Case perfette, mamme perfette, vite perfette. Come uscire dalla gabbia della performance
Gaia Spizzichino è la fondatrice della pagina “Normalize normal homes”, che conta su 153mila followers. Un progetto iniziato per mostrare che le vite patinate sono spesso imperfette e per raccontare la “normalità” del quotidiano. E tra i temi affrontati, c'è quello della maternità

I social sono costruiti per favorire la polarizzazione. Di solito vince chi ha le opinioni più estreme, chi riesce a dividere le persone o ad aggregarle attorno a posizioni esasperate. Eppure, è proprio andando nella direzione opposta che a partire dal 2020 una pagina social ha avuto un suo successo: si chiama Normalize Normal Homes ed è gestita da Gaia Spizzichino, millennial romana trapiantata a Milano, manager nel settore televisivo. Tutto inizia per caso: era, appunto, il 2020, piena pandemia. Spizzichino si annoia («Ho sempre detto che le idee migliori nascono dalla noia» dice, ridendo) e salva sul suo telefono una serie di foto che trova sui social: sono immagini di case patinate e bellissime, presentate come lo standard delle abitazioni di una trentenne. Poi le pubblica sul suo profilo mostrando quanto siano assolutamente inverosimili perché impossibili da pulire, costose, non riproducibili nella vita di una persona con un salario considerato nella media. «Era un gioco, se non fosse che la pagina raggiunse in pochissimo tempo una grande viralità – racconta Spizzichino quando le chiediamo le motivazioni e le origini del suo progetto – In quel momento le persone avevano bisogno di leggerezza e ironia». La pagina funziona, i numeri salgono fino a raggiungere i 153mila followers. Così, la narrazione va avanti con un obiettivo: dissacrare le vite mostrate come perfette e raccontare una quotidianità più standard, normale, con le sue fatiche e frustrazioni. Spizzichino si specializza attorno a una fascia d’età precisa, quella dei millenial. Sono i 30-40enni di oggi, pienamente alle prese con la vita adulta. «Le nostre giornate sono un Tetris continuo, un incastro tra il lavoro, la casa, magari i figli. Come si fa, senza impazzire? Attorno a questo tema c’è tanta voglia di scherzare».
Se anche la maternità è una performance. Parlare con la fondatrice di Normalize Normal Homes è anche l’occasione per fare un ragionamento più ampio sui social. Tra i temi che lei affronta di più negli ultimi anni c’è quello della maternità, esperienza vissuta in prima persona: sua figlia ha due anni e mezzo. Sulle piattaforme, la narrazione del tema è spesso molto polarizzata. C’è chi descrive l’avere figli come un’esperienza da evitare perché rovina carriera e indipendenza e chi vende invece la maternità come una favola paradisiaca e perfetta. «In questo secondo caso – commenta Spizzichino – lo si fa soprattutto perché in questa epoca anche la maternità è diventata una performance. Vediamo mamme perfette, a cui va sempre tutto giusto, e quando noi non riusciamo ad esserlo sentiamo di aver fallito». Secondo Spizzichino, questa dinamica è una caratteristica della sua generazione in modo più ampio. «A noi millennial è stato inculcato di dover fare tutto bene: gli studi, la laurea, la carriera. Quando non abbiamo ottenuto quello che credevamo giusto ci siamo colpevolizzati, senza accorgerci che a volte in realtà il gioco è falsato: per alcuni lavori devi provenire da un determinato contesto, per studiare nelle grandi università devi avere i soldi per farlo, e così via. Pensiamo che se non riusciamo in qualcosa, è solo perché non ci siamo impegnati abbastanza», sottolinea Gaia. La maternità, invece, rompe lo schema performativo. «È un’esperienza estremamente randomica, è una sorta di lotteria. Ogni figlio, se arriva, è una realtà unica e irripetibile. Certamente prima del parto si può studiare, chiedere consiglio, cercare le best practice, ma è illusorio pensare che basti. Saremo sempre impreparati». Sulla sua pagina, Spizzichino racconta quindi soprattutto le «ambivalenze» dell’essere madre. «Si sperimenta un livello di stanchezza, fatica e frustrazione emotiva mai vissuto prima. Ci si ritrova bombardate da indicazioni per far vivere il proprio bambino in una situazione di rischio zero, che tra l’altro è irrealistica, e bisogna imparare a fare tantissime cose nuove in poco tempo. Ma, allo stesso tempo, si è felici (ovviamente mi riferisco a situazioni dove non subentrino patologie, fisiche o mentali). Vale la pena? Sì».
La narrazione realistica e ambivalente della maternità fa sì che altre donne si sentano capite. «Si arriva a fare comunità e succede che le relazioni online aiutino anche nella vita. Io, ad esempio, ho una bambina che ha sofferto di reflusso ed è stata una situazione molto complicata. Ho condiviso la mia esperienza e altre madri mi hanno scritto che avevano avuto lo stesso problema: si crea una rete online di supporto». Ma le comunità virtuali possono sostituire quelle reali? «No – risponde ancora Spizzichino – saranno sempre un surrogato. Però in questa epoca di individualismo e in cui siamo tutti più isolati, anche la piazza online ha un significato».
Ciascuno parte dal suo privilegio. Le pagine social come quella di Spizzichino si propongono di mostrare la «normalità» della vita. Ma, sottolinea Gaia, «ciascuno di noi parte da una situazione diversa. A volte qualcuno mi scrive che è deluso perché io dico di voler mostrare qualcosa di “normale” ma magari arrivo da una situazione di privilegio rispetto ad alcune altre persone. Per tutto è così, e continuo con l’esempio della maternità: qualcuno può contare su una rete familiare, altri no; c’è chi può permettersi quattro babysitter e chi nessuna. C’è una questione di classe». «Semplicemente – continua Spizzichino – io penso che le pagine Instagram vadano prese per quello che sono: la condivisione di un’esperienza, senza alcuna pretesa di offrire una narrazione valida per tutti». Per l’influencer la gestione di Normalize non è un lavoro, al netto di qualche sponsorizzazione occasionale di prodotti. «È difficile immaginare di farne un lavoro a tempo pieno, non è per tutti».
La privacy dei bambini. Nonostante parli di maternità e di famiglia, Spizzichino non ha mai mostrato il volto della figlia o del marito sulla sua pagina social. «Esistono delle linee guida di sicurezza sullo stare online e sulla tutela dei minori, che servono anche a ridurre al minimo il rischio di pedofilia e altri abusi – spiega –. Le probabilità che questi rischi si tramutino in azioni sono basse, ma non inesistenti. Io credo fermamente che si debba tenere conto di questo». C’è poi un altro aspetto da considerare: «Chi ha un minimo di seguito sui social vive un’asimmetria: migliaia di persone sanno molto di te, tu non sai nulla di loro. Io sono adulta e imparo a gestire questa situazione ma, se traslata su un minore, rappresenta un pericolo».
Un’ultima domanda. Che cosa significa, in fin dei conti, «normalizzare», titolo della pagina Normalize Normal Homes? «A dire la verità è un verbo che a me non piace molto – conclude Spizzichino – ma mi è capitato in sorte, che ci posso fare? Credo significhi essere consapevoli che tutti viviamo vite molto diverse, ognuna con i propri alti e bassi. Ci cose che ci riescono bene, altre meno, e a volte siamo mediocri. Normalizzare non è rinunciare ad avere degli obiettivi o a cercare risultati: forse significa semplicemente fare un po’ pace con se stessi, accettare che viviamo tante contraddizioni, sfumature, vie di mezzo».
Gaia Spizzichino ha scritto anche un libro: Tutto nella norma, ed. Garzanti. La protagonista è Martina, una 34enne che vive a Milano e che affronta tutte le sfide della vita adulta.
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