose, attraendo allo stesso tempo un analogo impegno del settore privato”, spiega Jamie Bay Nishi, direttore della Global Heatlh Technologies Coalition (Ghtc) che ha pubblicato lo studio. Il ritorno economico generato è stato di 33 miliardi di dollari, un toccasana per l’economia americana. Nel solo 2015, Washington ha messo a disposizione 192 milioni di dollari a supporto della ricerca di aziende farmaceutiche e biotech basate negli Usa. E le stesse aziende hanno “risposto” con 294 milioni di investimenti aggiuntivi.


“Gli investimenti pubblici sono cruciali perché molte delle vittime di malattie come la meningite e la malaria sono spesso troppo povere per offrire incentivi al mercato in grado di attrarre l’interesse dell’industria”. Insomma: senza soldi pubblici, “Big Pharma” non investirebbe un dollaro contro le malattie “dimenticate”. Il rapporto dimostra invece come le aziende sono disponibili a investire in ricerca e sviluppo contro le malattie globali se hanno al fianco un partner affidabile, in questo caso il governo, “disposto a condividere il rischio” dell’investimento. L’analisi rivela peraltro che, se la spesa è diretta a combattere sfide globali, circa 89 centesimi ogni dollaro governativo investito è destinato a rimanere negli Usa, dove contribuisce alla ricerca.


Secondo lo studio, dal 2000 l’impegno americano ha generato 42 nuovi prodotti che stanno contribuendo a vincere la battaglia contro molte malattie. Ai nuovi farmaci per la malaria, appositamente studiati per i bambini, si deve il salvataggio di 750mila vite, mentre il vaccino a basso costo per la meningite, che costa 50 centesimi a dose, ha prevenuto 378mila morti ed entro il 2020 farà risparmiare 9 miliardi di dollari in terapie. Gli investimenti Usa si sono inoltre dimostrati fondamentali nello sviluppo di due nuovi farmaci per combattere la tubercolosi multiresistente, per produrre il più avanzato vaccino al mondo contro la malaria e per arrivare ad un vaccino low cost contro un ceppo di rotavirus potenzialmente mortale, molto comune tra i bambini in India. Oltre ai 42 nuovi prodotti, i fondi americani hanno aiutato a portare altri 128 strumenti sanitari al loro ultimo stadio di sviluppo: tra questi due nuovi candidati vaccini contro ebola e l’Hiv.

Un biochimico americano impegnato nei giorni dell'emergenza ebola in Liberia

Un biochimico americano impegnato nei giorni dell'emergenza ebola in Liberia


Nonostante questi risultati, il rapporto spiega che nel 2015, a parte l’allocazione straordinaria di fondi contro l’emergenza ebola, gli investimenti pubblici sono stati di un quarto inferiori rispetto ai livelli del 2012. E la nuova Amministrazione Trump ha già proposto ulteriori significativi tagli. Tra questi, il 23% in meno di fondi al National Institute of Allergy and Infectious Diseases, cruciale nella ricerca su nuove infezioni come Zika e su minacce già esistenti. E’ stata inoltre proposta la chiusura del Fogarty International Center, che si occupa di costruire partnership e formare ricercatori in tutto il mondo. Trump ha inoltre prospettato il taglio del 25% ai programmi di salute globale dell’Agenzia Usa per lo sviluppo internazionale (Usaid) e un’analoga riduzione del 20% verso i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie (Cdc).


“E’ allarmante constatare questa incertezza sui fondi per la ricerca sulla salute globale in un’epoca in cui i rischi sono in aumento – conclude Nishi -. Le minacce sanitarie tendono ad emergere negli angoli più poveri del mondo ed è lì che dovremmo combatterle, prima che raggiungano le coste americane”. Solo per fare un esempio, la malattia di Chagas, un tempo confinata alla sola America Latina, ora contagia 300mila persone negli Usa e genera costi sanitari annuali per 900milioni di dollari: un’ulteriore ragione per garantire a ricerca e sviluppo investimenti solidi e duraturi.

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